lunedì 27 giugno 2011

Contro i tentativi di alcuni circoli ecclesiali di legittimare l’omosessualità

Sulla scia della recente celebrazione fatta a Milano in una chiesa valdese di “amore omosessuale” sono intervenuto in un forum dicendo: “A coloro che appartengono a queste "chiese storiche" e che sono rimasti fedeli all'insegnamento biblico della Riforma, di fronte all'impenitenza e alle deviazioni di gran parte dei loro dirigenti, ed alla compiacenza di altri, non rimane altro che ubbidire all'esortazione biblica che dice: "Uscite da essa, o popolo mio, affinché non siate complici dei suoi peccati e non siate coinvolti nei suoi castighi" (Apocalisse 18:4)” A questo un pastore valdese mi risponde:

“Non credo affatto che un dissenso su un argomento di etica (o, in questo caso, addirittura di mera liturgica) sia sufficiente per determinare uno scisma. Il riconoscimento della chiesa avviene sulla comune dottrina del Vangelo e sulla retta amministrazione dei sacramenti. E questo, secondo la Confessione di Augusta, è quanto basta. Le ammonizioni di Gesù sulla preservazione dell'unità della chiesa (Giovanni 17 e altri passi) sono chiare.”
Non ritengo valide queste argomentazioni, difatti:
Non si tratta di un semplice ed “accettabile” dissenso su un argomento di etica” o addirittura di “mera liturgia”, ma di una questione sostanziale: la legittimazione e “benedizione” dell’omosessualità in quanto tale sotto il mantello di un non meglio qualificato “amore”.  E’ una questione per la quale, ne sono persuaso, può essere legittimamente invocato llo “status confessionis”. Queste idee e prassi, infatti, pregiudicano le dottrine cristiane di base, in questi termini:
1) Mettono in questione l’antropologia cristiana di base (in cui la distinziione fra maschio e femmina è fondamentale).
2) Mettono in questione la concezione biblica dell’involuzione e corruzione morale dell’umanità in seguito alla Caduta (una sessualità disfunzionale è una delle espressioni della Caduta).
3) Mettono in questione il concetto di peccato com’esso è chiaramente definito dalle Sacre Scritture (infrazione ad un’oggettiva legge divina).
4) Mettono in questione (alterandolo) il concetto stesso di grazia di Dio e di redenzione dal peccato (e rientrano nel concetto espresso dalla lettera di Giuda: “Empi che volgono in dissolutezza la grazia del nostro Dio” (v. 4).
5) Mettono in questione la concezione della Bibbia in quanto parola di Dio, la cui autorità è pregiudicata da “letture critiche” che ne stravolgono il senso (è un tipico risultato della relativizzazione della Bibbia).
Su questa base contesto che “la dottrina del Vangelo”, conformemente alle Sacre Scritture come riflessa dalle Confessioni di fede della Riforma, sia di fatto ancora predicata dalla maggior parte dell’attuale Chiesa valdese e che, di conseguenza, i sacramenti vi siano amministrati correttamente. Per non parlare poi del “grande dimenticato” fra i “segni” che caratterizzano l’autentica chiesa, cioè l’applicazione della disciplina ecclesiastica, oggi praticamente ignorata.
Separarsi dalle aberrazioni contemporanee di questa e altre chiese simili. è quindi dovere per ogni figliolo di Dio. Il discorso se sia o non sia “conveniente” farlo lo ritengo molto discutibile.
L’attuale Chiesa valdese (salvo eccezioni locali) manifesta un’ingannevole apparenza di pietà per cui il separarsene non intacca l’unità della chiesa, anzi, la promuove, perché di fatto evidenzia falsità che disonorano Dio e alterano l’Evangelo stesso. Che sia possibile contestare e sconfiggere queste tesi all’interno delle loro strutture sarebbe auspicabile, ma mi sembra che la situazione sia così compromessa da renderlo poco verosimile.
Mi rendo conto che queste argomentazioni saranno sicuramente contestate dalla retorica dei paladini dell’omosessualità e del compromesso, abili a giustificare ogni allontanamento dall’ortodossia biblica, tanto da rendere inutile ogni tentativo di ragionare che sia contrario alle loro tesi, ma ho la certezza che saranno comprese dagli altri perché fondati su ben altri presupposti.

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