giovedì 18 ottobre 2018

Le origini della Palestina: verità e mistificazioni

Il termine "Palestina" era stato inventato dagli antichi romani con esplicita intenzione di cancellare Israele persino dalla memoria storica e annientare gli ebrei. Con le stesse intenzioni continuano ad usarlo oggi gli imperialisti arabi, nemici di Israele, insieme ai loro sostenitori, dopo essersi inventati un popolo ed una nazione, quella palestinese, che come tale non è mai esistita, come pure diffondendo le mistificazioni storiche promosse dal Corano. Dovrebbero i cristiani continuare a fare il gioco degli arabi cedendo alle loro menzogne e ricatti?
Le origini della Palestina

La Palestina è menzionata nella Bibbia?

La parola "Palestina" viene usata raramente nelle traduzioni italiane dell'Antico Testamento. Ricorre solo, in quanto tale, nella vecchia Diodati in Esodo 15:4 [1]; Salmi 60:8 [2]; Salmi 108:9 [3]; Isaia 14:29,31 [4]; Gioele 3:4 [5]; come pure nella CEI 1974 in Salmi 82:8 [6] (83:7); 87:4 [7]; Daniele 8:9 [8] (ma non nella CEI 2008), e in tutte le altre è reso con "Filistìa", dall'ebraico "Peleshet", o "terra dei Filistei", area sulla costa sud-occidentale di Israele. Questo termine non è mai usato per riferirsi a tutto Israele. Prima che gli israeliti entrassero nella Terra Promessa, sarebbe stato generalmente corretto dire che quest'area sulla costa era chiamata Filistia (o "Via dei Filistei"), mentre le aree degli altipiani era chiamata Canaan. Sia i Cananei che i Filistei scompaiono come popolo distinto almeno per il tempo della cattività babilonese della Giudea. Né "Palestina", né "Filistia" ricorrono nel Nuovo Testamento. Nelle mappe della Bibbia "Nuova Scofield" indicano una "Palestina sotto gli Erode", sebbene come tale non ci fosse mai stata, mentre la Bibbia commentata dal MacArthur contiene una mappa chiamata "La Palestina al tempo di Cristo" come pure altri riferimenti simili, ma si tratta di un chiaro anacronismo che potrebbe celare una narrazione pro-palestinese.

Isaia 43:1 "Urla, o porta, grida, o città! Struggi, o Filistia tutta quanta, perché dal nord viene un fumo, e nessuno lascia il suo posto nelle sue schiere" afferma molto chiaramente che la Filistia (o Palestina) si è dissolta per sempre. Coloro che oggi si definiscono Palestinesi non hanno nulla a che fare con i Filistei e storicamente la Palestina non ha connessione alcuna con la Filistea, ma piuttosto con le invasioni arabe.

Chi erano i Filistei?

Evidenze dalle iscrizioni egiziane identificano i Filistei [9] come "popoli del mare". Vasellame dell'area di Ekron e di Ashdod nella Filistìa portano gli storici a credere che essi provenissero dalle isole dell'Egeo, incluse Cipro e Creta. Questo confermerebbe pure ciò che dice la Bibbia. Per esempio, Amos fa riferimento a "Non siete voi per me come i figli degli Etiopi, o figli d'Israele?», dice l'Eterno. «Non ho io fatto uscire ... i Filistei da Kaftor?" (Amos 9:7). Geremia predice il giorno in cui "saran distrutti tutti i Filistei e saranno abbattute Tiro e Sidòne, con tutti i loro ausiliari; il Signore infatti distrugge i Filistei, il resto dell'isola di Caftor" (Geremia 47:4). Dal momento che gli Israeliti entrano in Canaan sotto la guida di Giosuè, i Filistei diventano "i nemici giurati" di Israele. Forse uno dei racconti più conosciuti della Bibbia è la vittoria di Davide sul gigante Golia. Lo spirito dei Filistei, però, il loro scherno verso il popolo di Dio e il Il termine "Palestina" non solo Dio d'Israele. Essa rimane una prefigurazione della lotta che continua a tutt'oggi contro i nemici di Israele, una lotta senza speranza, perché essa "appartiene al Signore".

