domenica 30 luglio 2017

La dimensione diacronica della fede cristiana

Influenzata dal clima culturale contemporaneo, molto evangelicalismo oggi promuove una prospettiva molto individualistica della fede cristiana, basata sull'esperienza privata, personale immediata, dell'incontro con Dio, Cristo, lo Spirito Santo. Si tratta spesso di una prospettiva che si priva (o ritiene secondaria) della dimensione comunitaria dell'essere cristiani (la funzione altrettanto essenziale del corpo di Cristo), ma che è anche inconsapevole della storia che, come popolo di Dio, siamo inseriti, quella degli ultimi venti secoli. Dio non ha mai abbandonato il suo popolo nella storia, anzi, vuole che noi conosciamo e valorizziamo le lezioni che ci fornisce la storia delle chiese (testimonianze, avvenimenti e personaggi) attraverso i quali pure Dio ci parla e ci istruisce. Per una prospettiva comprensiva (non unilaterale) della fede cristiana.
“Ma voi siete una stirpe eletta, un sacerdozio regale, una gente santa, un popolo che Dio si è acquistato, perché proclamiate le virtù di colui che vi ha chiamati dalle tenebre alla sua luce meravigliosa; voi, che prima non eravate un popolo, ma ora siete il popolo di Dio; voi, che non avevate ottenuto misericordia, ma ora avete ottenuto misericordia” (1 Pietro 2:9-10).
“...ricordatevi che in quel tempo eravate senza Cristo, esclusi dalla cittadinanza d'Israele ed estranei ai patti della promessa, senza speranza e senza Dio nel mondo. Ma ora, in Cristo Gesù, voi che allora eravate lontani siete stati avvicinati mediante il sangue di Cristo” (Efesini 2:12-13).
La fede cristiana evangelica mette molto in rilievo come l’essere cristiani debba essere il risultato soprattutto di una personale esperienza di conversione al Cristo. Il sentirsi personalmente interpellati dall’annuncio dell’Evangelo, il ravvedimento da una vita che dispiace a Dio, la fede in Gesù Cristo com’è annunciato e spiegato dalla Bibbia, il cammino del discepolato che gradualmente ti trasforma all’immagine morale e spirituale di Cristo: tutto questo è esperienza personale, individuale, privata, che sorge da quella che la Bibbia chiama “nuova nascita”. Essa nasce da una lettura immediata e sincronica del messaggio del Nuovo Testamento che, come Parola che Dio ti rivolge da quelle pagine nell’oggi, ti porta a fare le stesse esperienze di cui parla e delle quali testimoniano i suoi autori e personaggi ivi presentati, nonostante che essi siano vissuti tanto tempo fa in contesti molto diversi dal nostro. Essi, per usare un’espressione biblica “benché morti parlano ancora” (Ebrei 11:4). Tutto questo è assolutamente conforme all’insegnamento biblico e su questo bisogna insistere soprattutto di fronte a chi dice di essere cristiano solo “per tradizione” o chi dice che per essere “a posto” basti solo essere formalmente membri di una chiesa, sostenerla finanziariamente o utilizzare i suoi servizi.

La vita cristiana, però, non è limitata ad un’esperienza personale, interiore: questa è una distorsione unilaterale, per quanto possa essere giustificato l’insistervi. Essere cristiani vuol anche dire essere inseriti, e proprio da quella stessa esperienza, nella concreta, reale, comunione di altre persone che quell’esperienza pure la stanno facendo (la chiesa, la comunità cristiana) ed insieme operano in questo mondo ai propositi in cui Dio li impegna. Essere cristiani è pure necessariamente un’espressione comunitaria che, come tale, non è accidentale o opzionale, ma integrante (fa parte “dello stesso pacchetto”), perché è nell’ambito della comunità cristiana che Dio ha voluto che la fede personale fosse coltivata e crescesse attraverso i servizi che mette a disposizione. Anzi, la stessa esperienza prima della nuova nascita e della conversione non sarebbe stata nemmeno possibile se Dio non si fosse avvalso in quella che indubbiamente è la mediazione della comunità cristiana. Essa è il modo privilegiato in cui Dio sceglie di operare, vale a dire, di avvalersi dell’opera di quella che è chiamata “la chiesa”. La fede cristiana non è qualcosa di atomistico, semplicemente “verticale”, ma comprende una necessaria dimensione “orizzontale”.

