lunedì 14 gennaio 2013

Il problema del Salmo 137

Il “parlare duro” della Scrittura. Una lettura cristologica di un Salmo controverso

Là, presso i fiumi di Babilonia, sedevamo e piangevamo ricordandoci di Sion. Ai salici delle sponde avevamo appeso le nostre cetre. Là ci chiedevano delle canzoni quelli che ci avevano deportati, dei canti di gioia quelli che ci opprimevano, dicendo: «Cantateci canzoni di Sion!» Come potremmo cantare i canti del SIGNORE in terra straniera?  Se ti dimentico, Gerusalemme, si paralizzi la mia destra;  resti la mia lingua attaccata al palato,  se io non mi ricordo di te, se non metto Gerusalemme al di sopra di ogni mia gioia. Ricòrdati, SIGNORE, dei figli di Edom, che nel giorno di Gerusalemme dicevano: «Spianatela, spianatela, fin dalle fondamenta!». Figlia di Babilonia, che devi essere distrutta, beato chi ti darà la retribuzione del male che ci hai fatto! Beato chi afferrerà i tuoi bambini e li sbatterà contro la roccia!” (Salmo 137).
Il Salmo 137 è ampiamente considerato, nella sua parte finale (perché il resto è stato cantato volentieri anche da composizioni moderne), come il più meschino fra i salmi imprecatori. Gli esiliati in Babilonia. angosciati per le atrocità commesse dai babilonesi quando avevano invaso Israele, massacrando donne e bambini e deportando gran parte dei suoi abitanti, pregano affinché Babilonia venga trattata e distrutta nello stesso modo in cui essi avevano trattato gli israeliti ("Occhio per occhio, dente per dente", concetto biblico). Questo Salmo rimane spesso, però, fonte di imbarazzo per molti cristiani che non vi riconoscono lo Spirito di Cristo e che quindi tendono ad ometterne “prudenzialmente” i versetti “incriminati” come se essi non facessero parte del testo ispirato o comunque perché facilmente equivocabili.

In effetti, se lo si legge così come sta, fuori dal suo contesto storico e teologico, esso sembra essere un canto di pura vendetta tanto da venire spesso usato come “prova” del carattere non ispirato della Bibbia. Alcuni commentatori lo giustificano come una comprensibile reazione “a caldo” di fronte alle indicibili atrocità subite dal popolo ebraico e quindi parte del carattere umano della Bibbia, inscindibilmente mescolato al suo carattere divino. Questi sentimenti, poi, li si suppone più tardi moderati, “a mente fredda” quando le vittime delle violenze subite dagli oppressori babilonesi considerano il resto del messaggio biblico. Da cui anche il frequente appello fatto ai lettori moderni, di “trascendere” questi sentimenti nell’ottica di Cristo.

Tutte queste considerazioni, però, si muovono tutte ad un livello molto superficiale e non tengono conto dei presupposti da cui parte anche questo testo della Parola di Dio. Il vero problema di questo salmo, però, risiede nel fatto che Dio aveva dato a questi stessi esiliati delle precise istruzioni a pregare per Babilonia e il suo bene! Infatti, Geremia aveva loro scritto: “Cercate il bene della città dove io vi ho fatti deportare, e pregate il SIGNORE per essa; poiché dal bene di questa dipende il vostro bene” (29:7). Sembra così che, in qualche modo, l’autore del Salmo 137 abbia alla fine respinto il messaggio di Geremia. Egli non prega per il bene della città di Babilonia, ma per la sua distruzione.

E’ certamente chiaro dai Salmi 58, 109 ed altri, come sia del tutto legittimo pregare per la distruzione dei nemici di Dio, perché la giustizia di Dio sia manifestata senza ritardo, così come sicuramente lo sarà. In questo caso, però, Dio aveva espressamente detto agli esiliati di non pregare in quel mondo. Si tratta forse, allora, di un salmo “carnale”, scritto da un ribelle che aveva respinto il comando di Dio? No, al contrario, l’apparente contraddizione fra i sentimenti del Salmo 137 e la lettera di Geremia ci deve spingere a considerare quel salmo più attentamente e vedere se possa esservi trovata, di fatto, un’altra interpretazione.

Presupponiamo che l’autore di questo salmo abbia senza dubbio pienamente assorbito la prospettiva di Geremia. Egli sapeva che la distruzione di Gerusalemme non era stata causata, in ultima istanza, dall’esercito babilonese, ma dai peccati del popolo di Dio. Egli sapeva che “il nemico” che aveva distrutto Gerusalemme di fatto era Dio stesso, il divino sposo giustamente di lei geloso. Egli sapeva che Gerusalemme aveva pienamente meritato tutto ciò che le era capitato. Egli è d’accordo con la lamentazione di Geremia. Inoltre, egli sa che Dio vuole che lui preghi per il bene di Babilonia e questo vuol dire pregare per la sua conversione. E’ possibile che, nonostante le apparenze, le cose stiano a questo modo? Sì, è possibile.

