lunedì 11 settembre 2017

Unità nelle cose necessarie, libertà in quelle dubbie, carità in tutte

Tolleranza senza relativismo. "Unità nelle cose necessarie, libertà in quelle dubbie, carità in tutte": una frase erroneamente attribuita a sant’Agostino, ma di fatto del teologo luterano del XVII secolo Ruperto Meldenio, ci richiama ad un’amorevole tolleranza di quei cristiani con i quali per molti versi dissentiamo ma che non pregiudicano l’essenza della fede annunciata e testimoniata nel Nuovo Testamento.
Philip Schaff, eminente storico della chiesa, considerava il detto del nostro titolo “la parola d’ordine degli operatori di pace cristiani” [1]. Frase spesso (ma erroneamente) attribuita a un grande teologo come Agostino, essa proviene però da un altrimenti oscuro teologo luterano tedesco del XVII secolo Ruperto Meldenio [2] (Peter Meiderlin). Questa frase [3] ricorre in un trattato sull’unità cristiana scritto circa nel 1627 durante la Guerra dei Trent’Anni (1618-1648) in un sanguinoso periodo della storia europea in cui tensioni religiose avevano giocato un ruolo significativo. Questo detto ha trovato grande favore in scrittori susseguenti come Richard Baxter [4] ed è usato come motto della Chiesa Morava e della Chiesa Presbiteriana Evangelica degli Stati Uniti [5]. Ci chiediamo: potrebbe servire pure come motto di ogni chiesa e di ogni denominazione cristiana oggi?

Unità

Coloro che sono uniti mediante la fede in Cristo, per questa stessa ragione sono di fatto uniti l’uno all’altro nella chiesa, il corpo di Cristo. Questa unione la chiamiamo “la comunione dei santi”. È cosa misteriosa e per comprenderla appieno dobbiamo considerarla sotto gli aspetti dell’ “ora” e di “non ancora”. Dato che si tratta di un’unione creata da Cristo quando ci ha battezzato con un unico Spirito del suo corpo, la chiesa (1 Corinzi 12:12-13), essa è vera oggi per ogni cristiano, è un “fait accompli”. Le manifestazioni di quell’unità, però, non sono sempre evidenti. I cristiani possono manifestare tra di loro spiacevoli divisioni, come quelle che anticamente erano successe nella chiesa di Corinto (1:10-17). La loro disunione poteva essere rilevata persino nella pubblica piazza quando le liti fra di loro erano state portate in tribunale (6:1-8). Persino la Cena del Signore non era sufficiente a portarli insieme nell’amore e nell’unità (11:17-34). Manifestare pienamente l’unità che già ci è data in Cristo appartiene alla perfezione del “non ancora” della fede e che verrà al momento della nostra glorificazione. Ë un desiderio profondo quello che aveva spinto il Signore Gesù a pregare per la nostra unità, consapevole trattarsi di una benedizione incomparabile e sulla quale si gioca la credibilità stessa della testimonianza che la chiesa rende a Gesù Cristo (Giovanni 17:20-23).

Libertà

Tensioni che sorgono dalla diversità di credenze e di pratiche fra i cristiani, sono già apparenti nelle pagine del Nuovo Testamento e rimangono con noi oggi. Nella chiesa di Roma vi era probabilmente una fiorente fazione di vegetariani (Romani 14). “Uno crede di poter mangiare di tutto, mentre l'altro che è debole, mangia verdure” (v. 2). Vi erano fra di loro differenze sul fatto se bisognasse osservare oppure no certi giorni di festa (v. 5). Come facciamo a convivere con tali differenze? L’apostolo Paolo scrive: “Accogliete colui che è debole nella fede, ma non per sentenziare sui suoi scrupoli” (v. 1). Una tale persona deve essere accolta, dice Paolo, non solo ricevuta allo scopo di discutere con essa le sue persuasioni. L’amore per una tale persona, per quanto sia debole nella fede, deve rimanere inalterato.