Questo non è tutto, perché essere cristiani non è soltanto un’esperienza sincronica del “qui ed ora”, ma ha pure un carattere diacronico, “attraverso il tempo”. Essere cristiani vuol dire essere inseriti, per grazia di Dio, in un popolo, l’avete coscienza dell'essere diventati parte di un popolo particolare che ha dietro di sé una storia millenaria, “il popolo di Dio”, il popolo di coloro che, nel corso della storia sono appartenuti a Dio e lo hanno servito secondo i doni che loro egli aveva accordato. Quella non è “roba passata” che, potremmo dire, “non ci interessa più”, salvo commemorarla in qualche occasione. Le esperienze documentate dei cristiani del passato, la loro testimonianza di fede, la testimonianza delle opere che Dio ha fatto loro tramite, la sapienza che Dio loro ha accordato, continua ad essere un tesoro a nostra disposizione e neanche quello solo “opzionale” ma essenziale alla nostra crescita e maturazione nella nostra generazione e nel luogo dove Dio ci ha posto. Quella che possiamo senz’altro considerare la loro eredità è un capitale dal valore permanente del quale noi siamo chiamato ad avvalercene e beneficiare.

Tutto questo lo dobbiamo sottolineare con forza perché spesso oggi molti cristiani evangelici hanno una concezione individualistica della fede cristiana che si appiattisce nell’esperienza presente e non tiene sufficientemente conto della dimensione comunitaria e storica del popolo di Dio. La cosa non sorprende perché in questo pure riceviamo l’influenza negativa dell’attuale clima culturale che, appunto, porta spesso a considerare l’esperienza come qualcosa di prevalentemente individualistico ed a-storico. Si mette, cioè, in grande rilievo il proprio rapporto personale con Dio, con Cristo e con lo Spirito Santo relativizzando la dimensione comunitaria della fede e la sua dimensione storica. Prevale l’esperienza privata del “qui ed ora” e si ha scarsa consapevolezza del ruolo essenziale che per la nostra fede pure gioca la dimensione storica della fede.

Ci possono essere tanti motivi per i quali uno potrebbe giustificare l’individualismo e il “qui ed ora” della fede, forse anche l’abuso che se ne è fatto e se ne fa in diversi ambienti, ma la consapevolezza dell’essere popolo di Dio attraverso la storia, la nostra conoscenza della storia del popolo di Dio e il nostro metterlo a buon frutto, non è cosa della quale possiamo dispensarci se vogliamo che la nostra fede sia sana, integra e maturi.

Pensiamo, per esempio, alla testimonianza di fede dei martiri cristiani di ogni tempo, pensiamo all'opera dei teologi attraverso i secoli che hanno precisato la dottrina cristiana sistematizzandola, pensiamo all’opera degli apologeti che rapportano la fede cristiana alle filosofie e religioni di questo mondo rispondendovi; pensiamo alle opere dei padri della chiesa antica ed ai concili; pensiamo alle opere dei Riformatori e dei loro fedeli successori che ci danno i criteri per preservare la chiesa da errori e corruzione; pensiamo alle confessioni di fede classiche ed ai catechismi della Riforma, essenziali per avere idee chiare; pensiamo agli avvenimenti della storia della chiesa, ai successi e ai fallimenti del popolo di Dio, dai quali faremmo bene ad imparare. Che cosa possiamo imparate dai risvegli che sono avvenuti nella storia: possono essere ripetuti? Che cosa possiamo imparare dai movimenti missionari? Questi sono solo alcuni esempi delle ricchezze della storia del popolo di Dio. Possiamo ignorarli? Dobbiamo conoscere la nostra storia e metterla a buon frutto come un prezioso dono che Dio ci fà. È per questo che nelle comunità cristiane vedrei molto bene classi di storia della chiesa e non solo studi biblici!

