domenica 6 dicembre 2015

L'intero essere vostro

Una delle sfide alle quali Dio ci chiama, sia come singoli credenti che come comunità cristiane è quella dell’equilibrio: siamo chiamati ad essere perfettamente bilanciati in ogni aspetto della nostra vita. Lo possiamo essere quando ogni espressione della nostra vita ha (né più e né meno) quel peso che Dio gli assegna (che è “del peso giusto”, quello che deve essere) ed “al posto giusto”, dove Dio vuole che sia. Si dice, per esempio, di persona che sia squilibrata quando è priva del suo normale equilibrio psichico. Pensiamo però anche ad un cristiano o ad una comunità cristiana “squilibrata”, quando mette troppo in evidenza, dà troppo peso od importanza ad una particolare dottrina o ad un particolare aspetto della sua vita. Incorre, così, in problemi come l’emozionalismo, l’intellettualismo, o il sentimentalismo. È quella chiesa che “si specializza” in aspetti che percepisce mancare o essere carenti altrove, come la chiesa “battista”, “pentecostale”, “presbiteriana”, ma può essere un qualsiasi altro aggettivo (liberale, del risveglio, cattolica, romana etc.). È la chiesa (o il singolo cristiano) che definisce sé stessa con aggettivi che, per quanto storicamente giustificati, ne determinano il carattere e la rendono, in una certa qual misura “squilibrata”. È possibile avere una “chiesa senza aggettivi”?


La “aspirazione all’equilibrio” può essere trovata nella preghiera che l’apostolo Paolo rivolge a Dio per la comunità cristiana di Tessalonica. Egli scrive: “Or il Dio della pace vi santifichi egli stesso completamente; e l'intero essere vostro, lo spirito, l'anima e il corpo, sia conservato irreprensibile per la venuta del Signore nostro Gesù Cristo” (1 Tessalonicesi 5:23). Un singolo cristiano o una chiesa può dirsi “equilibrata” quando la sua santificazione interessa ogni aspetto della sua vita. Vediamo sommariamente ciò che dice questo testo.


(1) Il Dio della pace (“δὲ ὁ θεὸς τῆς εἰρήνης”). La eirēnēs nel greco del Nuovo Testamento è la pace fra individui, nel senso di armonia e concordia fra di loro. Ne consegue che essi godano pure di sicurezza, prosperità, e felicità. La pace (riconciliazione) di cui qui si parla, però, è quella che, per grazia, Dio stabilisce fra Sé stesso e la persona che si affida all’opera redentrice di Cristo ed indica quindi una condizione di salvezza. Corrisponde al concetto ebraico di shalom. È la tranquilla condizione di un’anima che è stata assicurata della sua salvezza in Cristo, e che così non ha più nulla da temere da Dio, sia nel tempo che nell’eternità (è libera dal Suo giudizio di condanna grazie a Cristo). Essa è pure la condizione di un’anima soddisfatta di quel che Dio le ha riservato in terra, qualunque esso sia e lo accetta.


(2) La preghiera dell’Apostolo è quella che si appella a questo “Dio della pace” affinché il credente proceda costantemente nel processo di santificazione. Di fatto, una persona che goda di questa pace è pure quella in cui Dio opera il fattivo risanamento dal peccato che contamina ogni sua facoltà ed in esso si impegna. Qui “intero” (ὁλοτελεῖς holoteleis) significa “perfetto, completo sotto ogni aspetto”. Quindi, che Dio “ἁγιάσαι ὑμᾶς ὁλοτελεῖς”, vi santifichi (vi renda sempre meglio santi, consacrati a Dio, in armonia con Dio e con i Suoi propositi), che “vi renda completamente santi”, “santi in ogni maniera”, “interamente santi”, in ogni aspetto della loro vita. Così come il peccato contamina ogni facoltà umana, la santificazione che la redenzione in Cristo innesca, è intesa a toccare “l’intero essere vostro”.