Nell’ambito di quell’amore, dobbiamo concedere a ciascuno la libertà di attenersi alla propria coscienza su quanto Cristo ha comandato (Romani 14:5), ma fino a che punto può essere concessa una tale libertà? Apparentemente fino al punto di includere i vegetariani e coloro che sostenevano che i cristiani dovessero continuare ad onorare le festività religiose ebraiche. Tale tolleranza, però, potrebbe includere l’accoglienza come membri di chiesa, da parte dei battisti di coloro che sono di persuasione pedobattista, oppure potrebbero i pedobattisti accogliere a pieno diritto come membri di chiesa chi ha persuasioni battiste? Dovrebbero ammettere alla tavola della Cena del Signore chi crede alla presenza corporea di Cristo in quel sacramento? Dopo duemila anni di storia della chiesa, i cristiani sono ancora divisi su molte questioni dottrinarie di base, persino sui segni stessi dell’unità in Cristo - il Battesimo e la Cena del Signore. Come si può, allora, essere uno in Cristo e dimostrare la comunione dei santi? Sembrerebbe che o dobbiamo ignorare le nostre differenze dottrinali e quindi trattarle come insignificanti, oppure rimanere permanentemente divisi ed in opposizione l’un all'altro fintanto che Cristo ritornerà. C'è però una via che possa essere considerata la via per eccellenza? (1 Corinzi 12:31)?

L’amore

L’amore per Cristo deve includere l’amore per la sua verità, e quindi non potremmo mai considerare insignificante una qualsiasi cosa Gesù abbia insegnato e comandato. Solo coloro che dimorano nella parola di Cristo sono veramente suoi discepoli (Giovanni 8:31), e ai discepoli deve essere insegnato ad obbedire a tutto ciò che è loro comandato (Matteo 28:19-20). È così che la strada che potremmo chiamare minimalismo dottrinale ci è preclusa. Non possiamo semplicemente ridurre il numero delle dottrine da insegnare e da credere a quello che possiamo accettare come importante ed ignorare tutto il resto. Movimenti in quella direzione sembrano sempre allentare i freni ed alla fine non rimane più nulla di distintamente cristiano. Non possiamo, però, neppure rinchiuderci in piccoli gruppi che abbiano il massimo accordo sulla dottrina e sulla morale e poi separarci dagli altri e rifiutare di riconoscere come cristiani coloro che non abbracciano tutti i nostri punti distintivi. La moltiplicazione di piccoli gruppi che vantano la loro purezza ma che denunciano e disprezzano coloro che non corrispondono esattamente a quel modello non fa nulla per esprimere la verità della chiesa “una, santa, cattolica ed apostolica”, quella per la quale Cristo è morto. L’amore che dobbiamo avere per tutti i discepoli di Cristo non trova espressione alcuna su quel sentiero. Dove sta, allora, la via più eccellente?

Come abbiamo osservato poco fa, l’unità che abbiamo è realizzata dallo Spirito di Cristo che ci battezza in Cristo e nel suo corpo, la chiesa (1 Corinzi 12:12-13). La nostra espressione di quell’unità deve quindi essere un’unità “secondo la verità che è in Gesù” (Efesini 4:21). Alla fin fine, essa sarà tutta la verità che è in Gesù, ma la nostra unione con Gesù non attende che quella perfezione sia raggiunta. La salvezza ci perviene per fede in Cristo, e così ci deve essere un nucleo essenziale che definisca la verità che è nostra per fede, sufficiente ad unirci in Cristo, anche se non è ancora completamente realizzata in ogni suo dettaglio [6]. Definire con precisione questo nucleo potrebbe provarsi altrettanto difficile di quanto lo sia vivere fedelmente l’intera verità, ma sicuramente include che Dio, creatore del cielo e della terra, contro il quale noi tutti abbiamo peccato, era in Cristo nel riconciliare con sé tutti coloro che credono, non imputando loro le loro colpe, ma perdonandoli attraverso la redenzione che si trova nella sua vita priva di peccato e nella sua morte espiatrice, ricevuta per sola fede, chiamandoci all’ubbidienza a Cristo come Signore sotto l’autorità della sua Parola nelle Sacre Scritture. Là dove Cristo è predicato in modo verace, là c'è l’Evangelo, e dove l’Evangelo è veramente creduto, là c’è la chiesa.

