venerdì 18 marzo 2011

Fatti, non vana millanteria


"12:1 Bisogna vantarsi? Non è una cosa buona; tuttavia verrò alle visioni e alle rivelazioni del Signore. 2 Conosco un uomo in Cristo che quattordici anni fa (se fu con il corpo non so, se fu senza il corpo non so, Dio lo sa), fu rapito fino al terzo cielo. 3 So che quell'uomo (se fu con il corpo o senza il corpo non so, Dio lo sa) 4 fu rapito in paradiso, e udì parole ineffabili che non è lecito all'uomo di pronunciare. 5 Di quel tale mi vanterò; ma di me stesso non mi vanterò se non delle mie debolezze. 6 Pur se volessi vantarmi, non sarei un pazzo, perché direi la verità; ma me ne astengo, perché nessuno mi stimi oltre quello che mi vede essere, o sente da me(2 Corinzi 12:1-6).

Fra i "titoli di merito" dei quali l'Apostolo Paolo avrebbe potuto vantarsi e che qui si sente costretto a menzionare, pur non facendolo volentieri, è il privilegio che Dio gli aveva concesso di essere scelto per ricevere, lui fra pochi altri, rivelazioni e visioni straordinarie da parte di Dio. Unico, infatti, era e rimane il ruolo che Dio gli aveva affidato di essere fra gli scrittori ispirati principali della Bibbia cristiana.  Il suo riserbo ed umiltà è tale, però, che egli non solo non ne fa motivo di vanto, ma neanche ne vorrebbe parlare! Ecco così che l'Apostolo, costretto a menzionare ciò che lo potrebbe accreditare agli occhi del mondo, parla di questa sua esperienza in terza persona come se quello che gli era accaduto riguardasse un'altra persona che egli conosce e ....della quale è fiero! Di fatto, di queste esperienze egli non ne aveva mai parlato prima con nessuno. Si tratta indubbiamente pure di qualcosa di difficile da descrivere e fare intendere correttamente, cosa per la quale gli mancano le parole per farne intendere tutta la portata.

Ecco così, che Paolo descrive come quattordici anni prima, prima del suo impegno missionario per la diffusione dell'Evangelo, il suo "periodo di silenzio", egli fosse stato "rapito fino al terzo cielo" (2). Il "terzo cielo", nella concezione del mondo ebraica di allora, era il luogo della dimora di Dio. Il primo cielo è la nostra atmosfera, il secondo cielo è lo spazio interplanetario, il terzo cielo (o "paradiso") la dimensione spirituale, una realtà che trascende la nostra dimensione spazio-temporale. Gesù aveva promesso al ladrone morente ravveduto e credente in Lui; «Io ti dico in verità, oggi tu sarai con me in paradiso» (Luca 23:43). Si tratta del luogo dove si trova "l'albero della vita" (Apocalisse 2:1).  Come Paolo ci fosse arrivato, prima di terminare la sua vita terrena (!), "se con il corpo ... o senza il corpo", Paolo non ne ha idea, ma "lassù" egli aveva indubbiamente udito "parole ineffabili che non è lecito all'uomo di pronunciare" (4). Di che cosa si trattava? Probabilmente di un'esperienza mistica per la quale nessuna "traduzione" terrena era possibile.

Tutto questo è forse pure una critica neanche tanto velata di coloro che a Corinto vantavano di avere avuto rivelazioni speciali da parte di Dio e che non mancavano di diffonderle a gran voce nella comunità creando, per altro, grande confusione. I cristiani non devono andare, infatti, "oltre a quello che è scritto", oltre a quello che Dio ha autorizzato ed ha affidato agli apostoli dei quali Paolo è l'ultimo, quand'anche fossero visioni e rivelazioni straordinarie. No, non è stata autorizzata la diffusione di alcuna "rivelazione segreta" e speciale, anche se magari "ci solleticherebbe" molto conoscerla. Vi sono oggi ambienti cristiani dove queste "rivelazioni" e "visioni" sono rese pubbliche "con grande effetto mediatico" e popolarità. Chi le promuove non esita a contrapporsi con disdegno a quei cristiani che "non possono vantare" queste cose. Molto spesso queste "rivelazioni" sono spurie o semplicemente fenomeni della psiche umana. Quelle di Paolo erano state rivelazioni e visioni autentiche, eppure persino lui deve tacere al loro riguardo! È e deve rimanere "una questione privata". È anche in questo senso che esse sono "inesprimibili" (ineffabili). Infatti, "Le cose occulte[tenute segrete] appartengono al SIGNORE nostro Dio, ma le cose rivelate [autorizzate come tali] sono per noi e per i nostri figli per sempre, perché mettiamo in pratica tutte le parole di questa legge" (Deuteronomio 29:28).

Ci piacerebbe, così, sicuramente conoscere di più sull'esperienza che Paolo ha avuto, ma egli non soddisfa minimamente questa nostra curiosità e non ne parla più.  Potrebbe essere cosa di cui vantarsi e di cui parlare ampiamente, ma egli torna a dirigere la nostra attenzione sulle sue debolezze (!) non sui suoi "punti di forza". Tutto questo potrebbe indubbiamente deluderci. Se "ci delude", allora ancora non abbiamo compreso quello che il cristiano deve considerare valori, ciò che più conta.

Come possono, però, le nostre debolezze essere considerate "valori"? Difatti non lo sono... Ciò che deve essere considerato valore supremo è Cristo e la grazia di Dio che sovviene alle nostre debolezze! Non c'è nulla che ci appartenga "per natura" del quale potremmo vantarci: ci vanteremo solo di quello che riceviamo da Dio: la Sua grazia, grazia verso dei peccatori!

Paolo, così, si astiene dal vanto di per sé stesso: "perché nessuno mi stimi oltre quello che mi vede essere, o sente da me(6). I Corinzi dovranno valutare l'Apostolo "alla prova dei fatti", non sulla base di quel che egli possa vantare o qualcuno dica di lui: la trasmissione fedele della Parola rivelata di Dio e l'amore incondizionato ad imitazione di Cristo.

PreghieraSignore Iddio, tanta spiritualità oggi non è che "carnalità sotto mentite spoglie". Ti chiedo perdono se fossi caduto anch'io in questi errori e non ho valorizzato quello che Tu, e non il mondo, ritieni importante. Dammi discernimento, te ne prego, e coraggio, perché io possa esaltare esclusivamente Te e la Tua grazia verso un indegno peccatore così come io sono. Nel nome di Cristo. Amen.

[Questa è la continuazione del mio studio biblico su II Corinzi, riflessione n. 44]

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