venerdì 5 novembre 2010

La nostra fede alla prova dei fatti​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​

"8 Non lo dico per darvi un ordine, ma per mettere alla prova, con l'esempio dell'altrui premura, anche la sincerità del vostro amore. 9 Infatti voi conoscete la grazia del nostro Signore Gesù Cristo il quale, essendo ricco, si è fatto povero per voi, affinché, mediante la sua povertà, voi poteste diventar ricchi" (2 Corinzi 8:8-9).

L'amore sta indubbiamente al centro della fede cristiana: l'amore di Dio che Egli ci manifesta in Gesù Cristo ci trasforma affinché, similmente, noi amiamo Lui ed il nostro prossimo. Spesso, però, parliamo troppo d'amore e non lo pratichiamo abbastanza. L'apostolo Giovanni scrive: "Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma con i fatti e in verità" (1 Giovanni 3:18). Verificare in quale misura noi effettivamente amiamo Dio ed il nostro prossimo vuol dire verificare la genuinità stessa della fede che professiamo. È per questo che pure l'apostolo Pietro scrive: "Perciò, fratelli, impegnatevi sempre di più a render sicura la vostra vocazione ed elezione" (2 Pietro 1:10).

È in questa prospettiva che l'apostolo Paolo, nel testo che esaminiamo oggi, propone ai cristiani di Corinto di contribuire con un generoso dono in denaro alle necessità vitali dei cristiani della Palestina. Egli non comanda loro di farlo perché l'amore sorge spontaneamente in coloro che Dio ha rigenerato: rispondere ai bisogni dei loro fratelli e sorelle diventa così un'ottima opportunità di verificare l'autenticità della loro fede, quell'amore solidale che hanno già dimostrato i loro fratelli e sorelle della Macedonia, e che ora quelli di Corinto sono chiamati ad emulare. ​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​Ciò che qui è tradotto con "mettere alla prova" [δοκιμάζω (dokimazo)] significa, appunto, "fare un test", verificare. È così che, anche in questo caso,​ Paolo si dimostra esemplare pastore: gli stanno a cuore le necessità dei cristiani della Palestina, ma anche la qualità della fede dei cristiani di Corinto, che deve mirare ad essere sempre meglio conforme all'amore che Dio ci ha manifestato in Cristo.​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​

Questa verifica deve essere fatta, infatti, non solo rispetto a ciò che fanno i nostri fratelli più virtuosi, ma soprattutto rispetto a Cristo​​​​​​​​​​: nessuno, infatti potrebbe fare più di Lui. "La grazia del nostro Signore Gesù Cristo"​ (v. 9) è quanto Dio fa in favore di coloro che pure non lo meriterebbero attraverso la Persona e l'opera di Gesù Cristo.
L'eterno Figlio di Dio, nella Sua dimora celeste, condivideva pienamente con Dio Padre tutto ciò che la divinità comporta. Egli era "in forma di Dio" ma "non considerò l'essere uguale a Dio qualcosa a cui aggrapparsi gelosamente" (Filippesi 2:6). Diventando un essere umano in Cristo, volontariamente Egli "si è fatto povero per voi"​, "è entrato in uno stato di povertà" condividendo tutte le limitazioni dell'essere umano.

L'umanità, infatti, è una condizione indubbiamente di "povertà" non solo rispetto alla gloria della divinità, ma anche rispetto a ciò che dovevamo essere nei progetti di Dio e che è stato rovinato dal peccato. Come il figliol prodigo della parabola di Gesù, noi abbiamo sperperato tutti i beni che Dio ci aveva dato: "Quando ebbe speso tutto, in quel paese venne una gran carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno" (Luca 15:14).

Come scrisse Giovanni Calvino: "Si trova infatti nell’uomo un mondo di tale miseria, dacché siamo stati spogliati degli ornamenti celesti, e la nostra nudità mostra con vergogna una tal quantità di obbrobrio da lasciarci confusi; d’altra parte è necessario che la coscienza della nostra sventura ci pungoli perché almeno ci avviciniamo ad una qualche conoscenza di Dio. Infatti dal sentimento della nostra ignoranza, vanità, distretta, infermità e ancor più, perversità e corruzione, siamo condotti a riconoscere che in Dio solamente c’è vera luce di saggezza, forza stabile, ricchezza di ogni bene, purezza di giustizia. Solo turbati dalle nostre miserie ci volgiamo a considerare i beni di Dio, e non possiamo volgerci a lui seriamente se non dopo aver cominciato ad essere insoddisfatti di noi stessi" (Istituzione 1:1).

È proprio in questo "stato di bisogno" che Cristo si è immerso per potercene tirare fuori.

Non solo questo, ma la scelta di Cristo è stata quella di condividere la condizione dei più umili nella società, di "quelli che non contano", com'è rilevato nei vangeli di Matteo e Luca. Cristo, per amor nostro, ha assunto la natura di un servo: " spogliò se stesso, prendendo forma di servo, divenendo simile agli uomini, trovato esteriormente come un uomo, umiliò se stesso, facendosi ubbidiente fino alla morte, e alla morte di croce" (Filippesi 2:7-8). È così che il sacrificio di Cristo si può dire non essere iniziato alla croce, e nemmeno alla Sua nascita, ma in Cielo, quando ha deposto la Sua gloria ed a consentito di venire fra di noi così come noi siamo, ad eccezione del peccato.​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​

Perché ha fatto tutto questo? Affinché coloro che il Padre Gli ha affidato in vista della salvezza potessero essere salvati dalle conseguenze del peccato, rigenerati e portati alla gloria, "affinché, mediante la sua povertà, voi poteste diventar ricchi".

In che cosa consiste questa ricchezza che riceviamo per grazia in Cristo? In questa sua lettera l'Apostolo ha menzionato già non meno di otto ricchezze: la caparra dello Spirito (1:22; 5:5); l'essere rinnovati di giorno in giorno (4:16); uno smisurato peso eterno di gloria (4:17); una dimora eterna nei cieli (5:1); l'eterna comunione con Cristo (5:8), il diventare nuove creature (5:17); la riconciliazione (5:18) e il diventare "giustizia di Dio in Lui" (5:21).

PreghieraSignore Iddio, Ti ringrazio che Ti sei fatto povero per me in Cristo raggiungendomi nella mia umanità e miseria per tirarmene fuori e riportarmi alla gloria della comunione con Te. Fa' si che la Tua immensa generosità mi spinga sempre meglio ad amare concretamente il mio prossimo, sensibile e disponibile alle sue necessità. Nel nome di Cristo. Amen. 

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