venerdì 1 febbraio 2013

Quando ci vuole ci vuole!


In italiano c’è l’espressione ironica: “dare tutti i titoli” ad una persona quando le si attribuisce degli appellativi, degli epiteti (ingiuriosi, degradanti o diffamanti), dei “nomi”; quando la si “classifica” (parlando di essa o con essa) in un certo modo per esprimere disprezzo o discredito, come: “gli diede il titolo di ladro, d’imbroglione”; “gli affibbiò i titoli più offensivi”; “sta’ attento un’altra volta prima di dare certi titoli”.

Quando ci si esprime in questo modo parlando direttamente a una persona, la finalità di questa pratica è generalmente quella di umiliarla (spesso di fronte ad altri) in modo denigratorio, facendo riferimento a vere o presunte sue caratteristiche o comportamenti (fisiche, sessuali, mentali, di classe ecc.) considerate spregevoli o riprensibili. Talvolta l’attribuzione fa riferimento ad animali proverbialmente accostati a comportamenti riprovevoli, come serpe, volpe, scarafaggio, asino, cane, o implicitamente il ratto (ad esempio nell'espressione “dovrebbe tornare nelle fogne da dove è venuto”). Anche se quell’espressione fosse giustificata come “uno scherzo”, si tratta spesso solo di un’aggressione verbale, un insulto teso ad intimidire, traumatizzare, per far tacere quello che si considera avversario ed averne così la meglio, bloccarne l’azione, emarginarlo, sottometterlo e quindi esercitarne potere (come nel “bullismo”). Anche di fronte all’uditorio, spesso l’uso di queste espressioni vuole essere una “dimostrazione di forza” a scopo di implicita minaccia (come per dire “sta attento perché potrei fare lo stesso con te”) oppure per mettersi in mostra, in evidenza. farsi “apprezzare” per la propria baldanza.

Parlando o scrivendo di persone, la pratica della “categorizzazione” ha la finalità di discreditarne le argomentazioni (ritenute false o comunque sgradite, inappropriate, non convenienti, o insostenibili, “non credibili” rispetto ai propri criteri e giudizio) oppure di denunciarne comportamenti ritenuti immorali (disonestà, faziosità, ecc.). Quest’ultima prassi può essere più o meno consapevole espressione della tattica retorica dell’argumentum ad hominem (ovvero "argomento contro l'uomo") che consiste nello screditare un'affermazione o un'argomentazione attaccando la persona che la sostiene ed attribuendole indegnità morale. Le si affibbiano così stereotipi dispregiativi invece di rispondere agli argomenti che ha esposto, o perché non si ha o non si è in grado di rispondervi, o perché non si ritiene quella persona “degna di risposta” (questo comunque è l’obiettivo a cui si vuole giungere). Una di queste tecniche è stata persino chiamata “Reductio ad Hitlerum” quando ad una persona le si dà del “nazista” o “fascista” per indurre a sottrarle l’uditorio, qualunque cosa dica...

Una categorizzazione comune in certi ambienti è l’appellativo di “fondamentalista” a cui si associa l’idea di “fanatico retrogrado” e “ignorante incolto” e così “troglodita” o “uomo delle caverne”, discreditandolo presso chi “certo non vorrebbe” passare come tale o anche solo apparire di prestargli ascolto. Questo presuppone che coloro che fanno uso di questo epiteto sarebbero “evoluti”, “colti”, “intelligenti”, “progressisti”, “tolleranti”... Un creazionista potrebbe essere insultato venendo denominato "troglodita" perché respinge “l’indubitabile” teoria dell'evoluzione di Darwin o “le conquiste della scienza”. Lo stesso accadrebbe per un creazionista che denominasse "scimmia" un darwiniano... Un’altra etichetta oggi popolare in certi ambienti è quella di “omofobo”, pregiudiziale da appioppare a chiunque appaia mettere anche solo minimamente in discussione ciò che riguarda l’omosessualità e non si allinea con le posizioni ad essa favorevoli, ritenute il massimo del “progresso” morale e civile.

È accettabile per un cristiano fare uso di questa sorta di appellativi nei termini che abbiamo descritto? Sicuramente si tratta di pratiche reprensibili e disoneste rispetto ai generali e riconosciuti standard etici e morali proclamati dall’insegnamento e dall’esempio di Gesù Cristo. Essi, infatti, auspicano il rispetto della persona umana e della sua dignità, l'onestà nelle proprie posizioni, la disponibiltà all'ascolto come pure ad ammettere eventualmente di sbagliarsi e di non sapere. Si tratta della proverbiale ed auspicabile "mansuetudine” di chi non intende far prevalere con la forza (fisica o verbale che sia) la sua persona ed argomentazioni. Sono le regole di quello che si intende come "il civile confronto", un atteggiamento che si considera sommamente "cristiano".