A qualcuno potrebbe sembrare che questo sia contravvenire al principio del “Solo Cristo”, o del “Sola Scrittura” ma chi dice così dimostra solo di avere una concezione alquanto ristretta di Cristo e della Scrittura! In primo luogo, i testi della Bibbia, oltre che a parlarci in maniera immediata, sono anche essi stessi “storia” e storia significativa. “Poiché tutto ciò che fu scritto nel passato, fu scritto per nostra istruzione, affinché mediante la pazienza e la consolazione che ci provengono dalle Scritture, conserviamo la speranza” (Romani 15:4). Inoltre, la conoscenza e la consapevolezza storica non va limitata solo a quella biblica (come se non ci fosse o non fosse importante) altra storia se non quella narrata dalla Bibbia, ma alla storia, gli avvenimenti ed i personaggi della chiesa cristiana attraverso i secoli fino ad oggi. Se la storia biblica è, così come dev’essere, “fondante”, quella successiva non certo irrilevante. Il Signore Gesù aveva promesso di essere spiritualmente accanto ai suoi per sempre, così come lo sarebbe stato lo Spirito Santo: “il Consolatore, lo Spirito Santo, che il Padre manderà nel mio nome, vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto quello che vi ho detto” (Giovanni 14:26). Inoltre, tutt’attraverso la storia vi sono stati innumerevoli “giganti della fede” i cui scritti il Signore ci ha dato per nostro, assumendo essi il ruolo di veri e proprii “dottori della chiesa”. Infatti: “Colui che è disceso, è lo stesso che è salito al di sopra di tutti i cieli, affinché riempisse ogni cosa. È lui che ha dato alcuni come apostoli, altri come profeti, altri come evangelisti, altri come pastori e dottori, per il perfezionamento dei santi in vista dell'opera del ministero e dell'edificazione del corpo di Cristo, fino a che tutti giungiamo all'unità della fede e della piena conoscenza del Figlio di Dio, allo stato di uomini fatti, all'altezza della statura perfetta di Cristo; affinché non siamo più come bambini sballottati e portati qua e là da ogni vento di dottrina per la frode degli uomini, per l'astuzia loro nelle arti seduttrici dell'errore; ma, seguendo la verità nell'amore, cresciamo in ogni cosa verso colui che è il capo, cioè Cristo. Da lui tutto il corpo ben collegato e ben connesso mediante l'aiuto fornito da tutte le giunture, trae il proprio sviluppo nella misura del vigore di ogni singola parte, per edificare se stesso nell'amore” (Efesini 4:11-16).

Il ministero del discernimento dato alla comunità cristiana, potrà darci la necessaria valutazione critica per vedere come i maestri cristiani del passato siano affidabili e possano aiutarvi.
Scrive Marco De Felice (un pastore cristiano): “Purtroppo, spesso, non ci rendiamo conto del nostro bisogno di avere questi uomini maturi nella nostra vita. Viviamo in un'epoca in cui ognuno vuole dire la sua. Però, ci servono uomini più maturi, uomini che hanno una profonda conoscenza della Parola di Dio e un cammino integro. Non occorre sempre che siano uomini ancora in vita. A volte, possiamo trarre grande beneficio anche da uomini fisicamente morti, che ci parlano tramite i loro scritti. Uomini così sono i nostri antenati spirituali. Qui in Italia, non abbiamo un ricco patrimonio di uomini di Dio dai secoli passati, come hanno certi paesi, soprattutto nel nord Europa. Questo è perché dopo la Riforma negli anni 1500, la Chiesa Cattolica di Roma cercava di distruggere l’opera di Dio della Riforma con la Controriforma. Tristemente, la Controriforma, qua in Italia ha maggiormente privato la nostra nazione di quel patrimonio spirituale, che invece è andato via via costituendosi in varie altre nazioni dell' Europa. Nel XVI secolo, nelle nazione dove si predicava la dottrina biblica della salvezza solo per grazia, Dio ha suscitato un potente risveglio ed una riforma della chiesa. Questa, la riforma della chiesa, portava alla riscoperta di tutte le dottrine bibliche, che è stata seguita da una profonda riflessione sulle dottrine bibliche e dall’impegno appassionato per praticare ciò che Dio aveva concesso al suo popolo di conoscere. Così, in questi paesi, si è andato accumulando un tesoro spirituale costituito dalle riflessioni e dalle esperienze dei credenti più maturi. Questo patrimonio è stato raccolto, conservato e reso disponibile mediante una ricchissima produzione letteraria. Forse uno dei periodi più ricchi spiritualmente è stato il XVI secolo. In quel periodo, i credenti più devoti alla dottrina biblica furono chiamati “Puritani”, in quanto la loro vita rispecchiava molto più la santità, ovvero la purezza, di quanto era normale in molte chiese dell'epoca le quali non erano fedeli alle Scritture”. http://www.aiutobiblico.org/sermoni/vari-vita/vari-vita-html/afflizioni-puritani.10a.html

