mercoledì 13 ottobre 2010

Pazienza ricompensata


"3 Non lo dico per condannarvi, perché ho già detto prima che voi siete nei nostri cuori per la morte e per la vita. 4 Grande è la franchezza che uso con voi e molto ho da vantarmi di voi; sono pieno di consolazione, sovrabbondo di gioia in ogni nostra tribolazione. 5 Da quando siamo giunti in Macedonia, infatti, la nostra carne non ha avuto nessun sollievo, anzi, siamo stati tribolati in ogni maniera; combattimenti di fuori, timori di dentro. 6 Ma Dio, che consola gli afflitti, ci consolò con l'arrivo di Tito; 7 e non soltanto con il suo arrivo, ma anche con la consolazione da lui ricevuta in mezzo a voi. Egli ci ha raccontato il vostro vivo desiderio di vedermi, il vostro pianto, la vostra premura per me; così mi sono più che mai rallegrato" (2 Corinzi 7:3-7).
L'apostolo Paolo è essenzialmente un pastore. Lo caratterizzano lo spirito e la mente di Cristo. La comunità cristiana di Corinto sicuramente aveva in sé molti difetti e tendenze che, se non fossero state sfidate e bloccate, l'avrebbero presto portata a pregiudicare la fede che era stata loro trasmessa. Spesso si erano mostrati irriconoscenti ed ostili al ministero di Paolo. Ciononostante, Paolo non rivolge loro gratuite scomuniche e giudizi taglienti, ma tende sempre alla paziente opera di persuasione e di ricupero. È pronto a riconoscere quanto sicuramente in loro è buono e, quando li riprende severamente, questo non è ispirato da ostilità nei loro confronti ma dal sentimento di un padre che corregge i suoi figli perché li ama e desidera il loro bene.
Ecco così che "condisce" di tanto in tanto la sua lettera di sinceri apprezzamenti per i cristiani di Corinto: non si tratta di una formalità e non è una tattica per confonderli. Egli lo fa per controbilanciare i suoi severi ammonimenti e non dare loro l'impressione sbagliata di essere un loro avversario teso a distruggerli. I suoi ammonimenti, infatti, non sono "una condanna" (κατάκρισις, katakrisis) loro rivolta, il pronunciamento di una sentenza di condanna, una mannaia che cade sul loro collo, perché, come pure ha detto più volte, essi trovano nel suo cuore uno spazio che non sarà loro tolto, essi gli stanno a cuore "per la morte e per la vita". Questa espressione rammenta la formula del matrimonio, "in ricchezza ed in povertà, nella buona come nella cattiva sorte, nella salute come nella malattia ...finché morte non ci separi".  Se però la morte scioglie il matrimonio, il legame che l'Apostolo sente nei loro confronti va ben oltre a questo. L'impegno, la responsabilità, di Paolo nei loro confronti non è venuto e non verrà mai meno. Questo rammenta l'espressione dell'antico Ittai verso Davide: «Com'è vero che il SIGNORE vive e che vive il re mio signore, in qualunque luogo sarà il re mio signore, per morire o per vivere, là sarà pure il tuo servo» (2 Samuele 15:21). L'uso del plurale "i nostri cuori" sottolinea pure il fatto che gli stessi sentimenti sono condivisi dai suoi collaboratori.
Paolo prosegue dicendo che egli ha grande fiducia in loro [πολλή μοι παρρησία πρὸς ὑμᾶς, v. 4]. Questa traduzione è da preferirsi a: "Grande è la franchezza che uso con voi". Di fatti παῤῥησία (parrésia) può anche tradursi "fiducia". È il linguaggio di un ottimista che in ogni difficoltà trova un'opportunità piuttosto che una difficoltà in ogni opportunità. Quella di Paolo non è fiducia cieca. Tito gli ha portato la notizia che la comunità di Corinto era sinceramente dispiaciuta di non averlo appoggiato (v. 7). Avevano riconosciuto il loro errore e disciplinato l'individuo che lo aveva pubblicamente umiliato durante la sua ultima visita presso di loro. Paolo, quindi, aveva ragione nel dare loro fiducia, la fiducia ora che essi avrebbero fatto un passo in avanti dandogli completo appoggio nelle questioni sulle quali egli sta per portare ora alla loro attenzione.
È così che Paolo può dire loro "ho da vantarmi di voi" . Questo è sorprendente conoscendo i problemi che avevano. Paolo non ignora improvvisamente i loro problemi né si rimangia la riprensione che aveva loro rivolto. Ancora una volta Paolo si comporta come un buon padre che incoraggia il figlio testardo e disubbidiente lodandolo quando gli ubbidisce e manifestandogli amore incondizionato.
