sabato 24 novembre 2018

Come fan "tutti" o le regole di vita date da Dio?

Un recente sondaggio ha rilevato una sorprendente tendenza nella nostra società. Secondo questo sondaggio, l'evidenza sembra indicare come non vi sia alcun chiaro modello comportamentale nella nostra società che distingua coloro che si professano cristiani da gli altri. Guardando ai mutevoli criteri della cultura contemporanea al riguardo della base di ciò che sia una condotta accettevole, sembriamo tutti marciare allo stesso passo, al ritmo battuto da un unico tamburino. Ci adattiamo acriticamente al "così fan tutti" come l'unica nostra norma etica. I promotori della secolarizzazione e coloro che ambiscono di omologare la società, di questo potrebbero rallegrarsene, ma non certo dei cristiani che guardano alla loro fede non solo come una sorta di "assicurazione per l'aldilà", ma come uno stile di vita per l'aldiqua conforme alla volontà rivelata da Dio. Un altro grave errore, pure molto diffuso, è quello di equiparare il vago umanesimo oggi prevalente (in maggiore o minor misura) con i principi della fede cristiana, o persino veder possibile ed auspicabile per il funzionamento ottimale della società una sorta di "minimo comune denominatore" fra le religioni, un "tollerante compromesso ecumenico. Si tratta ingenuità questa che solo ignoranza e superficialità può far contemplare.

Queste tendenze possono emergere solo in una società o chiesa dove ormai eclissata è la legge rivelata da Dio. La parola stessa "legge" per molti ha oggi persino un nonsoché di sgradevole, soprattutto in quei circoli cristiani dove si crede che essa sia "superata" e che basti, per caratterizzare il nostro comportamento, un generico e non meglio precisato "amore".

Ben altro era l'atteggiamento del popolo di Dio nell'Antico Testamento (e si badi bene, "antico" non vuole dire "superato") e del Signore Gesù stesso che affermava di non essere venuto per abolire la legge di Dio a per compierla.

Facciamo un esperimento. Legge del Salmo 119 in particolare i vv. 97, 11-12, 131, quelli riportati qui sotto. Cercate di mettervi "nella pelle" dello scrittore e manifestategli empatia. Cercate di sentire ciò che egli sentiva quando scriveva quelle parole migliaia di anni fa.

Vi sembrano i sentimenti di un cristiano d'oggi? Quanto spesso avete udito la gente dire di anelare appassionatamente la legge di Dio? Avete mai udito i vostri amici esprimere gioia nel contemplare e vivere i comandamenti di Dio rallegrandosene?

"Oh, quanto amo la tua legge! Essa è la mia meditazione per tutto il giorno (...) Ho conservato la tua parola nel mio cuore, per non peccare contro di te. Tu sei benedetto, o Eterno; insegnami i tuoi statuti. (...) Io apro la mia bocca e sospiro, per il gran desiderio dei tuoi comandamenti"  (Salmo 119:97, 11-12,131).

Come si può ubbidire alla legge morale senza diventare legalisti?

Noi ubbidiamo alla legge morale data da Dio per regolare il nostro comportamento, comprendendo, prima di tutto, a che cosa serve - e ci sono diversi modi per esprimerlo.

Pensiamo al gioco del golf o ad un qualsiasi altro sport. Il golf lo si gioca seguendo le sue regole. Non avrebbe senso un giocatore di golf che dicesse: "Aspetta che avvicino la pallina un po' di più alla buca". Se l'avversario dicesse: "Va bene, fallo pure" il gioco smetterebbe di funzionare perché non sarebbe giocato secondo le sue regole.

Prendete i Dieci Comandamenti, il Decalogo, che riassume la legge morale di Dio. La legge morale data in Esodo 20 è una forma scritta della maniera in cui Adamo ed Eva, i nostri progenitori, dovevano "funzionare" come creature umane. Essi, naturalmente, sono scritte ora per dei peccatori quali noi siamo - ecco perché molti di essi sono espressi come proibizioni. La legge, però, è il quadro di riferimento per una vita davvero compiuta. "Funzionerai" come immagine di Dio, quale sei, solo nella misura in cui darai espressione nella tua vita a quei princìpi.