Concludo con un testo biblico tratto dalla lettera agli Ebrei: 
Ebbene, che devo dire di più? Ci vorrebbe troppo tempo se volessi parlarvi della fede di Gedeone, di Barak, di Sansone, di Iefte, di Davide, di Samuele e di tutti gli altri profeti. Tutte queste persone ebbero fede in Dio e, per questo, vinsero battaglie, conquistarono regni, esercitarono la giustizia, videro avverarsi le promesse di Dio, scamparono illesi dalle fauci dei leoni, riuscirono a spegnere fuochi violenti e sfuggirono alla lama delle spade. Altri ancora trovarono forza nel momento della debolezza, diventarono valorosi in guerra e misero in fuga eserciti stranieri. Per fede, alcune donne riebbero i loro morti, resuscitati. Altri, invece, furono torturati a morte, rifiutando l'offerta di essere liberati, certi che dopo sarebbero resuscitati ad una vita migliore. Alcuni furono derisi, frustati, incatenati e gettati in prigione. Altri furono massacrati, a colpi di pietre, segati in due o uccisi con la spada. Altri ancora, coperti di pelli di pecora o di capra, vagarono qua e là per deserti e montagne, nascondendosi nelle tane e nelle caverne. Affamati, ammalati, mancanti di tutto, maltrattati, troppo buoni per questo mondo! E tutti questi uomini, pur essendo riconosciuti giusti da Dio per la loro fede, non hanno ottenuto tutto ciò che Dio aveva loro promesso. Il Signore, infatti, aveva in vista per noi qualcosa di meglio: essi non dovevano raggiungere la mèta perfetta senza di noi” (Ebrei 11:33-38).

Quando perdiamo delle battaglie contro i nemici dell’Evangelo

Abbondano più che mai oggi anche nelle chiese i nemici dell’Evangelo come lo troviamo annunciato e spiegato nel Nuovo Testamento. Se ne riempiono la bocca e dicono di annunciarlo, ma di fatto lo distorcono e lo negano. Dicono magari di “evangelizzare”, ma quello che intendono per “vangelo” o non lo precisano o se sfidati a definirlo, ne risulta qualcosa di ben diverso da quello che troviamo nelle Scritture, una versione spesso riduzionista, riveduta, “aggiornata” o tanto palesemente errata rispetto ai canoni biblici da essere di fatto “un altro vangelo”, un falso. Se li si contesta, poi, direttamente, persino si offendono per avere osato “giudicarli” e rivendicano a viva voce e con ostinazione la legittimità del loro vangelo. Non di rado riescono persino a prevalere su chi li contesta dimostrandosi così inadeguato a rispondere alla loro abilità retorica. Dovremmo insistere per vincere a tutti i costi? No, anche gli apostoli nel Nuovo Testamento hanno perso qualche battaglia contro i loro avversari, e persino il Signore Gesù Cristo non vince sempre. Il seguente articolo illustra come si possa certo perdere qualche battaglia, ma vincere, alla fine la guerra. L’articolo, soprattutto, illustra ciò che ci insegna la prassi dell’apostolo Paolo quando difende l’Evangelo contestando persino l’apostolo Pietro quando aveva sbagliato. Rileva come noi oggi troppo spesso siamo troppo pavidi nella difesa dell’Evangelo biblico.

“Io vi ho nel cuore, voi tutti che, tanto nelle mie catene quanto nella difesa e nella conferma del vangelo, siete partecipi con me della grazia” (Filippesi 1:7).

