giovedì 22 aprile 2010

Per un esame critico delle nostre pratiche cultuali

Quali princìpi caratterizzano il culto della comunità evangelica? Come dev'essere strutturato? Oggi sembrano prevalere al riguardo le tradizioni denominazionali o locali modificate eventualmente o integrate secondo ciò che si ritiene più opportuno o necessario. Spesso le chiese evangeliche ritengono essere in dovere soprattutto di distinguersi dalla struttura e prassi della Messa cattolica-romana. Non sembra però esservi alcuna riflessione sufficientemente critica delle loro espressioni cultuali basata su presupposti biblici e teologici.

La situazione pare essere simile a quella descritta nella Bibbia al tempo dei Giudici: "In quel tempo, non c'era re in Israele; ognuno faceva quello che gli pareva meglio" (Giudici 21:25). Se questo può parere lodevole in un tempo come il nostro dove tanto si valuta "libertà" e "democrazia" (cioè il soggettivismo e soprattutto il pragmatismo che premia la prassi che meglio sembra "funzionare" ed essere gradita), siamo giustificati nel chiederci se tutto questo sia compatibile con il principio fondamentale della fede cristiana, vale a dire quello della sottomissione all'autorità di Cristo che ci parla oggettivamente attraverso le Sacre Scritture. Di fronte alla varietà (qualcuno direbbe caos) delle espressioni cultuali delle moderne comunità evangeliche, è legittima la domanda che anche a Cristo era stata posta: «Con quale autorità fai queste cose? O chi ti ha dato l'autorità di fare queste cose?» (Marco 11:28).

I Riformatori protestanti, dopo aver sottoposto anche il culto (la Messa) all'esame critico delle Sacre Scritture, si erano proposti di riallineare anche le espressioni cultuali dei cristiani all'autorità della Parola di Dio ed erano giunti, a Ginevra, per esempio, all'elaborazione di liturgie che ne rispecchiassero l'insegnamento. Se potessero, però, venire a vedere e valutare le espressioni cultuali della maggior parte delle moderne chiese evangeliche, difficilmente si riconoscerebbero in esse, trovandole eventualmente più simili al caos dei gruppi anabattisti e spiritualisti del loro tempo che essi condannavano senza esitazione. Si troverebbero certamente più a loro agio nei culti delle chiese riformate "storiche" che fedelmente seguono le antiche forme, salvo eventualmente scoprire come dietro a quelle "forme" si nasconda la "sostanza" di innumerevoli eresie altrettanto se non più perniciose di quelle dei primi. Sgomenti di fronte al moderno e diffuso degrado, allora probabilmente riconoscerebbero nel nostro tempo l'apostasia generalizzata che era stata profetizzata per gli ultimi tempi.

Per tutti coloro, così, per i quali sta a cuore la fedeltà all'insegnamento biblico e la sottomissione all'autorità della Parola di Dio, si pone così l'esigenza di ricuperare i principi e la pratica del culto riformato, quello delineato da Zaccaria Ursino (1534-1583) autore principale del Catechismo di Heidelberg e discepolo di Filippo Melantone (1497-1560): "che noi ci si tenga in modo sacro e coscienzioso nei limiti che Dio ha prescritto, e che noi al culto che è stato divinamente istituito non si aggiunga alcunché o lo si corrompa in qualsiasi sua parte, anche in quella che si ritiene meno importante [Zaccaria Ursino, "Commentario al Catechismo di Heidelberg", versione inglese a cura di George W. Williard, Phillisburg, NJ: P&R, 1985, p. 17].  Questo principio è conosciuto come "il principio regolatore del culto" (PRC) ed afferma, in pratica, che nel culto celebrato nel giorno del Signore, si debba rendere culto a Dio solo come Egli ha comandato, e in nessun altro modo". Per Calvino e nella tradizione confessionale riformata, questo principio non è altro che l'applicazione al culto del Sola Scriptura.

La discussione continua in: http://www.riforma.net/ilculto/index.html

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