L'agenda anti-ebraica di Roma

Se ora facciamo un salto al tempo dell'occupazione romana, con i Filistei ora solo come un nemico arcaico del popolo ebraico, i romani, per riferirsi alla terra di Israele fanno inizialmente uso dei termini Giudea e Galilea, incluso durante il tempo di Gesù. Quando l'imperatore Tito [10] distrugge Gerusalemme nel 70 d. C., il governo romano fa coniare una moneta con l'iscrizione "Giudea Capta", che vuol dire "la Giudea è stata presa". Nel 135, però, avviene un tragico maggior cambiamento allorché l'imperatore Adriano [11] applica il termine Siria-palestina a quella provincia dopo aver soppresso la seconda rivolta giudea contro Roma. La prima volta in cui viene usato il termine Palestina per la terra di Israele è quello che mette le basi per ciò che sarebbe stato fino ad oggi un assalto continuo del retaggio ebraico. L'imperatore Adriano non solo è conosciuto dal nome del Vallo di Adriano [12], il muro che aveva fatto costruire al confine della Scozia, ma è pure conosciuto come "l'imperatore del primo olocausto". Più di 500.000 ebrei, infatti, vengono uccisi in battaglia o muoiono di fame durante la rivolta. Non è una coincidenza che Adriano scelga il nome Palestina. Egli comprendeva, infatti, il potere della propaganda ed aveva intrapreso una grande campagna di delegittimazione che ricorda in maniera stupefacente gli attuali tentativi islamici di alterare la storiografia strappando ad Israele ed a Gerusalemme le sue per altro ovvie connessioni con gli Ebrei. Adriano, così, fa sostituire i sacelli del Tempi di Gerusalemme e del sepolcro di Cristo con templi dedicati a divinità pagane. Cambia il nome di Gerusalemme in Colonia Aelia Capitolina [13] e proibisce agli ebrei superstiti di ritornarvi. È significativo come prenda il nome dell'antico nemico di Israele, i Filistei, latinizzandolo in "Palestina" per applicarlo poi all'intera terra di Israele. Adriano intendeva cancellare il nome di Israele dalla mappa. Inventa, così, il nome "Palestina" come nient'altro che un tentativo anti-semita di cancellare Israele dalla stessa memoria storica. Grazie a Dio, il ristabilimento dello Stato di Israele ha interrotto l'originale malvagio tentativo di Adriano, ma gli effetti della guerra propagandistica che aveva dato inizio e l'odio filisteo per Israele che aveva riacceso continua a vivere nel cuore di coloro che oggi vorrebbero distruggere Israele.

Il Mandato britannico della Palestina

Il termine Palestina viene conservato dagli Ottomani [14], che lo usano come termine geografico per descrivere la terra a sud della Siria. Gli ebrei che vivono nella regione sono conosciuti come "ebrei palestinesi". Contrariamente alla menzogna che gli ebrei abbiano "colonizzato" Israele dopo la Seconda Guerra Mondiale, per la metà del XIX secolo, gli Ebrei erano di fatto la popolazione maggioritaria di Gerusalemme. Il nome "Palestina" era ancora in uso nel 1917 quando il ministro degli esteri inglese Arthur Balfour [15] aveva pubblicato una dichiarazione [16] che auspicava la creazione di una patria per gli ebrei in Palestina, che allora includeva ciò che oggi conosciamo come Siria del sud ed includeva tutto l'attuale Israele e la Giordania. Dopo la Prima Guerra Mondiale, il consiglio della Società delle Nazioni [17] (predecessore dell'ONU) concede agli alleati vittoriosi il controllo del Medio Oriente in preparazione per una possibile indipendenza concessa alle popolazioni locali. Quando si incontrano a San Remo nel 1920, il consiglio si impegna legalmente ai aiutare il popolo e ebraico a creare in quella zona un loro stato ed affida alla Gran Bretagna l'amministrazione della terra di Israele. Il termine "Palestina" viene scelto per questo Mandato Britannico [18], ed includeva la terra di entrambi i lati del fiume Giordano. Due anni più tardi, però, la terra che era stata destinata al popolo ebraico viene drasticamente ridotta. Circa il 77% della terra ad est del Giordano viene data ad un nuovo regno arabo della Transgiordania, che più tardi verrà chiamato Giordania, mentre rimaneva uno stato ebraico molto più piccolo garantito dalla legge internazionale.

Durante il Mandato Britannico della Palestina, sia arabi che ebrei si consideravano " palestinesi". Vi era una Orchestra Sinfonica Palestinese (più tardi Orchestra Filarmonica di Israele), la Banca Anglo-Palestinese (più tardi Banca Israele Leumi) e persino la squadra di calcio Palestina, che comprendeva giocatori ebrei. La bandiera della Palestina, con due strisce bianca e blu verticali, portava al centro la stella di David. Una Palestina ebraica è difficile da ignorare, eppure attività anti-israeliane fanno presto a rilevare l'uso comune del termine Palestina facendo finta che non esistesse la stella di Davide al centro e che continuava a indicare come quella fosse la terra degli Ebrei.