L’apostolo Paolo aveva perduto alcune delle sue battaglie. Dopo aver predicato l’Evangelo nelle sinagoghe ebraiche ne era stato definitivamente estromesso e perseguitato dalla maggior parte degli israeliti che rifiutavano di riconoscere Gesù di Nazareth come il Messia atteso. Vi contrapponevano molte argomentazioni che ancora sono sostenute oggi a gran forza da molti ebrei. La tradizione ci dice che Paolo muore di morte violenta a Roma insieme ad altri cristiani perseguitati dalle autorità politiche. Gesù stesso lo avevano già tentato di assassinare un sabato in cui, in una sinagoga, i presenti non avevano gradito un suo sermone (Luca 4:28-29). La maggior parte degli ebrei del primo secolo aveva respinto il Cristo; solo un resto lo aveva accolto per la loro salvezza. L’ira di Dio, manifestata attraverso l’incredulo ed inconsapevole generale romano Tito, avrebbe poi distrutto definitivamente il tempio di Gerusalemme, vanto del popolo ebraico. Sarebbe stato solo attraverso la redazione del Nuovo Testamento, ispirato da Dio, e lo stabilirsi di nuove istituzioni (le comunità cristiane) che la fede in Cristo si sarebbe propagata e, sopravvivendo ai tragici avvenimenti dei primi secoli, sarebbe stata trasmessa nel mondo attraverso il tempo, fino ad oggi. Per diffondere la fede cristiana, l’apostolo Paolo non avrebbe usato la forza (come aveva fatto per perseguitare un tempo i cristiani). Avrebbe perduto delle battaglie, ma avrebbe vinto la guerra.

Anche il Riformatore Martin Lutero aveva perduto alcune delle sue battaglie. Lanciando le sue riforme nel 1517, egli sperava di trasformare la chiesa-stato di Roma. Al contrario, la tirannia papale lo fa scomunicare, brucia i suoi libri e fa torturare e assassinare molti dei suoi seguaci. Non vi sarebbe stata alcuna riforma significativa del Cattolicesimo romano. Cinquecento anni più tardi, il Cattolicesimo è più grande, più potente e più eretico che mai. Solo attraverso la pubblicazione di libri, sermoni e trattati, e lo stabilimento di comunità cristiane indipendenti e di scuole, la Riforma ha assicurato la sua sopravvivenza. La maggior parte dei cattolici romani avrebbe respinto il Cristo delle Scritture e solo un resto sarebbe stato salvato. Lutero aveva perduto delle battaglie, ma ha vinto la guerra.

Nel 20° secolo, il professore di teologia presbiteriano G. Gresham Machen, aveva perduto alcune delle sue battaglie. Nel 1923 scrive un libro dimostrando che la Chiesa presbiteriana negli USA stava predicando, di fatto, due messaggi differenti: il Cristianesimo ed il Liberalismo. I suoi sforzi per contrastare le eresie terminano quando Machen ed altri vengono estromessi dalla Chiesa presbiteriana in USA nel 1936. La maggior parte dei presbiteriani avrebbe respinto il Cristo delle Scritture per versioni rivedute e corrette, e solo un resto avrebbe continuato ad essergli fedele secondo i principi stabiliti dalle Confessioni di fede della Riforma. Solo la pubblicazione di più letteratura e lo stabilirsi di comunità cristiane indipendenti e scuole avrebbe assicurato che la fede cristiana biblica non scomparisse del tutto dagli USA. Machen aveva perduto delle battaglie, ma Cristo ha vinto la guerra.

Nel 21° secolo alcune istituzioni risultanti dagli sforzi del Machen sono state sovvertite da forze che sono riuscite a deviarle su altre strade, così come pure è successo in diverse “chiese storiche” della Riforma. Si rivela così spesso inevitabile e necessario formare nuove comunità e scuole e pubblicare e diffondere maggiore letteratura per assicurare la preservazione della fede biblica secondo i principi della Riforma. Molti continueranno a scivolare sulla china della corruzione morale e dottrinale e si perderanno con il mondo con il quale sono così inclini ad allearsi; diverse battaglie a difesa della verità verranno perdute e solo un resto continuerà ad esserle fedele, ma non dobbiamo dubitare, la storia lo conferma, che la guerra sarà vinta.

Perché i nemici della verità vincono delle battaglie

Perché coloro che abbiamo chiamato gli sviati, ma che sono di fatto eretici nel senso proprio del termine, vincono delle battaglie? Per diversi motivi.