I cristiani di Corinto non sono per lui sono un vanto, ma gli sono anche di consolazione ed incoraggiamento: "Sono pieno di consolazione, sovrabbondo di gioia" (v. 4) , "Sinceramente, sono molto fiero di voi. Malgrado tutte le sofferenze, Dio mi riempie di gioia e di consolazione" (TILC).
I motivi di consolazione per lui sono molti di più che le sofferenze di diversa natura che deve affrontare nel suo ministero: "Da quando siamo giunti in Macedonia, infatti, la nostra carne non ha avuto nessun sollievo, anzi, siamo stati tribolati in ogni maniera; combattimenti di fuori, timori di dentro" (v. 5). L'Apostolo qui non specifica di quali tribolazioni e combattimenti si tratti. Il termine che usa [μάχη ( maché)] era usato per descrivere sia conflitti e guerre che competizioni sportive. Forse si trattava della violenta opposizione che riceveva dagli ebrei ortodossi che respingevano la sua predicazione come eretica e sovversiva, dato che Paolo non si ritraeva, dovunque andasse, di presentare il suo messaggio nelle stesse sinagoghe.
I suoi conflitti, però, non sono solo "di fuori", esterni, ma anche "timori di dentro". Oggi si dice al cristiano militante che egli non deve temere niente e nessuno e che deve confidare sempre nel Signore che sempre prima o poi trionferà. La paura, però, è molto umana e comprensibile, non è necessariamente segno di una riprensibile fede inadeguata. Il cristiano non teme di confessare la sua debolezza e guarda al Signore che è in grado di rafforzarlo. Peggio sarebbe mostrarsi troppo baldanzoso ed arrogante.
In Macedonia la sua "carne" non ha avuto alcun "sollievo": "...neanche arrivando in Macedonia ho avuto sollievo. Ho trovato difficoltà di ogni genere: circondato da persecutori, tormentato da preoccupazioni" (TILC). Il suo stress è stato molto grande e quasi superiore a ogni sopportazione, ma l'arrivo di Tito lo ha confortato rassicurandolo che i suoi sforzi (verso i Corinzi) non erano stati vani: "non soltanto con il suo arrivo, ma anche con la consolazione da lui ricevuta in mezzo a voi. Egli ci ha raccontato il vostro vivo desiderio di vedermi, il vostro pianto, la vostra premura per me; così mi sono più che mai rallegrato" (v. 7). È una consolazione molto grande, infatti, quando la paziente opera pastorale ottiene il risultato per il quale si era pregato e sperato: i cristiani di Corinto si erano finalmente riconciliati con Paolo. L'arrivo di Tito che gli porta questa notizia è per lui cosa così gratificante da compensare le attuali difficili circostanze del suo ministero.
L'arrivo di Tito è per Paolo un po' come la prefigurazione del ritorno di Cristo. Di fatti, il termine che Paolo usa per l'"arrivo" (di Tito) è παρουσία ( parousia), lo stesso termine che il Nuovo Testamento usa per il secondo avvento (ritorno) di Cristo. "...infatti, come il lampo esce da levante e si vede fino a ponente, così sarà la venuta del Figlio dell'uomo" (Matteo 24:27). Il ritorno di Cristo sarà occasione di grande consolazione per i cristiani: in vista di questo ritorno essi possono sopportare ogni difficoltà: "...aspettando la beata speranza e l'apparizione della gloria del nostro grande Dio e Salvatore, Cristo Gesù" (Tito 2:13).
Quali che siano le nostre responsabilità (nella chiesa e nel mondo) chiediamo al Signore che Egli ci dia, nel nostro rapporto con gli altri, l'"approccio pastorale" fermo, ma paziente ed amorevole manifestato dall'Apostolo, il quale indubbiamente riflette l'approccio di Cristo.
Preghiera. Signore Iddio, Ti chiediamo perdono per le volte in cui ci siamo atteggiati a severi critici degli altri dimenticandoci dello spirito e della mente di Cristo che deve caratterizzare ogni cristiano. Che io imiti gli apostoli in quanto essi imitano Cristo. Che la consolazione delle promesse di Dio per i Suoi sia quella che mi permette di sopportare ogni difficoltà in questo mondo guardando al prossimo ritorno di Cristo. Amen.
Proseguimento dello studio biblico su II Corinzi (vedi qui gli altri studi)

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