venerdì 11 settembre 2009

Ancora sulle donne: “Tacciano le donne nelle assemblee”?

Venerdì 11 settembre 2009

La necessità dell'ordine e della disciplina

34 “Come si fa in tutte le chiese dei santi, le donne tacciano nelle assemblee, perché non è loro permesso di parlare; stiano sottomesse, come dice anche la legge. 35 Se vogliono imparare qualcosa, interroghino i loro mariti a casa; perché è vergognoso per una donna parlare in assemblea. 36 La parola di Dio è forse proceduta da voi? O è forse pervenuta a voi soli? 37 Se qualcuno pensa di essere profeta o spirituale, riconosca che le cose che io vi scrivo sono comandamenti del Signore. 38 E se qualcuno lo vuole ignorare, lo ignori. 39 Pertanto, fratelli, desiderate il profetare, e non impedite il parlare in altre lingue; 40 ma ogni cosa sia fatta con dignità e con ordine” (1 Corinzi 14:34-40).

“Tacciano le donne nelle assemblee”? Alcuni prendono questo testo letteralmente intendendo che una donna non possa mai parlare in chiesa (e quindi mai predicare, insegnare, pregare, cantare, intervenire, come pure assumere posizioni di responsabilità). Una simile interpretazione è assurda ed ignora completamente la piena dignità spirituale che il Signore Gesù Cristo ha restituito alle donne, evidente nei vangeli in ogni Sua interazione con loro. La sottomissione della donna all'uomo, inoltre, è una conseguenza del peccato, e là dove il peccato è risanato essa scompare, per dare luogo alla cooperazione ed alla sottomissione reciproca (e quindi alle pari opportunità).

Questo testo dev'essere considerato nel contesto della chiesa antica (e in particolare di Corinto) e non assolutizzato. Queste istruzioni vanno ricondotte alla prudente strategia dell'apostolo Paolo (già dimostrata in altri contesti) che non raccomanda cambiamenti sociali repentini, ma graduali e considerati. Inoltre, di fronte ad abusi provenienti soprattutto dal paganesimo, l'Apostolo si dimostra estremamente severo, imponendo misure da “tolleranza zero”, altrimenti avrebbero pregiudicato il diffondersi della fede cristiana, allora agli albori. Questo sembra essere il caso a cui questo testo risponde. In forza dei doni spirituali che vantavano, diverse donne (sposate) “avevano preso la mano” nella comunità di Corinto, imponendosi a forza, alterando gli equilibri sociali e condizionando negativamente il suo sviluppo. Abusavano delle facoltà e delle libertà acquisite andando all'estremo opposto, quasi per rivalsa rispetto alle discriminazioni sofferte fino ad allora. Proprio come la glossolalia doveva essere fortemente contenuta, altrimenti sarebbe uscita fuori da ogni controllo, così donne “troppo esuberanti” dovevano rientrare nei canoni dell'accettabilità sociale e della norma del “come si fa in tutte le chiese dei santi” di allora (ne andava di mezzo la buona testimonianza) e soprattutto delle convenzioni della legge veterotestamentaria, infatti: “sappiamo anche che la legge è fatta non per il giusto ma per gl'iniqui e i ribelli, per gli empi e i peccatori, per i sacrileghi e gl'irreligiosi” (1 Timoteo 1:9). Erano “donne che esageravano” e quindi dovevano essere sottoposte a disciplina, fatte tacere e controllate dai loro mariti. Se gli abusi fossero provenuti dagli uomini, le misure non sarebbero state meno severe.

Ogni cosa doveva essere fatta con dignità ed ordine e chiunque infrangesse questa regola (donna o uomo che fosse) doveva doveva essere sottoposto ad azioni disciplinari. A Corinto non dovevano presumere di fare quel che volevano magari in forza di malintesi “doni dello Spirito Santo”. L'opera dei cristiani di Corinto doveva essere coordinata con le altre chiese: “La parola di Dio è forse proceduta da voi? O è forse pervenuta a voi soli?”.
Preghiera. Signore, Ti ringrazio della libertà che ho conquistato in Cristo, ma insegnami a fare ogni cosa con dignità ed ordine. Amen.

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