Nel 1945 la carta delle Nazioni Unite riconoscono il diritto del popolo ebraico a stanziarsi in Palestina dal Giordano fino al mare Mediterraneo. Due anni più tardi, alla scadenza del Mandato Britannico, le NU dividono quello che rimane della Palestina in due stati indipendenti - uno ebraico, io 56%, e l'altro arabo in ciò che è conosciuto come il Piano di Partizione [19] del 1947. Gli ebrei accettano la risoluzione dell'ONU, chiamando quello stato Israele. Gli arabi, però, respingono il progetto dei due stati e attaccano Israele nel 1948 subito dopo che se n'erano andati i britannici e subito dopo che Israele dichiara l'indipendenza.

Dopo la guerra arabo-israeliana, la Giordania si annette la Giudea e la Samaria, la cosiddetta Cisgiordania [20] (West-Bank), e l'Egitto conquista la Striscia di Gaza [21], entrambe le aree che erano state originalmente assegnate agli arabi nel piano di partizione. Nonostante che ne avessero preso il controllo, nessuno di questi stati sentiva il bisogno di stabilire uno stato arabo indipendente. Israele, nel frattempo, continuava a fiorire.

La Palestina contemporanea

Un qualsiasi uso della descrizione "Palestina" oggi, diversa da quella del suo contesto storico, associata agli imperi romano, ottomano e britannico, è estremamente ingannevole È semplicemente non accurata perché un tale luogo non esiste. Si usa forse Palestina per riferirsi alla Cisgiordania, a Gaza, a Israele, al vecchio Mandato Britannico o a che altro? Avrebbe la stessa valenza moderna di voler chiamare l'Inghilterra "la terra degli Angli". È comprensibile, però, che quegli arabi che si identificano oggi come palestinesi, particolarmente coloro che hanno un legame genuino con quella regione, abbiano un senso di frustrazione e disillusione sulla mancanza di indipendenza nazionale. Non è però cosa di cui si possa incolpare Israele. È piuttosto da addebitarsi all'incapacità della leadership araba di accettare l'opportunità di uno stato e, nello spirito dell'antica Filistia, un'ossessione per la distruzione di Israele più grande della sovranità nazionale. Nel frattempo, il fatto che uno stato arabo come la Giordania sia stato creato da una gran parte del vecchio Mandamento di Palestina, molti deliberatamente lo ignorano.

Ma persino dopo che Israele aveva colto l'opportunità dell'indipendenza nazionale, non è che sin dopo gli anni 1960 che il termine "Palestina" è diventato sinonimo di un gruppo di genti arabe. Nel 1964, la Lega Araba mette in piedi l'Organizzazione per la Liberazione della Palestina [22] (OLP), con lo scopo di stabilire un'entità palestinese nell'ambito di Israele ed il gruppo di "palestinesi" che ne emerge è mobilitato cone movimento politico. È notevole come lo strumento della dell'imperatore Adriano sia tornato in auge per precisamente le stesse ragioni.

In occasione del secondo summit nello stesso anno, le aspirazioni della Lega Araba diventano espressamente quelle della distruzione dello Stato di Israele:

"Il Concilio ha unanimemente definito la causa nazionale come quella di liberare la Palestina dall'imperialismo sionista e perseguire un piano comune arabo di azione sia durante la fase attuale - i cui piani sono già stati disposti - e per la fase seguente, per la quale è già stato deciso di fare i preparativi".

L'organizzazione terrorista del PLO esige l'intera liberazione della Palestina e si propone la distruzione di Israele, ma notate come non metta in questione che l'Egitto o la Giordania dominino i territori del vecchio Mandato, ma solo Israele. Dopo la Guerra dei Sei Giorni nel 1967 in cui Israele era stata costretta a difendersi contro l'invasione araba, Israele ha conquistato il controllo della Cisgiordania (già controllata dalla Giordania) e quello della striscia di Gaza, governata dall'Egitto.

Sommario

Il termine "Palestina" non solo è inaccurato, ma è diventato la pietra angolare della propaganda della guerra contro Israele ed il popolo ebraico per quasi 2000 anni. I cristiani dovrebbero per quanto possibile far uso della terminologia biblica per riferirsi alla terra di Israele e rifiutarsi di far uso del termine Palestina fuori dal suo reale contesto storico (il Mandato Britannico della Palestina). Perché dovrebbero far uso di un termine creato apposta dai nemici di Israele allo scopo di distruggere il popolo ebraico? È la Bibbia quella che deve sempre essere il riferimento primario per ogni cristiano e con il popolo ebreo che, ritornato nella sua terra, noi celebriamo la nazione di Israele - il suo significato storico, esistenza attuale e propositi futuri.

(da "The Torch Magazine" [23], Christians United for Israel, ottobre 2018).

Note

sabato 13 ottobre 2018

Perché nella Bibbia lavoro e culto sono espressi dalla stessa parola?

