martedì 24 novembre 2009

La "via stretta" dell'Evangelo

Un bellissimo e coraggioso sermone di Paul Washer sulla "via stretta" dell'Evangelo. In inglese, dure circa 60'. Vale la pena di ascoltarlo.

venerdì 13 novembre 2009

Non dipende né da chi vuole né da chi corre, ma da Dio che fa misericordia

L'affidarsi di tutto cuore a Cristo come proprio Signore e Salvatore dopo avere udito il messaggio dell'Evangelo, è un dono della grazia di Dio. Non è cosa che possa scaturire naturalmente dal cuore umano come frutto di una propria decisione. La fede è ispirata dallo Spirito Santo in coloro ai quali è stata concessa la grazia della salvezza. L'essere umano, nella condizione in cui si trova, infatti, è una creatura condannata e perduta e fondamentalmente ostile a Dio e a tutto ciò che Lo riguarda. Ai cristiani della città di Filippi l'Apostolo scrive: "Perché vi è stata concessa la grazia, rispetto a Cristo, non soltanto di credere in lui, ma anche di soffrire per lui" (Filippesi 1:29).


La fede autentica è infinitamente al di là della nostra natura umana spiritualmente morta: è per questo che solo Dio può darci la capacità spirituale di recepire ed apprezzare la bellezza del Cristo nell'Evangelo. Solo Dio può disarmare l'ostilità del peccatore e trasformare, come si esprime la Scrittura, il suo cuore di pietra in un cuore di carne. E' Dio lo Spirito Santo soltanto che illumina la nostra mente per farci comprendere la Sua Parola e condurci alla fede. E' Dio che "ci risuscita" dalla nostra condizione di morte spirituale, che può "circoncidere" il nostro cuore, sturare le nostre orecchie. E' soltanto Dio che può darci la sensibilità necessaria, la capacità spirituale di contemplare la bellezza e l'insuperabile eccellenza di Gesù Cristo.

L'apostolo Giovanni ci mostra Gesù che dice a Nicodemo che noi per natura amiamo le tenebre, odiamo la luce e NON VOGLIAMO venire a Lui. Il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo e gli uomini hanno
preferito le tenebre alla luce, perché le loro opere erano malvagie. Perché chiunque fa cose malvagie odia la luce e non viene alla luce, affinché le sue opere non siano scoperte"
(Giovanni 3:19-20); "...eppure non volete venire a me per aver la vita!" (Giovanni 5:40).

Dato poi le la nostra ostinata resistenza a Dio è così radicata in noi, solo Dio, per la Sua grazia, può amorevolmente trasformarci, vincere e pacificare la nostra disposizione ribelle. "L'uomo naturale", indipendentemente dall'opera vivificante dello Spirito Santo, non andrà a Cristo con fiducia di sua propria iniziativa per la sua inimicizia verso Dio: "L'uomo naturale non riceve le cose dello Spirito di Dio, perché esse
sono pazzia per lui; e non le può conoscere, perché devono essere
giudicate spiritualmente"
(1 Corinzi 2:14). Proiettare un fascio di luce sugli occhi di un uomo cieco non lo metterà in grado di vedere, perché, per farlo, ha bisogno di occhi sani. Allo stesso modo, leggere o udire la Parola di Dio, di per sé, non può suscitare nel lettore la fede salvifica. "Conosciamo, fratelli amati da Dio, la vostra elezione. Infatti il nostro vangelo non vi è stato annunciato soltanto con
parole, ma anche con potenza, con lo Spirito Santo e con piena
convinzione"
(1 Tessalonicesi 1:4-5). Come un agricoltore su un terreno incolto, Dio deve spezzarne la crosta con il suo aratro, seminare il seme della Parola: allora Egli apre i nostri occhi affinché noi ci rendiamo conto della bellezza ed eccellenza di Cristo, unendoci a Lui attraverso una fede suscitata dal Suo Spirito.

Il problema della conversione, quindi, non sta nell'annuncio della Parola di Dio, ma nell'orgoglioso cuore umano. L'umiltà necessaria per sottomettersi all'Evangelo non è prodotto della volontà umana, ma della misericordia di Dio. "Non dipende dunque né da chi vuole né da chi corre, ma da Dio che fa misericordia" (Romani 9:16). Nessuno di fatto crede all'Evangelo fintanto che Dio non glielo conceda. "È lo Spirito che vivifica; la carne non è di alcuna utilità; le parole che vi ho dette sono spirito e vita ... Per questo vi ho detto che nessuno può venire a me, se non gli è dato dal Padre" (Giovanni 6:63-65).

Un esempio dell'opera dello Spirito di Dio nell'aprire il cuore umano all'Evangelo, lo troviamo nel libro degli Atti dove si parla della conversione di Lidia: "Una donna della città di Tiatiri, commerciante di porpora, di nome
Lidia, che temeva Dio, ci stava ad ascoltare. Il Signore le aprì il
cuore, per renderla attenta alle cose dette da Paolo"
(Atti 16:14). E' così che lo Spirito di Dio impartisce vita spirituale e la facoltà di intendere l'Êvangelo affinché i Suoi eletti rispondano a Cristo con fede.

martedì 10 novembre 2009

Commemorazioni ipocrite?

Riproduco la riflessione contenuta nell'ultimo numero (autunno 09) del notiziario dell'Istituto per la Formazione Evangelica e Documentazione di Padova, particolarmente significativo.

L’anno calviniano offre l’occasione per mettere a fuoco il modo in cui la fede evangelica è chiamata a fare i conti con coloro che ci hanno preceduto nel cammino del popolo di Dio. Il rapporto con i padri della fede e con la storia in generale non è una questione nuova, né originale.

Il Signore Gesù, nel suo confronto coi farisei, li punge proprio su questo tema quando dice: "Guai a voi perché edificate i sepolcri dei profeti (mnemeia tôn prophetôn) e i vostri padri li uccisero… essi li uccisero e voi edificate loro dei sepolcri" (Luca 11,47-48).

Il rimprovero non è solo rivolto a chi pensava di riparare all'ingiustizia del passato 
elevando monumenti alla memoria, ma anche a quei farisei che mostravano un deferente rispetto verso le figure del
passato senza prenderle veramente sul serio. In tal modo si pensava ad una sorta d'espiazione.


Questa forma d'ipocrisia andava di pari passo con una reverenza per personaggi ormai lontani 
idealizzati e svuotati della loro carica dirompente. Parlandone a distanza di tanti anni ci si metteva a posto la coscienza simulando una continuità realisticamente inesistente e pretestuosa.

Atteggiamenti simili possono essere riscontrati anche oggi. Di fronte ad un padre della fede come Calvino, c’è il rischio di riempirsene la bocca senza davvero essere disposti a rivedere scelte di fondo che hanno allontanato dal suo insegnamento. C’è il rischio anche di portare un nome (“calvinista”) che richiama l’eredità di Calvino senza per questo essere con lui sui nodi nevralgici della fede cristiana.

Le celebrazioni corrono il pericolo di re-imbiancare dei sepolcri, più che promuovere una rivisitazione che porta con sé revisioni autocritiche ed il rilancio della fede evangelica storica.


Nella Scrittura, la coltivazione della memoria non ha un valore retorico, né meramente estetico. E’ l’occasione per fare i conti con il proprio percorso davanti a Dio e per riorientare il cammino nel segno della fedeltà. Dio è stato fedele. Noi lo siamo stati? Come abbiamo trattato i profeti che il Signore ci ha inviato? Come abbiamo risposto alla Sua Parola?


Il Consiglio direttivo dell'IFED di Padova (http://www.ifeditalia.org)