In primo luogo, la Scrittura ci dice che essi sono più astuti, scaltri, e furbi che i credenti: “...poiché i figli di questo mondo, nelle relazioni con quelli della loro generazione, sono più avveduti dei figli della luce” (Luca 16:8). Hanno un modo di pensare che li rende più politicamente astuti, più scafati. Sanno usare bene i metodi del mondo per manipolare, distorcere, avere la meglio sull’avversario e raggiungere i loro obiettivi. Sono più immaginifici nelle loro macchinazioni, meglio disposti ad agire in maniera immorale. Per loro non c’è problema a rubare, mentire e corrompere: il fine, per loro, giustifica i mezzi.

In secondo luogo, gli eretici introducono idee false in maniera furtiva, di nascosto. L’apostolo scrive: “proprio a causa di intrusi, falsi fratelli, infiltratisi di nascosto tra di noi per spiare la libertà che abbiamo in Cristo Gesù, con l'intenzione di renderci schiavi” (Galati 2:4); “...si sono infiltrati fra di voi certi uomini (per i quali già da tempo è scritta questa condanna); empi che volgono in dissolutezza la grazia del nostro Dio e negano il nostro unico Padrone e Signore Gesù Cristo” (Giuda 4). Sembrano delle pecore, ma non lo sono. Le idee che insegnano sembrano essere vere, ma non lo sono. Con le loro parole melliflue ingannano molti e li inducono a credere che loro siano dei fratelli e che le idee che promuovono siano bibliche.

In terzo luogo, gli eretici frequentemente fanno uso della forza (di diverso tipo) per contrastare e liberarsi dei loro avversari. La forza funziona perché fa tacere l’opposizione. Ecco perché gli sviati ed i tiranni ne fanno uso. Il sangue dei martiri non è il seme della chiesa: solo l’Evangelo lo è.

In quarto luogo, e forse il punto più importante, coloro che credono alla verità tendono ad essere lenti a riconoscere l’errore e persino più lenti a prendere le misure necessarie per difendere la verità. Essi sono carenti sia di discernimento che di coraggio. Questo è un aspetto cruciale. I cristiani non possono farci nulla che i figli di questo mondo siano più astuti di loro, o che i falsi fratelli operino in maniera sottile, surrettizia, e coercitiva. I cristiani, però, possono fare molto nel capire e rispondere alla sovversione dottrinale ed ecclesiastica. La loro mancanza di discernimento sorge dalla loro carente conoscenza delle Scritture, e la loro mancanza di coraggio sorge da una carenza di fede nelle promesse delle Scritture.

Paolo, il nostro modello

Possiamo imparare moltissimo dall’esempio dell’apostolo Paolo ad Antiochia e dalla sua lettera ai Galati, perché lui non era lento a riconoscere l’errore né timido nel correggerlo. La nostra incapacità ad imparare da Paolo e ad imitarlo è la ragione principale per la quale gli sviati vincono battaglie.

Paolo riconosce subito l’errore dottrinale ed agisce rapidamente per correggerlo. Scrive: “Vi salii in seguito a una rivelazione, ed esposi loro il vangelo che annuncio tra gli stranieri; ma lo esposi privatamente a quelli che sono i più stimati, per il timore di correre o di aver corso invano. Ma neppure Tito, che era con me, ed era greco, fu costretto a farsi circoncidere. Anzi, proprio a causa di intrusi, falsi fratelli, infiltratisi di nascosto tra di noi per spiare la libertà che abbiamo in Cristo Gesù, con l'intenzione di renderci schiavi, noi non abbiamo ceduto alle imposizioni di costoro neppure per un momento, affinché la verità del vangelo rimanesse salda tra di voi” (Galati 2:2-5). Paolo non tollera e non si sottomette all’errore neppure per un momento. Comprende ciò che è errore e rifiuta di tollerare coloro che nelle chiese lo insegnavano o n’erano complici.

Paolo spiega, inoltre, come i cristiani debbano rispondere a coloro che oscurano l’Evangelo: “Ma quelli che godono di particolare stima (quello che possono essere stati, a me non importa; Dio non ha riguardi personali), quelli, dico, che godono di maggiore stima non m'imposero nulla” (Galati 2:6). Paolo non si lascia impressionare da coloro che sembrano avere più potere o popolarità o persino più istruzione nelle chiese. La posizione in una chiesa e le credenziali accademiche non danno, però, alcuna immunità. Di fatto, la regola biblica è l’opposta: maggiore è la posizione che si occupa nella chiesa, maggiore è la responsabilità. Ecco perché Paolo dice a Timoteo “Quelli che peccano, riprendili in presenza di tutti, perché anche gli altri abbiano timore” (1 Timoteo 5:20).

