mercoledì 27 settembre 2017

Omologazione non è vita, non è futuro, non è dignità

(Articolo di M. T.) Omologazione: altro non vedo in giro!

Omologhiamo le differenze, cioè appiattiamole, rendiamoci uguali… NON DIVERSI… sarà più bello!

Eliminiamo dallo stato civile le diciture mamma, papà, uomo, donna, figlio, figlia: così saremo tutti uguali. Nessuno sarà diverso. Eliminiamo le biodiversità e costruiamo in laboratorio una natura transgenica: così sarà tutto più perfetto. Eliminiamo le classi sociali, le ricchezze, gli stipendi, le carriere, i meriti: così non ci saranno più ricchi e poveri, fortunati e sfortunati.

Poi però, cortesemente, ricordiamoci di chiedere al dottor Frankestein di turno di iniettarci qualcosa che ci renda tutti uguali nel pensiero, nelle idee, nella coscienza, nelle altezze, nelle malformazioni, nell’intelligenza: così nessuno sarà più alto o più basso, biondo o castano, aperto o chiuso, introverso o estroverso, uomo o donna, normodotato o disabile. Perchè dico questo? Perchè dobbiamo essere coerenti con quanto diciamo, con quanto urliamo, con tutti quei proclami che ci stanno rendendo ridicoli di fronte al tribunale della ragione e della storia.

Non definitemi omofoba, perchè sarebbe una scorciatoia oscurantista, la vostra. Leggetemi fino in fondo e poi contestatemi, ma aiutandomi a ragionare, con argomenti ragionevoli, per favore.

A me non fa paura l’uguale, né il diverso. Non mi fa paura chi la pensa diversamente da me, né chi vive agli antipodi delle mie convinzioni morali personali. Mi fa paura, e direi terrore, chi sta decidendo da un tavolino come distruggere il mondo, come illuderci di un’uguaglianza che nè il secolo dei lumi, nè la rivoluzione francese, nè il comunismo è riuscito a generare perchè fondata su presupposti sbagliati. Non esiste un’uguaglianza che sopprima: mai e in nessun caso.

robot L’uguaglianza non la generi imponendo la distruzione delle differenze. A chi serve togliere le diciture di madre e padre?

Si invoca il rispetto delle minoranze, ma cosa comporta realmente il rispetto? Omologare i pochi ai tanti o i tanti ai pochi è in entrambi i casi una logica contraria all’uguaglianza e direi di più, all’umanità, al rispetto dei diritti inalienabili della Persona. Essere diversi non ci può essere negato mai, in nessun caso. E un governo che lo voglia fare in nome di una certa idea di uguaglianza è un governo che ha una logica miope e profondamente intransigente.

Ovvio, in clima di spending review, è più economico investire in leggi che vietino, più che in un’educazione che insegni, che faccia crescere coscienze libere e dialoganti.

Io non ci sto! Questo è un clima politico e sociale che di umano ha solo l’etichetta, una sorta di fine travestimento per logiche di manipolazione e ammaliamento delle coscienze. La logica imperante è quella del “fai ciò che più ti piace”. Porta la coca cola in classe, sgranocchia patatine mentre la prof. sta spiegando latino, usa giuste precauzioni per il sesso così potrai usare anche colui/colei con cui ci vai, prendi quello che ti serve perché ti appartiene, non ti voltare indietro perché il passato è andato e il futuro lo vivranno altri… e non aggiungo altro perché questo mondo ce lo stiamo vivendo tutti.

Ma mi piacerebbe che lo vivessimo a occhi aperti! Con logiche nuove, in cui il dialogo, la differenza, le idee, la coscienza, i valori diventino frutti di un percorso fatto insieme… in cui ognuno dia all’altro senza paura e senza coercizione, ma nel rispetto che sa gioire della differenza.

Mi chiederete: “Mariangela, da che parte stai? Non si capisce!”.