In tutto questo, però, ci sono almeno due problemi. Il primo è che questa “mansuetudine” talvolta alcuni la “raccomandano” od esigono da quei cristiani che contestano con fermezza e ragion di causa le loro posizioni e tesi (quelle che essi considerano “ormai indiscutibili”), oppure che mettono in questione i loro personaggi di riferimento favoriti o maestri (i loro “idoli”). Asserire con forza le proprie posizioni in un tempo di conclamata “tolleranza” è infatti considerato oggi, in certi ambienti, il peccato capitale, infrazione dello spirito di gentilezza e rispetto che si presume debba caratterizzare la “società civile”, quel “buon gusto” che non deve essere disatteso. In quel caso, l’uso di epiteti denigratori è considerato sintomo di “volgarità” (“a meno che quegli altri siano degli “ignoranti fondamentalisti” che “devono” essere identificati come tali - nello spirito del “non tolleriamo l’intolleranza”). Spesso, infatti, chi raccomanda agli altri di “essere mansueti” o di “moderare i termini” lo dice “a senso unico”, vale a dire dopo non averlo fatto essi stessi, sentendosene gli unici autorizzati o giustificati a farlo.

Un secondo e più importante problema è che di fatto Gesù stesso e i Suoi apostoli facevano uso di appellativi denigratori! Questo è spesso convenientemente ignorato dai sostenitori della moderna “tolleranza”. Piuttosto selettivi su ciò che debba essere considerato cristiano, essi spesso confondono i principi della modernità con lo spirito evangelico di Cristo, il quale faceva molte più distinzioni di quanto essi siano pronti ad ammettere. Di fatto, quando Gesù usava epiteti denigratori aveva sempre un buon e fondato motivo per farlo!

A questo riguardo la maggioranza dei cristiani sembra non essere mai andata a leggere più avanti di Matteo 7, perché dovrebbero procedere a leggere Matteo 23. In quel solo capitolo, Gesù chiama i Farisei per ben 16 volte con epiteti denigratori: “ipocriti” (7 volte), “figli della Geenna” (1 volta), “guide cieche” (due volte), “stolti e ciechi” (3 volte), “sepolcri imbiancati” (una volta), “serpenti” (una volta) e “razza di vipere” (una volta). Dato che tutto ciò che Cristo faceva era giusto e virtuoso, possiamo trarne la deduzione buona e necessaria che l’attribuzione a qualcuno di epiteti denigratori possa essere pure una virtù.

Gesù, però, era l'unico che potesse veramente farlo? No, egli non era l’unico esempio a riguardo. Giovanni, che molti cristiani amano citare perché equivocano e travisano ciò che dice sull’amore, chiama “bugiardi” e “anticristi” certe persone conosciute dai suoi lettori. Quelle anime sensibili che sobbalzano quando leggono il capitolo 25 della Confessione di fede di Westminster che identifica il Papa con l’anticristo, dovrebbero leggere 1 Giovanni 2 e 2 Giovanni. Giovanni non sta parlando di qualcuno lontano lassù a Roma, ma di persone ben note ai suoi lettori.

Poi c’è Paolo che, in 1 Corinzi, corregge coloro che a Corinto negavano la risurrezione. Nel capitolo 15, versetto 36, egli fa riferimento a chi la contestava “insensato”. Non potremmo forse concludere dal Salmo 14:1 e 53:1 che certi eminenti professori e giornalisti che oggi pubblicano libri avversi a Dio ed alla fede cristiana, siano degli stolti (letteralmente degli stupidi, dei folli)? In 1 Timoteo 4:2 l’apostolo si riferisce alla “ipocrisia di uomini bugiardi” e in 5:13 parla di donne “pettegole e curiose, parlando di cose delle quali non si deve parlare”. Coloro che fanno obiezione all’uso di epiteti denigratori dovrebbero contestare Gesù, Paolo e Giovanni, fra gli altri.

L’ovvia questione che probabilmente si sarà fatto il lettore perspicace è che cosa dobbiamo farne del versetto che dice: “...ma io vi dico: chiunque si adira contro suo fratello sarà sottoposto al tribunale; e chi avrà detto a suo fratello: "Raca" sarà sottoposto al sinedrio; e chi gli avrà detto: "Pazzo!" sarà condannato alla geenna del fuoco” (Matteo 5:22). Forse che questo versetto, proprio con Matteo 7:1 (“Non giudicate, affinché non siate giudicati”), e Matteo 5:34-37 sul non spergiurare, proibiscono di usare un qualsiasi epiteto denigratorio?