Eppure, come abbiamo visto, la chiesa che è in Gesù è una chiesa diversificata. Questa diversità fra i cristiani è dovuta alla nostra mancanza di conformità a Cristo. Egli ha scelto, in questo mondo di santificarci gradualmente. Dato che il progresso che facciamo nella santificazione varia sia per quanto riguarda la dottrina che la pratica, ci sarà sempre bisogno, in questo mondo di coloro che sono uniti in Cristo per vivere nell’amore l’uno verso l’altro e che pure sono alle prese con le loro differenze. Talvolta queste differenze risultano nella formazione di chiese e denominazioni diverse e questo proprio per mantenere una buona coscienza verso Dio. Tali divisioni, però, non sono da considerarsi il fallimento dell’unità fra di noi fintanto che non permettiamo loro di distruggere il nostro amore e accoglienza l’uno dell’altro in Cristo. Alcune fra queste divisioni sono comunque di carattere pratico, perché non tutti i cristiani del mondo possono unirsi nello stesso luogo e tempo.

Molte assemblee distinte di cristiani sparse per il mondo di fatto possono servire i propositi di Dio, disperdendoci tra i perduti per farvi brillare la luce di Cristo. I nostri raggruppamenti multipli possono pure servirci bene, incoraggiandoci ad essere fedeli a ciò che crediamo che Cristo ci abbia insegnato, portandoci insieme a coloro con i quali possiamo cooperare più pienamente. Se però permettiamo alle nostre divisioni di diventare fratture nell’amore ed occasione di orgoglio e di rivalità, allora non saremo stati fedeli alla nostra vocazione e la nostra testimonianza per Cristo ne sarà pregiudicata.

Il detto di Ruperto Meldenio stabilisce il giusto equilibrio. Ci chiama all’unità nelle cose essenziali, il nucleo di verità nella nostra unione con Cristo. Nelle cose non-essenziali (non quelle prive di importanza ma quelle cose che non impediscono di per sé la nostra unione con Cristo) essa ci chiama alla libertà, così che tutti possano seguire la loro coscienza sotto la Parola e lo Spirito. In ogni cosa, però, ci deve essere l’amore (o “carità” in latino), “...che è il vincolo della perfezione” (Colossesi 3:14), perché soltanto con l'amore si può vivere uniti in perfetta armonia.

“Il Dio della pazienza e della consolazione vi conceda di aver tra di voi un medesimo sentimento secondo Cristo Gesù, affinché di un solo animo e d'una stessa bocca glorifichiate Dio, il Padre del nostro Signore Gesù Cristo. Perciò accoglietevi gli uni gli altri, come anche Cristo vi ha accolti per la gloria di Dio” (Romani 15:5-7).

di Mark Ross, http://www.ligonier.org/learn/articles/essentials-unity-non-essentials-liberty-all-things/

Note

[1] History of the Christian Church, vol. 7, p. 650.
[2] https://en.wikipedia.org/wiki/Rupertus_Meldenius
[3] “Verbo dicam: Si nos servaremus in necesariis Unitatem, in non-necessariis Libertatem, in utrisque Charitatem, optimo certe loco essent res nostrae» “In una parola, dirò: se conserveremo l'unità nelle cose necessarie, la libertà in quelle non necessarie, e in entrambe la carità, le nostre faccende saranno certamente in ottima condizione”.
[4] https://it.wikipedia.org/wiki/Richard_Baxter
[5] Pure papa Giovanni XXIII utilizza questa frase nella sua prima enciclica, Ad Petri Cathedram
In necessariis unitas, in dubiis libertas, in omnibus caritas ("unità nelle cose necessarie, libertà in quelle dubbie, carità in tutte").
[6] Vedi il concetto di “adiaphora” in: https://it.wikipedia.org/wiki/Adiaphora

martedì 22 agosto 2017

Lo Spirito Santo è ...maschio o femmina?