Sto dalla parte dell’amore e non della rabbia. Dalla parte del dialogo costruttivo tra logiche differenti e non dell’omologazione. Sto dalla parte di chi sa chi vuole essere e ha il coraggio di abbracciare tutte le conseguenze delle sue scelte, senza per questo denigrare gli altri o farli scomparire. Il razzismo per essere tale non ha bisogno di avere una minoranza contro cui scatenarsi. Il razzismo esiste tutte quelle volte in cui io, di fronte a te, voglio annullarti, possederti, gestirti, dominarti come neutro oggetto dei miei pensieri. Ed esiste sia che io sia 1000 contro uno, sia che sia uno contro 1000.

Io sto dalla parte di chi ha il coraggio di dire all’altro, chiunque esso sia: grazie perchè esisti! Perchè in te, riscopro me.

(Mariangela Tassielli, in Cantalavita).


lunedì 11 settembre 2017

Unità nelle cose necessarie, libertà in quelle dubbie, carità in tutte

Tolleranza senza relativismo. "Unità nelle cose necessarie, libertà in quelle dubbie, carità in tutte": una frase erroneamente attribuita a sant’Agostino, ma di fatto del teologo luterano del XVII secolo Ruperto Meldenio, ci richiama ad un’amorevole tolleranza di quei cristiani con i quali per molti versi dissentiamo ma che non pregiudicano l’essenza della fede annunciata e testimoniata nel Nuovo Testamento.
Philip Schaff, eminente storico della chiesa, considerava il detto del nostro titolo “la parola d’ordine degli operatori di pace cristiani” [1]. Frase spesso (ma erroneamente) attribuita a un grande teologo come Agostino, essa proviene però da un altrimenti oscuro teologo luterano tedesco del XVII secolo Ruperto Meldenio [2] (Peter Meiderlin). Questa frase [3] ricorre in un trattato sull’unità cristiana scritto circa nel 1627 durante la Guerra dei Trent’Anni (1618-1648) in un sanguinoso periodo della storia europea in cui tensioni religiose avevano giocato un ruolo significativo. Questo detto ha trovato grande favore in scrittori susseguenti come Richard Baxter [4] ed è usato come motto della Chiesa Morava e della Chiesa Presbiteriana Evangelica degli Stati Uniti [5]. Ci chiediamo: potrebbe servire pure come motto di ogni chiesa e di ogni denominazione cristiana oggi?

Unità

Coloro che sono uniti mediante la fede in Cristo, per questa stessa ragione sono di fatto uniti l’uno all’altro nella chiesa, il corpo di Cristo. Questa unione la chiamiamo “la comunione dei santi”. È cosa misteriosa e per comprenderla appieno dobbiamo considerarla sotto gli aspetti dell’ “ora” e di “non ancora”. Dato che si tratta di un’unione creata da Cristo quando ci ha battezzato con un unico Spirito del suo corpo, la chiesa (1 Corinzi 12:12-13), essa è vera oggi per ogni cristiano, è un “fait accompli”. Le manifestazioni di quell’unità, però, non sono sempre evidenti. I cristiani possono manifestare tra di loro spiacevoli divisioni, come quelle che anticamente erano successe nella chiesa di Corinto (1:10-17). La loro disunione poteva essere rilevata persino nella pubblica piazza quando le liti fra di loro erano state portate in tribunale (6:1-8). Persino la Cena del Signore non era sufficiente a portarli insieme nell’amore e nell’unità (11:17-34). Manifestare pienamente l’unità che già ci è data in Cristo appartiene alla perfezione del “non ancora” della fede e che verrà al momento della nostra glorificazione. Ë un desiderio profondo quello che aveva spinto il Signore Gesù a pregare per la nostra unità, consapevole trattarsi di una benedizione incomparabile e sulla quale si gioca la credibilità stessa della testimonianza che la chiesa rende a Gesù Cristo (Giovanni 17:20-23).

Libertà

Tensioni che sorgono dalla diversità di credenze e di pratiche fra i cristiani, sono già apparenti nelle pagine del Nuovo Testamento e rimangono con noi oggi. Nella chiesa di Roma vi era probabilmente una fiorente fazione di vegetariani (Romani 14). “Uno crede di poter mangiare di tutto, mentre l'altro che è debole, mangia verdure” (v. 2). Vi erano fra di loro differenze sul fatto se bisognasse osservare oppure no certi giorni di festa (v. 5). Come facciamo a convivere con tali differenze? L’apostolo Paolo scrive: “Accogliete colui che è debole nella fede, ma non per sentenziare sui suoi scrupoli” (v. 1). Una tale persona deve essere accolta, dice Paolo, non solo ricevuta allo scopo di discutere con essa le sue persuasioni. L’amore per una tale persona, per quanto sia debole nella fede, deve rimanere inalterato.