(3) “L’intero essere vostro” sia nella condizione di “ὁλόκληρος” (holoklēron), vale a dire completo in tutte le sue parti, nessuna mancante, intera, compiuto, come doveva essere fin dall’inizio della creazione e sarà nel compimento finale della redenzione in Cristo.


(4) Quali sono queste parti?  “lo spirito, l'anima e il corpo” [“τὸ πνεῦμα καὶ ἡ ψυχὴ καὶ τὸ σῶμα”]. Indipendentemente ora da ogni discussione se l’essere umano sia composto da due o tre parti, l’idea qui è quella che la santificazione debba essere necessariamente onnicomprensiva, toccare ogni parte del nostro essere. Noi non siamo solo corpo (fisico, intelletto e sentimenti): non è l’anima (lo spirituale) la cosa più importante. Noi non valorizziamo solo le cose corporali (trascurando quelle spirituali) o solo quelle spirituali, sottovalutando, ignorando, o scartando quelle corporali, terrene.


(5) Ogni aspetto della nostra vita, fisico e spirituale, è importante e deve essere oggetto di santificazione. Ad ogni componente della nostra vita dobbiamo dare il peso e l’importanza che gli spettano secondo i criteri rivelati di Dio, tutto deve tendere ad essere e quindi conservato “irreprensibile”, senza biasimo, senza difetto, senza macchia. Si tratta di un processo graduale fatto anche di “alti e bassi”, di momenti di caduta e quelli in cui ci rialziamo. Il vero cristiano, quando cade, Dio lo rialza portandolo al pentimento ed a nuovo impegno.


(6) Questo costante lavoro di santificazione deve continuare (e continuerà per ogni autentico figliolo di Dio) fino alla “venuta del Signore nostro Gesù Cristo”, quando quest’opera di redenzione fattiva sarà terminata. Sarà il giorno in cui il nostro Signore Gesù Cristo ritornerà in gloria come Giudice dei vivi e dei morti, secondo le Sue precise promesse. Ecco perché il tempo della nostra vita rimane “il tempo dell’Avvento”, cosa che ce la ricorda il periodo precedente la celebrazione del Natale. Per questo, il “tempo dell’Avvento” deve necessariamente essere tempo di riequilibrio e di riforma. Questa è opera di Dio e, come lo è ogni autentica santificazione, essa implica il nostro impegno. “Il bello” è che quel giorno, quest’opera sarà indubbiamente terminata nonostante le nostre cadute e temporanee incoerenze.


Dunque, cristiani e chiese squilibrate, costituzionalmente e spesso ostinatamente squilibrate, ce ne sono di tutte le risme. Non stiamo qui parlando di quelle “devianti” perché “partite per la tangente” dell’apostasia (allontanamento dalla verità), ma di quelle per le quali ancora si può sperare in un’opera di “riequilibrio”, che poi è lo stesso di “riforma”. [È vero che nessuno è mai “un caso disperato” perché Dio può fare anche quel che umanamente sembra impossibile, ma noi non dobbiamo attendere indefinitamente: abbiamo la legittimazione ed il dovere di uscire dalle chiese corrotte quando non vi possiamo rimanere se non a nostro proprio danno].


La nostra aspirazione deve essere quella di essere conservati nella sana dottrina biblica (ortodossia) e nella sana prassi (ortoprassi). Chiaro per noi dev’essere che ortodossia ed ortoprassi (secondo la volontà rivelata di Dio) debbano coinvolgere ogni aspetto della nostra vita, individuale e sociale, privato e politico, intellettuale e spirituale, sentimentale e contrattuale (l’ambito dell’Alleanza, dell’impegno e della Legge). Questo dev’essere pure parte del nostro culto e della nostra proclamazione, e su quel sentiero l’Apostolo prega affinché vi camminiamo.

Chiediamoci, esaminando noi stessi con attenzione, in quale aspetto della nostra vita potremmo essere “squilibrati” e persino “ostinatamente squilibrati”!

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