Lo Spirito Santo è un “lui”, una “lei”, o un “esso”, “maschile, femminile, o neutro”?

Non sorprende che Dio, come ha rivelato sé stesso attraverso la storia biblica e in modo supremo in Gesù Cristo, venga bistrattato dall’umanità empia e ribelle che, quando non lo nega apertamente, crede di doverlo “adattare” e conformare alle filosofie e religioni di questo mondo perché, così come egli si è rivelato “non gli sta bene”.

Com’è esplicitato nel Nuovo Testamento, Dio è Trinità: nella sua unità ed unicità vi sono tre persone in rapporto fra di loro: Dio il Padre, Dio il Figlio e Dio lo Spirito Santo, che si assumono, in perfetta armonia, compiti diversi. I Credo della Chiesa antica, ricevendo e sistematizzando l’insegnamento delle Sacre Scritture, lo hanno egregiamente precisato, stabilendo così, una volta per sempre, il contenuto della fede cristiana. Questo, però, non ha messo a tacere gli oppositori dell’ortodossia che, contraddicendosi fra di loro, continuano a contestarla in un modo o in un altro, mettendo in questione persino la grammatica della lingua che, inevitabilmente, Dio ha scelto di usare per comunicare sé stesso alla creature umane.

Chi o “che cosa” è lo Spirito Santo? Un errore comune è riferirsi allo Spirito Santo” come ad un “esso”, cosa che la maggior parte delle traduzioni bibliche sono attente ad evitare. Lo Spirito Santo è una chiaramente una persona. Porta gli attributi della personalità ed intrattiene rapporti personali. Ha intuizioni (1 Corinzi 2:10-11). Conosce cose, il che implica un intelletto (Romani 8:27). Ha una volontà (1Corinzi 12:11). Convince di peccato (Giovanni 16:8), opera miracoli (Atti 8:39), guida (Giovanni 16:13). Intercede fra le persone (Romani 8:26). Deve essere ubbidito (Atti 10:19-20). È possibile mentirgli (Atti 5:3), resistergli (Atti 7:51), amareggiarlo (Efesini 4:30), bestemmiarlo (Matteo 12:31), persino insultarlo (Ebrei 10:29) Si rapporta agli apostoli (Atti 15:28) e con gli altri membri della Trinità (Giovanni 16:14; Matteo 28:19; 2 Corinzi 13:14). La personalità dello Spirito Santo è presentata incontestabilmente nella Bibbia, ma che dire del suo “genere”?

Linguisticamente è chiaro che la la terminologia teistica maschile domina le Scritture: essa è quella che Dio ha scelto di utilizzare. Sia nell’Antico che nel Nuovo Testamento ci si riferisce a Dio con pronomi maschili. Nomi specifici di Dio (ad es. Yahweh, Elohim, Adonai, Kyrios, Theos ecc.) sono tutti di genere maschile. A Dio non viene mai dato un nome femminile o in suo riferimento vengono usati pronomi femminili. La cosa sarebbe ben stata teoricamente possibile, visto l’esempio delle religioni circostanti - non si vede il perché la fede ebraica avrebbe dovuto essere maggiormente “maschilista” delle altre. Per tutto il Nuovo Testamento allo Spirito Santo ci si riferisce al maschile, sebbene la parola per “spirito” in sé stessa (pneuma) sia di genere neutro. Il termine ebraico per “spirito” (ruach) è femminile in Genesi 1:2, ma in greco o in ebraico il genere di una parola non ha nulla a che fare con l’identità di genere.

Teologicamente parlando, dato che lo Spirito Santo è Dio, possiamo fare affermazioni su di lui in sintonia con le affermazioni generali che la Bibbia fa di Dio. Dio è spirito, in contrapposizione a ciò che è fisico o materiale. Dio è invisibile ed è spirito (non-corpo) /(Giovanni 4:24; Luca 24:39; Romani 1:20). Ecco perché mai una cosa materiale è stata usata per rappresentare Dio (Esodo 20:4). Se il genere è un attributo del corpo, allora uno spirito non ha un genere. Dio, nella sua essenza, non ha genere.