La risposta, ugualmente ovvia, è No. Una tale interpretazione creerebbe contraddizioni inconciliabili nella Bibbia stessa. Proprio come Matteo 7:1 non proibisce un giusto ed onesto giudizio basato su dati di fatto, e Matteo 5:34-37 non proibisce giuramenti legittimi, neanche Matteo 5:22 proibisce attribuzioni e valutazioni accurate e dimostrabili del carattere di una persona. Non sono gli epiteti di per sé stessi ad essere proibiti, ma degli epiteti non fondati e quindi ingiusti, oppure valutazioni ipocrite. Gesù, Giovanni e Paolo descrivono con espressioni precise e denunciano il carattere vero e dimostrabile delle persone a cui fanno riferimento e con uno scopo preciso: manifestare, dire la verità che l’ipocrisia nasconde.

Denunciare esattamente il carattere di certe persone non solo non è peccato, ma una virtù cristiana! Significa identificare una persona per quello che è veramente, e questo non lo si può fare se non si ha il coraggio di smascherarla. Non farlo significherebbe esserne in qualche modo complici, conniventi, compiacenti! Chiunque studi gli esempi biblici menzionati, ed altri ancora nella Bibbia, troverà che l’epiteto usato viene sempre congiunto con le sue ragioni. Le ragioni costituiscono un’argomentazione e l’epiteto ne è la logica conclusione, il suo risultato. Coloro che negano che Gesù sia il Cristo venuto in carne sono anticristi e bugiardi. Coloro che negano la risurrezione sono degli stolti, e così via. Era forse sconveniente che Paolo dicesse dei suoi oppositori che facevano della circoncisione un requisito indispensabile per essere cristiani: “Si facciano pure evirare quelli che vi turbano!” (Galati 5:12). No: erano del tutto fuori strada e bisognava dirlo e se l'ironia serve allo scopo, ben venga!

Il fatto è che spesso le traduzioni della Bibbia vogliono essere molto più “gentili” degli stessi autori della Bibbia quando “addolciscono” o oscurano certe espressioni forti della Bibbia, come se fossero “sconvenienti”! Ad esempio, l’apostolo Paolo non diceva: “spazzatura” in “io considero queste cose come tanta spazzatura al fine di guadagnare Cristo” (Filippesi 3:8), ma “merda”! La riluttanza nel dire le cose come stanno, anche attraverso epiteti dispregiativi diretti è di fatto la riluttanza a trarre valide conclusioni dalle prove che si sono fornite del loro carattere, delle loro azioni contrarie alla verità rivelata. Essi vogliono evidenziare che volenti o nolenti, essi sono delle pedine in mano a Satana, bugiardo ed omicida. Gesù non aveva timore di dire dei Suoi correligionari e concittadini Farisei, eminentissime persone religiose del Suo tempo: “Voi siete figli del diavolo, che è vostro padre, e volete fare i desideri del padre vostro. Egli è stato omicida fin dal principio e non si è attenuto alla verità, perché non c'è verità in lui. Quando dice il falso, parla di quel che è suo perché è bugiardo e padre della menzogna” (Giovanni 8:44).

Gesù e gli apostoli usavano chiari epiteti verso certe persone non perché volessero gratuitamente umiliarle, non perché si compiacessero a fare aggressioni verbali o per traumatizzarle, sottometterle od esercitare un potere su di esse con la violenza verbale... Non lo facevano per fare una dimostrazione di forza o per mettersi in mostra, suscitando l’ammirazione dell’uditorio per la loro baldanza, ma per servire la verità. Parlando in maniera negativa di determinate persone e le loro idee, Gesù e gli apostoli certo non volevano evadere le questioni loro poste con attacchi gratuiti e pretestuosi, disonesti o strumentali. Non era una tecnica per discreditare l'avversario al fine di emergere loro stessi come i vincitori, ma dicevano la verità, la scomoda verità che “non poteva” essere pubblicata! Certo si può contestarvi che vi sia “modo e modo” di dire la verità, ma talvolta è necessario “un modo forte” per ...fare uscire i ragni velenosi dal buco, altrimenti non usciranno mai dai loro nascondigli e continueranno a far credere che loro non ci siano o siano innocui...

Senza giungere alla grande creatività del riformatore Martin Lutero ad attaccare gli avversari con ogni sorta di appellativi (che però il più delle volte aveva ben ragione di usare), le provocazioni dissacranti possono essere utili con misura per risvegliare la coscienza dormiente e compiacente, così come può essere molto efficace la satira. I “buffoni di corte”, infatti, dicevano spesso quella verità che neanche l’opposizione aveva il coraggio di dire contro i loro sovrani. Può essere conveniente per le “anime sensibili” che si offendono facilmente pronti a fare causa ai loro avversari per difendere la loro onorabilità, pretendere un “dibattito civile” per proteggere i loro interessi privati e potere.

In un tempo in cui “giudicare” è condannato perché non vi sono più canoni oggettivi accettati rispetto ai quali farlo, attaccare i farisei ed i filistei ben insediati nella direzione di chiese e denominazioni, non è fuori luogo, anzi, è ben giustificato e lo dobbiamo fare senza paura di offenderli. Quando ci vuole ci vuole! 

Bibliografia




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