Nell’ambito di quell’amore, dobbiamo concedere a ciascuno la libertà di attenersi alla propria coscienza su quanto Cristo ha comandato (Romani 14:5), ma fino a che punto può essere concessa una tale libertà? Apparentemente fino al punto di includere i vegetariani e coloro che sostenevano che i cristiani dovessero continuare ad onorare le festività religiose ebraiche. Tale tolleranza, però, potrebbe includere l’accoglienza come membri di chiesa, da parte dei battisti di coloro che sono di persuasione pedobattista, oppure potrebbero i pedobattisti accogliere a pieno diritto come membri di chiesa chi ha persuasioni battiste? Dovrebbero ammettere alla tavola della Cena del Signore chi crede alla presenza corporea di Cristo in quel sacramento? Dopo duemila anni di storia della chiesa, i cristiani sono ancora divisi su molte questioni dottrinarie di base, persino sui segni stessi dell’unità in Cristo - il Battesimo e la Cena del Signore. Come si può, allora, essere uno in Cristo e dimostrare la comunione dei santi? Sembrerebbe che o dobbiamo ignorare le nostre differenze dottrinali e quindi trattarle come insignificanti, oppure rimanere permanentemente divisi ed in opposizione l’un all'altro fintanto che Cristo ritornerà. C'è però una via che possa essere considerata la via per eccellenza? (1 Corinzi 12:31)?

L’amore

L’amore per Cristo deve includere l’amore per la sua verità, e quindi non potremmo mai considerare insignificante una qualsiasi cosa Gesù abbia insegnato e comandato. Solo coloro che dimorano nella parola di Cristo sono veramente suoi discepoli (Giovanni 8:31), e ai discepoli deve essere insegnato ad obbedire a tutto ciò che è loro comandato (Matteo 28:19-20). È così che la strada che potremmo chiamare minimalismo dottrinale ci è preclusa. Non possiamo semplicemente ridurre il numero delle dottrine da insegnare e da credere a quello che possiamo accettare come importante ed ignorare tutto il resto. Movimenti in quella direzione sembrano sempre allentare i freni ed alla fine non rimane più nulla di distintamente cristiano. Non possiamo, però, neppure rinchiuderci in piccoli gruppi che abbiano il massimo accordo sulla dottrina e sulla morale e poi separarci dagli altri e rifiutare di riconoscere come cristiani coloro che non abbracciano tutti i nostri punti distintivi. La moltiplicazione di piccoli gruppi che vantano la loro purezza ma che denunciano e disprezzano coloro che non corrispondono esattamente a quel modello non fa nulla per esprimere la verità della chiesa “una, santa, cattolica ed apostolica”, quella per la quale Cristo è morto. L’amore che dobbiamo avere per tutti i discepoli di Cristo non trova espressione alcuna su quel sentiero. Dove sta, allora, la via più eccellente?

Come abbiamo osservato poco fa, l’unità che abbiamo è realizzata dallo Spirito di Cristo che ci battezza in Cristo e nel suo corpo, la chiesa (1 Corinzi 12:12-13). La nostra espressione di quell’unità deve quindi essere un’unità “secondo la verità che è in Gesù” (Efesini 4:21). Alla fin fine, essa sarà tutta la verità che è in Gesù, ma la nostra unione con Gesù non attende che quella perfezione sia raggiunta. La salvezza ci perviene per fede in Cristo, e così ci deve essere un nucleo essenziale che definisca la verità che è nostra per fede, sufficiente ad unirci in Cristo, anche se non è ancora completamente realizzata in ogni suo dettaglio [6]. Definire con precisione questo nucleo potrebbe provarsi altrettanto difficile di quanto lo sia vivere fedelmente l’intera verità, ma sicuramente include che Dio, creatore del cielo e della terra, contro il quale noi tutti abbiamo peccato, era in Cristo nel riconciliare con sé tutti coloro che credono, non imputando loro le loro colpe, ma perdonandoli attraverso la redenzione che si trova nella sua vita priva di peccato e nella sua morte espiatrice, ricevuta per sola fede, chiamandoci all’ubbidienza a Cristo come Signore sotto l’autorità della sua Parola nelle Sacre Scritture. Là dove Cristo è predicato in modo verace, là c'è l’Evangelo, e dove l’Evangelo è veramente creduto, là c’è la chiesa.