Fino a questo punto, allora, abbiamo imparato tre cose sul come dobbiamo opporci a coloro che oscurano o sovvertono l’Evangelo:

  1. Dobbiamo riconoscere l’errore dottrinale come un peccato serio.
  2. Non dobbiamo tollerare l’errore nella dottrina della salvezza o coloro che lo insegnano, neppure per un momento.
  3. Non dobbiamo lasciarci intimidire dalla reputazione o credenziali di coloro che nella dottrina della salvezza insegnano degli errori,
Paolo, però, ha da insegnarci di più ancora sul correggere gli errori dottrinali nelle chiese. Egli continua: “Ma quando Cefa venne ad Antiochia, gli resistei in faccia perché era da condannare. “Ma quando Cefa venne ad Antiochia, gli resistei in faccia perché era da condannare” (Galati 2:11). Questa è la quarta lezione di Paolo: non solo che coloro che insegnano un falso evangelo debbono essere sottoposti ad anatema (vedi Galati 1), ma i cristiani devono pure opporsi e correggere quei fratelli che tollerano coloro che predicano un falso vangelo oscurando o compromettendo la dottrina della giustificazione per sola fede. Pietro non aveva predicato un falso vangelo ma con il suo comportamento si era dimostrato complice di quelli che lo facevano.

In Galati 1 Paolo aveva di fatto maledetto coloro che predicano un falso vangelo. Nel capitolo 2 egli fornisce delle istruzioni su come trattare con fratelli che tollerano coloro che insegnano un falso vangelo, oscurando, così, o compromettendo la dottrina della giustificazione per sola fede. L’apostolo Pietro non aveva predicato un falso vangelo, ma con le sue azioni si era dimostrato complice di coloro che lo facevano. Paolo spiega: “Infatti, prima che fossero venuti alcuni da parte di Giacomo, egli mangiava con persone non giudaiche; ma quando quelli furono arrivati, cominciò a ritirarsi e a separarsi per timore dei circoncisi. E anche gli altri Giudei si misero a simulare con lui; a tal punto che perfino Barnaba fu trascinato dalla loro ipocrisia” (12-13). Descrivendo le azioni di Pietro e di Barnaba come “ipocrisia”, Paolo indica come Pietro e Barnaba credessero all’Evangelo, ciononostante essi tolleravano coloro che non lo facevano. La tolleranza dell’errore nella dottrina della salvezza è un peccato. È doppiamente peccato per responsabili di chiesa a cui è stata affidata la responsabilità di insegnare, di nutrire le pecore, di proteggere il gregge.

Paolo, inoltre, si oppone a Pietro “in faccia”, in modo diretto ed aperto. Paolo era amico di Pietro e compagno nell’apostolato. Paolo va alla radice del problema ed affronta Pietro direttamente. La lealtà personale di Paolo verso Pietro non viene per questo messa in questione. Paolo non permette che una nozione falsa di amicizia interferisca con la sua responsabilità di correggere Pietro e difendere l’Evangelo. Paolo non riprende Pietro privatamente suggerendogli cortesemente che egli mangi con pagani. Paolo si oppone a Pietro direttamente, “di faccia”. Opporsi all’errore e coloro che lo tollerano è qualcosa che molti cristiani odiano fare. Piuttosto, si limiterebbero a lamentarsi (“Proprio non riusciamo ad intenderci”). Coloro che permettono ad una concezione non biblica di amicizia di oscurare il loro giudizio, si sono scordati della domanda posta da Paolo: “Sono dunque diventato vostro nemico dicendovi la verità?” (Galați 4:16).

Inoltre, nel modo in cui Paolo affronta Pietro vediamo l’importante principio che la verità, le dottrine bibliche, devo essere difese apertamente, direttamente e chiaramente. Cercare di difendere la verità di soppiatto, con l’astuzia, con mezzi politici, significa pregiudicare le cose stesse che difendiamo. La falsità può essere, e lo è di solito, propagata da mezzi disonesti, non sinceri, ed irrazionali, ma la verità no. La verità deve essere proclamata apertamente, onestamente, razionalmente e sinceramente.