Le identificazioni di genere nella Bibbia per quanto riguarda Dio non sono univoche. Molti pensano che la Bibbia presenti Dio esclusivamente in termini maschili, ma questo non è il caso. Nel libro di Giobbe è detto che Dio “da alla luce” e si rappresenta come una madre in Isaia. Gesù descrive il Padre come una donna che cerca una moneta perduta in Luca 15 (e sé stesso come una “chioccia” in Matteo 23:37). In Genesi 1:26-27 Dio dice: “Facciamo l'uomo a nostra immagine, conforme alla nostra somiglianza, e abbiano dominio sui pesci del mare, sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutta la terra e su tutti i rettili che strisciano sulla terra». Dio creò l'uomo a sua immagine; lo creò a immagine di Dio; li creò maschio e femmina”. L’immagine di Dio comprende il maschio e la femmina - non semplicemente l’uno o l’altro. Questo è ulteriormente confermato in Genesi 5:2, che è tradotto: “li creò maschio e femmina, li benedisse e diede loro il nome di «uomo», nel giorno che furono creati”. Il termine ebraico “adam” significa “essere umano”: il contesto lo mostra chiaramente. Quindi, in qualunque grado l’umanità è fatta ad immagine di Dio, la questione del genere è irrilevante.

Le immagini maschili nella rivelazione, però, non sono prive di significato. La seconda volta che di Dio è detto specificatamente di essere rivelato attraverso un’immagine fisica è quando viene chiesto a Gesù di mostrare il Padre ai suoi discepoli, in Giovanni 14. Egli risponde al versetto 9: “Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre; come mai tu dici: "’Mostraci il Padre’"? L’apostolo Paolo rende chiaro che Gesù era “Egli è l'immagine del Dio invisibile, il primogenito di ogni creatura” (Colossesi 1:15). Quel versetto è incuneato in una sezione che dimostra la superiorità di Cristo su tutta la creazione. Le religioni più antiche credevano in un panteon - sia déi che dee - degne d’essere adorate. Il carattere distintivo giudeo-cristiano, però, è la sua fede in un Creatore supremo. Il linguaggio maschile si presta meglio al rapporto fra Creatore e creatura. Così come l’uomo entra in una donna dall’esterno per renderla incinta, così Dio crea l’universo dall’esterno piuttosto che dall’interno… Così come una donna non può da sé rendersi incinta, così l’universo non può creare sé stesso. Paolo fa eco di questo in 1 Timoteo 2:12-14 dove fa riferimento all’ordinamento creazionale come un modello per quello della chiesa.

Alla fin fine, qualunque sia la nostra spiegazione teologica, il fatto è che Dio ha scelto di far uso esclusivo di termini maschili per riferirsi a sé stesso persino nelle metafore. Attraverso la Bibbia egli ci insegna a come parlare di lui, e lo fa in termini relazionali maschili. Così, sebbene lo Spirito Santo in essenza non sia né maschio né femmina, a lui ci si riferisce propriamente in termini maschili in virtù del suo rapporto con la creazione ed alla rivelazione biblica. Non c’è assolutamente alcuna base biblica per considerare “femminile” il membro della Trinità Spirito Santo. Tutto il resto sono solo speculazioni e pretesti per avallare ideologie di questo mondo, speculazioni e pretesti per altro basati sulla relativizzazione critica del testo biblico. Se ci si discosta dal principio che tutte le Sacre Scritture ebraiche e cristiane sono Parola di Dio, senza riserve, così come la maggior parte dei cristiani hanno creduto e credono nel corso dei secoli e tutt’oggi, rispettando ed accettando tutto il modo in cui Dio ha scelto di rivelarsi, allora inevitabilmente si partirà per la tangente delle interpretazioni sempre più folli e distanti dal fondamento identitario della fede cristiana.