Se facciamo così, confidando nel Signore, non si corre alcun pericolo di diventare legalisti. In un certo qual senso è vero, come dice qualcuno, che "ogni ubbidienza alla legge è legalistica", perché ciò che irrita chi dice così è che non vorrebbero che nessuno dicesse loro come comportarsi. Se però sei un cristiano, Gesù è il tuo Signore, ed ha ben il diritto di dirti come devi comportarti - e tu ne sei riconoscente, perché è solo per il tuo bene. Gesù dice: "Se mi amate, osserverete i miei comandamenti" (Giovanni 14:15). La fede in Cristo produce amore per Cristo, e l'amore per Cristo produce il desiderio di essere come Cristo. Cristo ha adempiuto la legge e quindi essere come Cristo adempie alla legge.

Vi sono due altri elementi. Uno è che osservare la legge vuol dire compiacere il nostro Padre celeste. L'altro è che sia la profezia dell'Antico Testamento del Nuovo Patto (Geremia 31:33) e l'epistola agli Ebrei, citano due volte il fatto che "nascere di nuovo" vuol dire vedersi "scrivere sul cuore" la legge di Dio. "...questa è l'alleanza che io stipulerò con la casa d'Israele dopo quei giorni, dice il Signore: porrò le mie leggi nella loro mente e le imprimerò nei loro cuori; sarò il loro Dio ed essi saranno il mio popolo (...) Questa è l'alleanza che io stipulerò con loro dopo quei giorni, dice il Signore: io porrò le mie leggi nei loro cuori e le imprimerò nella loro mente" (Ebrei 8:10; 10:16). In un certo qual senso, sorprende non poco che così tanti cristiani che credono nell'opera dello Spirito Santo non siano apparentemente abbastanza istruiti da non sapere lo scopo per il quale è venuto lo Spirito Santo, che è operare nel nostro cuore il desiderio dell'ubbidienza alla legge di Dio, e quello proprio a causa dell'amore e della fiducia che abbiamo nel Signore Gesù Cristo.

Fintanto che teniamo di fronte a noi il nostro amorevole Padre celeste, fintanto che teniamo di fronte a noi il nostro Salvatore, fintanto che teniamo di fronte a noi lo Spirito Santo, saremo preservati dal pericolo di cadere nel legalismo, non importa quanto veniamo accusati di farlo, perché riteniamo importante essere ubbidienti alla legge di Dio.


Quel tipo di accuse di solito viene da gente che non sopporta che qualcuno dica loro che cosa debbono fare, e nel Nuovo Testamento vi sono molti comandi. La risposta a questa domanda è chiara. La sfida è crescere nella grazia affinché quello possa diventare una realtà nella nostra vita.

giovedì 22 novembre 2018

Una vita sensata

L'essere umano tende ad avere un'immagine molto elevata di sé stesso ma, nel contempo, riconosce la futilità della sua vita e tende a sprecarla. La Parola di Dio ci richiama ad una concezione sobria della nostra vita e da vivere con saggezza. Dice:
"Insegnaci dunque a contare i nostri giorni, per ottenere un cuore savio" (Salmi 90:12).
Di solito si cita questo versetto come se fosse un proverbio che significa: "La vita è breve: vivila con saggezza". Oppure, come qualcuno pure ha tradotto: "Insegnaci a far contare i nostri giorni", a valorizzarli, senza mai sprecare il tempo che abbiamo a disposizione. Tutto questo è vero, ma nel contesto dell'intero Salmo, significa molto di più di questo, come vedremo. Di fatto, quell'affermazione, che, appunto, inizia con un "dunque", è la conclusione di una riflessione su Dio, sul tempo, e sulla condizione umana.

In ebraico, il versetto 12 inizia con le parole: "contare i nostri giorni". Questa frase riprende l'argomento del tempo, il tema che caratterizza tutto questo Salmo. È proprio infatti, riflettendo sul tempo che siamo portati a vedere la debolezza e la brevità della nostra vita. "Tu fai ritornare l'uomo in polvere e dici: «Ritornate, o figli degli uomini» (...) Tu li porti via come un'inondazione. Essi sono come un sogno, sono come l'erba che verdeggia la mattina.  La mattina essa fiorisce e verdeggia, la sera è falciata e dissecca. (...)  I giorni dei nostri anni arrivano a settant'anni e per i più forti a ottanta, ma quel che costituisce il loro orgoglio non è che travaglio e vanità, perché passa in fretta e noi ce ne voliamo via" (3, 5-6, 10).