Eppure, come abbiamo visto, la chiesa che è in Gesù è una chiesa diversificata. Questa diversità fra i cristiani è dovuta alla nostra mancanza di conformità a Cristo. Egli ha scelto, in questo mondo di santificarci gradualmente. Dato che il progresso che facciamo nella santificazione varia sia per quanto riguarda la dottrina che la pratica, ci sarà sempre bisogno, in questo mondo di coloro che sono uniti in Cristo per vivere nell’amore l’uno verso l’altro e che pure sono alle prese con le loro differenze. Talvolta queste differenze risultano nella formazione di chiese e denominazioni diverse e questo proprio per mantenere una buona coscienza verso Dio. Tali divisioni, però, non sono da considerarsi il fallimento dell’unità fra di noi fintanto che non permettiamo loro di distruggere il nostro amore e accoglienza l’uno dell’altro in Cristo. Alcune fra queste divisioni sono comunque di carattere pratico, perché non tutti i cristiani del mondo possono unirsi nello stesso luogo e tempo.

Molte assemblee distinte di cristiani sparse per il mondo di fatto possono servire i propositi di Dio, disperdendoci tra i perduti per farvi brillare la luce di Cristo. I nostri raggruppamenti multipli possono pure servirci bene, incoraggiandoci ad essere fedeli a ciò che crediamo che Cristo ci abbia insegnato, portandoci insieme a coloro con i quali possiamo cooperare più pienamente. Se però permettiamo alle nostre divisioni di diventare fratture nell’amore ed occasione di orgoglio e di rivalità, allora non saremo stati fedeli alla nostra vocazione e la nostra testimonianza per Cristo ne sarà pregiudicata.

Il detto di Ruperto Meldenio stabilisce il giusto equilibrio. Ci chiama all’unità nelle cose essenziali, il nucleo di verità nella nostra unione con Cristo. Nelle cose non-essenziali (non quelle prive di importanza ma quelle cose che non impediscono di per sé la nostra unione con Cristo) essa ci chiama alla libertà, così che tutti possano seguire la loro coscienza sotto la Parola e lo Spirito. In ogni cosa, però, ci deve essere l’amore (o “carità” in latino), “...che è il vincolo della perfezione” (Colossesi 3:14), perché soltanto con l'amore si può vivere uniti in perfetta armonia.

“Il Dio della pazienza e della consolazione vi conceda di aver tra di voi un medesimo sentimento secondo Cristo Gesù, affinché di un solo animo e d'una stessa bocca glorifichiate Dio, il Padre del nostro Signore Gesù Cristo. Perciò accoglietevi gli uni gli altri, come anche Cristo vi ha accolti per la gloria di Dio” (Romani 15:5-7).

di Mark Ross, http://www.ligonier.org/learn/articles/essentials-unity-non-essentials-liberty-all-things/

Note

[1] History of the Christian Church, vol. 7, p. 650.
[2] https://en.wikipedia.org/wiki/Rupertus_Meldenius
[3] “Verbo dicam: Si nos servaremus in necesariis Unitatem, in non-necessariis Libertatem, in utrisque Charitatem, optimo certe loco essent res nostrae» “In una parola, dirò: se conserveremo l'unità nelle cose necessarie, la libertà in quelle non necessarie, e in entrambe la carità, le nostre faccende saranno certamente in ottima condizione”.
[4] https://it.wikipedia.org/wiki/Richard_Baxter
[5] Pure papa Giovanni XXIII utilizza questa frase nella sua prima enciclica, Ad Petri Cathedram
In necessariis unitas, in dubiis libertas, in omnibus caritas ("unità nelle cose necessarie, libertà in quelle dubbie, carità in tutte").
[6] Vedi il concetto di “adiaphora” in: https://it.wikipedia.org/wiki/Adiaphora