Spesso pensiamo al culto come qualcosa che facciamo di domenica ed il lavoro di lunedì, oppure non consideriamo "lavoro" quello del ministro di Dio consacrato. Questa dicotomia non è ciò che Dio ha stabilito, né ciò che desidera per la nostra vita
Gli antichi ebrei avevano una profonda comprensione di come fede e lavoro fossero congiunte nella loro vita. Non deve quindi sorprendere che essi usassero la stessa parola per lavoro e culto. Il termine ebraico "avodah" (עֲבוֹדָה‬) significa lavoro, culto e servizio. Si ritrova questa parola in Genesi 2:15 "L'Eterno DIO prese dunque l'uomo e lo pose nel giardino dell'Eden perché lo lavorasse e lo custodisse": il progetto e desiderio iniziale di Dio è che lavoro e culto siano per noi un inseparabile stile di vita. In alcuni versetti, infatti, avodah significa lavoro comune, lavoro nei campi e in altri culto, servizio sacro.

Mosè, rinnovando il patto con Dio, dice: "Lavorerai (avodah) sei giorni; ma il settimo giorno ti riposerai: ti riposerai anche al tempo dell'aratura e della mietitura" (Esodo 34:21); "Allora l'uomo esce alla sua opera e al suo lavoro (avodah) fino alla sera" (Salmo 104:23).

Ma in altri versetti avodah significa culto, come "renderti culto, o Dio": "Così dice l'Eterno: Lascia andare il mio popolo perché mi serva (avodah)" (Esodo 8:1); "E se vi pare cattiva cosa servire l'Eterno, scegliete oggi chi volete servire, o gli dèi che servirono i vostri padri di là dal fiume, o gli dèi degli Amorei, nel cui paese voi abitate; quanto a me e alla mia casa, serviremo (avodà) l'Eterno" (Giosuè 24:15). Giosuè dice: "Io farò avodah, cioè lavorerò e renderò culto al Signore.

La stessa parola si applicava al lavoro dei kohanim (i sacerdoti) che offrivano sacrifici e si prendevano cura del Tabernacolo e del Tempio.

"Essi esercitarono il loro servizio (avodah) col canto davanti al tabernacolo della tenda di convegno, finché Salomone ebbe edificato la casa dell'Eterno in Gerusalemme; e prestavano il loro servizio, secondo la regola loro prescritta" (1 Cronache 6:32); "Stando quindi alle norme di Davide, suo padre, egli stabilì le classi dei sacerdoti per il loro servizio, i Leviti nelle loro mansioni (di lodare l'Eterno e di prestare servizio davanti ai sacerdoti) secondo i compiti di ogni giorno, e i portinai secondo le loro classi a ciascuna porta, perché così aveva ordinato Davide, l'uomo di DIO" (2 Cronache 8:14). Cfr. Romani 9:4 "...che sono Israeliti, dei quali sono l'adozione, la gloria, i patti, la promulgazione della legge, il servizio divino e le promesse".

Si tratta di un concetto importante: la stessa parola viene usata per i lavori nei campi ed il culto del Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe. Avodah è figura di una vita integrata, una vita dove lavoro e culto provengono dalla stessa radice, lo stesso fondamento. "...perché nessuno può porre altro fondamento diverso da quello che è stato posto, cioè Gesù Cristo" (1 Corinzi 3:11).

Lo stesso concetto viene riflesso nella famosa locuzione latina "ora et labora", tradotta letteralmente, significa "prega e lavora". L'espressione riassumeva i due momenti che, in un rapporto equilibrato tra preghiera e lavoro, scandivano le giornate nelle comunità religiose dal medioevo in poi. Nel silenzio dei chiostri, migliaia di monaci hanno contribuito a costruire, con il loro paziente lavoro, l'Europa salvando opere d'arte, opere letterarie, dissodando regioni intere e contribuendo in modo determinante ad amalgamare la cultura greco-romana e quella dei nuovi popoli conquistatori. Alcuni ordini, come i Cistercensi, intesero il labora come curare direttamente i lavori agricoli e divennero, perciò, protagonisti delle bonifiche e della circolazione di una cultura agricola delle diverse parti dell'occidente europeo (ad esempio il diffondersi delle marcite); altri, come gli Umiliati, ad attività come la produzione dei panni di lana utilizzando anche, come fonte di energia, le ruote idrauliche con avvio di attività che possono essere considerate una anticipazione di quelle proto-industriali.

Spesso pensiamo al culto come qualcosa che facciamo di domenica ed il lavoro di lunedì, oppure non consideriamo "lavoro" quello del ministro di Dio consacrato. Questa dicotomia non è ciò che Dio ha stabilito, né ciò che desidera per la nostra vita. Avodah, d'altro canto, suggerisce che il nostro lavoro può essere una forma di culto in cui onoriamo il Signore Iddio e serviamo il nostro prossimo.