Qui, il Salmo 90 mostra il collegamento che ha con quanto il Salmo 89 afferma sulla fragilità della creatura umana: "Ricordati quanto breve sia la mia vita. Per quale vanità hai creato tutti i figli degli uomini? Qual è l'uomo che viva, senza vedere la morte e che possa sottrarre la sua vita al potere dello Sceol?" (89:47-48). Un tale realismo sulla nostra fondamentale fragilità è il necessario fondamento della vera sapienza: "Eterno, fammi conoscere la mia fine e quale sia la misura dei miei giorni; fa' che io sappia quanto sono fragile" (Salmi 39:4).

La brevità e fragilità della vita umana è conseguenza del peccato e del giudizio di Dio sul mondo. Il Salmista, infatti, riconosce il peccato con franchezza quando dice: "Tu metti le nostre colpe davanti a te, i nostri peccati occulti alla luce del tuo volto" (90:8). Egli sa che il Dio santo esegue i suoi giudizi sui peccatori: "Poiché tutti i nostri giorni svaniscono nella tua ira; finiamo i nostri anni come un sospiro (...) Chi conosce la forza della tua ira e il tuo furore secondo il timore che ti è dovuto?" (9-11). È sicuramente terrificante pensare che l'ira di Dio sia qualcosa di altrettanto reale che l'ubbidienza che gli è dovuta.

Sebbene la vita sia breve e l'ira di Dio terrificante, grande è pure la misericordia di Dio per il suo popolo: "O Signore, tu sei stato per noi un rifugio di generazione in generazione" (v. 1). Attraverso tutte le generazioni dell'esistenza del suo popolo, Dio lo ha sempre preservato e protetto. Persino nel giardino dell'Eden, egli promette di redimere il suo popolo (Genesi 3:15). Per il suo popolo Dio rimane un rifugio perché egli è il Dio redentore.

Mosè ci rammenta che sebbene la vita umana sia fragile e breve, Dio è eterno. "Prima che i monti fossero nati e che tu avessi formato la terra e il mondo, anzi da sempre e per sempre tu sei Dio" (v. 2). Mosè ci porta al tempo in cui Dio crea la terra, per rammentarci come il nostro Dio si ponga prima ed al di là del tempo e di questo mondo. Egli è sempre stato ed è sufficiente a sé stesso, non ha bisogno di noi.

Mosè evidenzia questo punto in un altro modo nel versetto 4: "Poiché mille anni ai tuoi occhi sono come il giorno di ieri quando è passato, o come una vigilia nella notte" (v. 4). Per Dio il tempo non ha lo stesso valore che ha per noi. Per noi, mille anni è un tempo così lungo che possiamo a mala pena immaginare come sarebbe a viverlo. Per Dio non sono diversi da un tempo molto breve. Egli è eterno, si pone al di sopra del tempo, che egli stesso ha creato.

Questo Dio eterno dirige il corso della storia con il suo potere infinito. Mosè, che aveva spesso veduto la potenza di Dio in azione nella liberazione di Israele dall'Egitto, continua a pregare affinché la maestà delle opere di Dio romanga sempre di fronte agli occhi del popolo: "Sia manifesta la tua opera ai tuoi servi e la tua gloria ai loro figli" (16). Come Dio aveva, con la sua potenza, causato sofferenza, così Mosè prega che Dio mandi la sua benedizione: "Rallegraci in proporzione ai giorni che ci hai afflitti e in compenso degli anni che abbiamo sofferto calamità".

Se noi dobbiamo "contare i nostri giorni" mettendo a confronto la brevità della nostra vita con l'eterna natura di Dio, allora la nostra preghiera a Dio non potrà che essere: "Insegnaci a contare i nostri giorni". Non impareremo mai quella lezione con le sole nostre forze. Lasciati a noi stessi, non solo noi siamo ignoranti, ma sopprimiamo la verità nell'ingiustizia (Romani 1:18). Se convinciamo noi stessi di avere da vivere un lungo tempo, fintanto che rimaniamo sani, noi crediamo che in questo corpo noi vivremo per sempre. Abbiamo dunque bisogno di un maestro, e l'unico maestro che ci possa salvare da noi stessi è Dio, con il quale sio chiamati ad avere un rapporto consapevole ed attivo. Il valore della nostra vita, vissuta con saggezza, dipende da questo.

Adattato da "Learning to Love the Psalms di W. Robert Godfrey.