venerdì 23 ottobre 2009

Paolo "resiste in faccia" a Pietro

Riprendo sul mio sito http://www.riforma.net le meditazioni sistematiche sui testi biblici, la cui regolarità ho dovuto interrompere per un po' a causa dei miei impegni. Spero di potermi rifare...

La lettera ai Galati - Studio 9

Adattamento o compromesso?

11 “Ma quando Cefa venne ad Antiochia, gli resistei in faccia perché era da condannare. 12 Infatti, prima che fossero venuti alcuni da parte di Giacomo, egli mangiava con persone non giudaiche; ma quando quelli furono arrivati, cominciò a ritirarsi e a separarsi per timore dei circoncisi. 13 E anche gli altri Giudei si misero a simulare con lui; a tal punto che perfino Barnaba fu trascinato dalla loro ipocrisia. 14 Ma quando vidi che non camminavano rettamente secondo la verità del vangelo, dissi a Cefa in presenza di tutti: «Se tu, che sei giudeo, vivi alla maniera degli stranieri e non dei Giudei, come mai costringi gli stranieri a vivere come i Giudei?»” (Galati 2:11-14).

Non c'è differenza fra l'Evangelo predicato da Paolo e quello predicato da Pietro, il riconoscimento reciproco è franco ed aperto. Pietro non ha problema a vivere “alla maniera degli stranieri e non dei Giudei” perché sa che la salvezza non dipende dalla conformità alle pratiche cerimoniali ebraiche, ma dalla fede in Cristo. Il problema era l'incoerenza di Pietro, tanto che Paolo era stato costretto a riprendere pubblicamente Pietro. Pietro, infatti, con gli israeliti, non solo adattava loro il suo linguaggio (cosa legittima e necessaria), ma anche, in certe cose, il suo comportamento, causando così equivoco e confusione sulla sostanza dell'Evangelo. Agli ebrei, per esempio, era proibito di mescolarsi con i pagani ed essi esigevano che i pagani che si accostavano alla fede ebraica dovessero farsi circoncidere. La fede cristiana questo non lo richiede, anzi, “Non c'è qui né Giudeo né Greco; non c'è né schiavo né libero; non c'è né maschio né femmina; perché voi tutti siete uno in Cristo Gesù” (Galati 3:28), come pure: “in Cristo Gesù non ha valore né la circoncisione né l'incirconcisione; quello che vale è la fede che opera per mezzo dell'amore” (Galati 5:6). Pietro, però, per compiacere gli israeliti (ed attirarli a Cristo) o per timore, simulava la sua conformità alle prescrizioni cerimoniali ebraiche (che altrimenti avrebbe ritenuto superate). È così che Paolo giustamente “resiste in faccia” a Pietro, “perché era da condannare”. Forse Pietro temeva che non facendo come gli israeliti essi si scandalizzassero respingendolo e rifiutando Cristo? Su questioni di principio, però, non si può transigere, quale che sia la possibile reazione del nostro uditorio. Non si può fare accettare Cristo “a tutti i costi”. Non possiamo dire: “Basta che accettino Cristo e siamo disposti ad ogni compromesso”. Paolo stesso sarebbe stato condannabile se, per attirare i pagani, avesse fatto compromessi con qualche loro pratica idolatrica. In quel caso Pietro avrebbe fatto bene a “riprenderlo in faccia”. Nel corso della storia, pratiche idolatriche e pagane sono state di fatto “cristianizzate” perché fosse “più facile” l'accesso dei pagani alla fede cristiana. L'Evangelo, così, è stato compromesso ed alterato tanto da renderlo irriconoscibile, tanto da renderlo “altro”. Sappiamo, però, che non può esistere “un altro Evangelo”. Oggi, allo stesso modo, c'è chi “annacqua” l'Evangelo per renderlo “maggiormente accettabile”alla nostra generazione, oppure lo mescola con le ideologie o i costumi prevalenti adattandolo per renderlo “più appetibile” o “attuale”. Anche se, così facendo, riusciamo ad avere “le chiese piene”, il risultato è tragico e fatale non solo per la fede cristiana, ma per la stessa salvezza di chi prende per buono un tale “Evangelo”, perché non risulta più quel che dovrebbe essere. Quali sono le cose fondamentali della fede cristiana sulle quali non possiamo fare compromessi?

Preghiera. Signore, dammi di proclamare e vivere l'Evangelo in tutte le sue implicazioni con chiarezza e senza paura, sicuro che porterà frutto come e dove Tu così hai deciso. Amen.

L'umiltà teologica (II)


Ulteriori riflessioni sull'umiltà teologica.

Fra tutte le forme di erudizione, la teologia è quella che maggiormente dipende dall'umiltà. In teologia, infatti, cerchiamo di trovare il modo più pieno, articolato e responsabile di parlare su Dio. Se supponiamo, però, di poter  conseguire questo  da soli,  siamo gravemente in errore,  e qui è dove subentra l'umiltà.  Un  filosofo di grandi capacità intellettuali potrà anche articolare profonde parole su Dio e difenderle di fronte ad altre concezioni. Questo, però, non sarà sufficiente se vogliamo accostarci all'Iddio vivente. Non possiamo presumere che le nostre idee su Dio siano vere fintanto che noi non le portiamo prima di fronte a Dio e poi, in seconda istanza, di fronte alla comunità cristiana ed al mondo.  Non dobbiamo scordarci che Dio non è un concetto astratto o una figura distante con la barba... Dio è personale ed è presente qui ed ora. Sarebbe folle parlare di Lui come se Egli fosse in qualche altro luogo o sconnesso dalla nostra conversazione. Dobbiamo ascoltarlo allorché Egli ci parla di Sé attraverso le Scritture e nella nostra vita. Ecco perché dobbiamo "pregare la nostra teologia". Se possiamo dire a Dio che Egli sia ciò che stiamo suggerendo che Egli sia, allora siamo un passo più vicino all'umiltà. Se non possiamo "pregare" la nostra teologia con rispetto ed amore per Dio, senza offendere o ignorare Dio, allora abbiamo un problema.

In secondo luogo, dobbiamo rapportare la nostra teologia con la comunità cristiana presente, ma anche quella del passato, il popolo di Dio. La nostra memoria spesso è corta. Molti altri nel corso dei secoli sono entrati in questo dialogo con Dio e su Dio. Noi siamo gli ultimi arrivati. Non possiamo pretendere di avere capito ciò che nessun altro mai aveva capito prima. Noi ci rapportiamo con la rivelazione giammai in modo immediato, ma sempre nell'ambito della comunità dei credenti, presenti e passati. Siamo inseriti in una tradizione, riflettiamo sulle riflessioni e sull'esperienza di molti altri cristiani, anzi, le apprezziamo e ce ne avvaliamo con riconoscenza.

Esprimerci su Dio, quindi, presume l'umiltà di rapportarci con Lui in preghiera come pure la consapevolezza che non siamo e non siamo stati i soli a farlo. Per questo dobbiamo prendere molto seriamente i consigli che ci provengono dalla nostra famiglia, i nostri fratelli e sorelle nella fede, presenti e passati. Siamo poi così sicuri di poterci distanziare da coloro che, nel corso dei secoli, si sono fatti le stesse domande?

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