Il salmista rammenta, in primo luogo, quanto moralmente e spiritualmente distrutti erano stati lui e gli altri esiliati al loro arrivo a Babilonia. Certamente non avrebbero potuto più cantare in queste circostanze, e, per così dire, “avevano appeso le loro arpe al chiodo”. I Babilonesi, però, li avevano incoraggiati a cantare, anzi, avevano preteso che cantassero! Che vuol dire? Significa che, invece di forzare gli esiliati a cantare i canti dei pagani, i Babilonesi volevano che cantassero i canti di Dio, del Dio di Israele! Per quegli esiliati questo avrebbe, però, significato, una straordinaria opportunità di evangelizzazione!

Come potremmo cantare i canti del SIGNORE in terra straniera? In che modo faremo questa “evangelizzazione”? Beh, in primo luogo faremo conoscere ai Babilonesi la vera Gerusalemme di Dio. Diremo loro che la perizia delle nostre mani e della nostra lingua proviene dalla città di Dio. Diremo loro che la città di Dio deve essere esaltata al di sopra di ogni altra città umana. Quando la città di Dio, Gerusalemme si era però prostituita ed era diventata città dell’uomo, Dio l’aveva distrutta (come fra l’altro aveva minacciato di fare in precedenza). Allora, diremo ai Babilonesi proprio questo.

In secondo luogo, diremo ai Babilonesi che Dio è un Dio che giudica e condanna giustamente  Dato che noi non possiamo maledire Babilonia, noi malediciamo Esaù (Edom). Ogni qual volta, infatti, Dio aveva portato contro Gerusalemme un esercito straniero, gli avvoltoi edomiti si erano rallegrati della sua distruzione ed avevano peggiorato il disastro. Questo è il tema della profezia di Abdia.

Nei termini del modello biblico, il primo colpevole del saccheggio di Gerusalemme sono gli stessi ostinati abitanti di Gerusalemme. In ciascun caso, Dio si avvale di un esercito straniero, accompagnato da Edomiti compiacenti, per eseguire il Suo giudizio di condanna su Gerusalemme. Poi, però, Dio stesso si volge verso quegli stessi esecutori ed esegue il Suo giudizio di condanna su quello stesso esercito straniero e sugli edomiti, proprio perché avevano saccheggiato Gerusalemme nella loro malvagità ed ambizioni senza scrupoli e non per un giusto zelo nella causa del vero Dio. I pagani possono certo essere usati da Dio nell’esecuzione dei Suoi propositi, ma questo non li giustifica né li esonera dal simile castigo che cadrà a suo tempo su di loro.

Il giudizio di Dio si manifesta in due forme. La prima è il giudizio di distruzione totale, la seconda forma di giudizio è il giudizio a risurrezione. Nel caso di Edom, la profezia è sempre di giudizio di totale distruzione. Nel caso dei Gentili, la profezia è di solito di giudizio finalizzato a ravvedimento e risurrezione. E’ il caso che troviamo qui.

La chiave per comprendere la profezia “contro” Babilonia nel Salmo 137:8-9 è quello di rammentarci chi sia la Roccia nel Salterio. La Roccia è Dio (il Suo Cristo). “Sbattere i bambini contro la roccia” è un’immagine non di distruzione totale, ma di salvezza! Di fatto vi è chi ha predicato su questo testo in occasione di battesimi di bambini! O un uomo cade sulla Roccia ed è salvato, o la Roccia cade su quell’uomo e ne è schiacciato [“Chiunque cadrà su quella pietra si sfracellerà ed essa stritolerà colui sul quale cadrà” (Luca 20:18)]. Nonostante come alcune traduzioni lo interpretino, nel Salmo 137:9 “roccia” è singolare, non plurale!

Il Salmista profetizza che Babilonia sarà distrutta esattamente come Gerusalemme. Questo è inevitabile. Che tipo di distruzione, però, sarà? Distruzione completa oppure distruzione in vista di risurrezione?

“Beato chi ti darà la retribuzione del male che ci hai fatto!”. Chi è che “retribuirà” Babilonia? Sarà Dio stesso! Il Salmista desidera che accada per Babilonia la stessa cosa accaduta a Gerusalemme. Sì, la città sarebbe stata distrutta, ma il resto del popolo di Israele sarebbe stato salvato. Il popolo si era ravveduto. Occhio per occhio, la distruzione di Babilonia si risolverà con lacrime di ravvedimento e di salvezza. Il giudizio è opportunità per alcuni di ravvedimento e di conversione.

L’uomo pio che scrisse questo Salmo si rendeva conto che nonostante gli orrori della sua distruzione, sarebbe stato indubbiamente un giorno felice quando Gerusalemme sarebbe stata distrutta, perché sarebbe stato quell’avvenimento a provocare il suo ravvedimento. Allo stesso modo, sarà un giorno felice quando i figli di Babilonia (“i Gentili”) avranno "battuto la testa” contro la Roccia di salvezza per unire indissolubilmente la loro vita a Lui.