Paolo dice di essersi opposto a Pietro perché Pietro era da condannare. Questa è la quinta lezione di Paolo per noi. Paolo addebita una colpa e la assegna correttamente. Paolo identifica l’apostolo Pietro come reprensibile. Il ruolo di Pietro come apostolo non lo protegge dall’essere ammonito dall’aperta opposizione di Paolo. Paolo giudica Pietro in modo accurato, apertamente e chiaramente. Paolo non travisa le parole di Cristo: “Non giudicate affinché non siate giudicati”, come fanno molti cristiani professanti. Paolo giudica Pietro, accuratamente e velocemente; ed egli agisce sulla base del suo giudizio. Il suo giudizio, naturalmente, non è su una questione banale, ma riguarda l’Evangelo, e Pietro lo stava oscurando. Lo stesso zelo per l’Evangelo che Paolo manifesta in Galati 1, che lo spinge a maledire coloro che nelle chiese annunciano un messaggio diverso, lo spinge pure a giudicare ed ammonire Pietro per non essere abbastanza chiaro sulla verità dell’Evangelo nel capitolo 2.

Paolo, però, non esaurisce neppure a questo punto di insegnarci come trattare con coloro che, nella chiesa, pregiudicano l’Evangelo. Egli dice: “Ma quando vidi che non camminavano rettamente secondo la verità del vangelo, dissi a Cefa in presenza di tutti…” (14). Qui Paolo ci insegna che coloro che “non camminano diritto”, “non procedono con dirittura” (Riveduta), che non insegnano esplicitamente ciò che riguarda l’Evangelo, devono essere ammoniti pubblicamente davanti a tutti. Essi non devono essere presi da parte privatamente; essi non devono essere trattati secondo le regole di Matteo 18, perché Paolo comprendeva, come molti nelle chiese oggi non comprendono, che quella procedura è irrilevante in situazioni in cui l’Evangelo è pubblicamente pervertito, distorto ed oscurato. Insegnanti che nella dottrina della salvezza sono in errore, non devono essere ignorati, condonati o trattati privatamente.
Inoltre, Paolo rimprovera pubblicamente l’apostolo Pietro, non i suoi collaboratori minori che lo attorniano. Facendo di Pietro un esempio, registrando questo caso nelle Scritture per sempre, rivolgendosi ad un apostolo e non ad un qualche anziano, diacono o membro di chiesa ordinario, Paolo rende perfettamente chiaro che anche gli ufficiali più alti nella chiesa sono sottoposti all’Evangelo. Se lo è lui, a maggior ragione tutti gli altri. Rivolgendosi a Pietro, Paolo agisce sulla base del principio che più alto è l’ufficio, più alta è la responsabilità (oggi, si direbbe, più grande è la lor immunità...). Se Paolo dovesse ammonire oggi Pietro in quel modo, sarebbe accusato, naturalmente, di fare attacchi personali, mentre si dovrebbe, a dire dei “moderni”, attaccare il peccato e non il peccatore… Se Paolo facesse oggi lo stesso sarebbe accusato di linguaggio inappropriato, di disturbo dell’unità della chiesa, di cattiva testimonianza, e chissà di che altro, e verrebbe lui, Paolo, severamente ripreso, magari da qualche organismo ufficiale delle chiese. Tali critici, non adusi ad un pensiero rigoroso, non riescono a differenziare fra attacco personale e ammonire persone specifiche di oscurare l’Evangelo. L’interesse di Paolo è del tutto dottrinale, e non manifesta alcuna animosità verso Pietro. È la sua preoccupazione dottrinale, la sua posizione come cristiano e come apostolo che gli aveva imposto di affrontare pubblicamente Pietro. Dov’è Paolo quando ne abbiamo oggi più bisogno? Sfortunatamente, queste lezioni paoline sono vengono perdute per strada oggi dalla maggior parte dei cristiani.

Adattamento della prima parte dell’articolo: “Why Heretics Win Battles” di John W. Robbins, in The Trinity Foundation, 2005, in: http://www.trinityfoundation.org/journal.php?id=207