Per la sensibilità moderna l’immagine può essere indigesta, ma  la letteratura antica “non va tanto per il sottile”, non teme di menzionare oggettive atrocità in insegnamenti teologici coerenti con il messaggio di salvezza complessivo delle Scritture, visibile a chi ha “occhi per vedere”. La letteratura biblica giammai si compiace in atrocità, ma anche quando si esprime in termini che giudichiamo “crudi”, essa opera su presupposti che non tutti sono in grado di vedere. Anche quello del Signore nostro Gesù Cristo era stato considerato “un parlare duro”: “...Perciò molti dei suoi discepoli, dopo aver udito, dissero: «Questo parlare è duro; chi può ascoltarlo?»” … Gesù, sapendo dentro di sé che i suoi discepoli mormoravano di ciò, disse loro: Questo vi scandalizza? (...) Ma tra di voi ci sono alcuni che non credono». Gesù sapeva infatti fin dal principio chi erano quelli che non credevano, e chi era colui che lo avrebbe tradito. E diceva: «Per questo vi ho detto che nessuno può venire a me, se non gli è dato dal Padre»” (Giovanni 6:60,61,64,65).

Altra questione è poi l’ipocrita “sensibilità moderna” che si scandalizza “per certe cose”, ma che tante atrocità le commette poi “in maniera pulita” come la piaga dei milioni di bambini concepiti ed abortiti senza tanti scrupoli, anzi, con molte giustificazioni. Per non parlare poi di quanto la mentalità moderna abbia in avversione il giusto giudizio di Dio verso i peccatori sulla base delle sue fantasiose concezioni su un Dio che tutto tollera e perdona. Che ci piaccia o non ci piaccia, l’umanità intera è una specie condannata (bambini inclusi, che non sono affatto “innocenti” come pure ci si immagina). E’ solo per la grazia di Dio in Gesù Cristo che una parte di essa è immeritatamente salvata.

3 commenti:

  1. No, il Signore non permette che di Lui si abbiano due visioni contrastanti, ma una sola: Egli è Amore ma anche Giustizia. Noi umani non siamo in grado di possedere totalmente questi due aspetti, ma Lui sì. Lui può dire anche (Nuovo Testamento, nuova dispensazione), "..costoro, come bruti senza ragione, nati alla vita animale per esser presi e DISTRUTTI, ...2aPt. 2,12.

    RispondiElimina
  2. .i bambini non sono affatto innocenti,come invece ci si immagina...puoi spiegare meglio questo concetto Paolo,così duro da accettare perla moderna sensibilità ?grazie
    Antonio

    RispondiElimina
  3. Per chi segue l'insegnamento biblico, questo è un presupposto scontato. Secondo l'insegnamento biblico, infatti, ogni essere umano è contaminato sin dal momento del suo concepimento da ciò che la Bibbia definisce come peccato, vale a dire la tendenza ereditaria, radicata e colpevole, a rifiutare Dio ed a resistere alle leggi morali che Egli ha disposto, per fare solo ciò che vuole e gli sembra più conveniente. Questa concezione indubbiamente si scontra contro quanto la cultura contemporanea crede sull'essere umano e sui bambini in particolare, concezione che ha influenzato anche molti cristiani professanti.

    Indipendentemente dall'argomento dell'articolo citato mi sembra opportuno, visto la reazione di alcuni, a “rispolverare” e riaffermare l'insegnamento biblico a proposito della condizione morale e spirituale del bambino, facendoci la domanda: “Che cos'è il bambino?”. Considereremo due aspetti: il bambino (figlio) come dono e il bambino come peccatore (da accompagnare a Cristo).

    Sono stati pubblicati sull'argomento migliaia di libri che danno consigli di ogni tipo sulla educazione dei bambini, ma che di fatto non ne affrontano questa questione di fondo e che così si rendono non molto utili a genitori cristiani. Dobbiamo sempre considerare i presupposti, le questioni di base, di ogni questione se vogliamo procedere in modo sensato. Dobbiamo sapere ciò di cui stiamo trattando quando vogliamo educare i nostri figli. Dobbiamo così affrontare la questione da una prospettiva cristiana e biblica e lasciare che sia Dio, attraverso la Sua Parola, ci dica che cosa sono i bambini. Questo implica che necessariamente la nostra risposta sarà diversa da quella del mondo che ignora la Parola di Dio.

    Dobbiamo poi rispondere a questa questione dalla prospettiva di genitori cristiani. Anche se i figli dei credenti hanno le stesse caratteristiche, per natura, dei bambini di una famiglia non credente, Dio stesso opera una distinzione fra di loro. In 1 Corinzi 7:14 Paolo scrive: “...perché il marito non credente è santificato nella moglie, e la moglie non credente è santificata nel marito credente; altrimenti i vostri figli sarebbero impuri, mentre ora sono santi”. I figli dei credenti “ora sono santi”, vale a dire che Dio li ha riservati a Sé. Così, quando parliamo di bambini, rammentiamoci che stiamo parlando dei figli che Dio ci ha dato nelle nostre famiglie cristiane.

    Così, qual'è la concezione biblica dei bambini. Chi è il bambino?

    Il bambino come dono, responsabilità e benedizione
    Il bambino come peccatore da accompagnare a Cristo

    Vedasi: http://riforma.info/bambini/index.htm

    RispondiElimina