mercoledì 26 dicembre 2012

La certezza della propria salvezza

80. Possono i veri credenti essere infallibilmente assicurati di essere in stato di grazia e che persevereranno in essa per la salvezza? 
R. Coloro che credono veramente in Cristo, e si impegnano a camminare con buona coscienza davanti a Lui, possono, senza bisogno di rivelazioni straordinarie, per una fede radicata nella verità delle promesse di Dio, e mediante lo Spirito che li pone in grado di discernere in sé stessi quelle grazie alle quali sono fatte le promesse di vita, e rendendo testimonianza con il loro spirito che essi sono figli di Dio, essere infallibilmente assicurati di essere in stato di grazia, e persevereranno in essa per la salvezza. [Catechismo maggiore di Westminster, D/R 80).
Non è insolito oggi sentire anche dalla bocca di cristiani impegnati: “Non posso essere sicuro di essere salvato, lo spero”. Questo viene considerata un’espressione di umiltà e lo si contrappone alle affermazioni di coloro che dicono di “essere sicuri” della loro salvezza, considerate affermazioni arroganti e pretenziose.
Chi vanta la propria giustizia e santità ritenendo di essere giustificato di fronte a Dio sulla base delle proprie opere è sicuramente una persona arrogante e pretenziosa ed inganna sé stesso. Gesù stesso condanna questo atteggiamento nella parabola del fariseo e del pubblicano:
“Disse ancora questa parabola per certuni che erano persuasi di essere giusti e disprezzavano gli altri: «Due uomini salirono al tempio per pregare; uno era fariseo, e l'altro pubblicano. Il fariseo, stando in piedi, pregava così dentro di sé: "O Dio, ti ringrazio che io non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri; neppure come questo pubblicano. Io digiuno due volte la settimana; pago la decima su tutto quello che possiedo". Ma il pubblicano se ne stava a distanza e non osava neppure alzare gli occhi al cielo; ma si batteva il petto, dicendo: "O Dio, abbi pietà di me, peccatore!" Io vi dico che questo tornò a casa sua giustificato, piuttosto che quello; perché chiunque s'innalza sarà abbassato; ma chi si abbassa sarà innalzato»” (Luca 18:9-14).
E’ possibile, però, essere sicuri della propria salvezza non sulla base delle proprie opere, ma sulla base dell’opera di Dio in Cristo per il cristiano e nella sua vita, come pure delle Sue precise promesse: Se la salvezza è - com’è - opera di Dio da principio alla fine e vi sono esplicite dichiarazioni e promesse di Dio al riguardo, credere nella certezza della propria salvezza vuol dire dare gloria a Dio e onorare la Sua opera e Parola. Di fatto, non crederlo vuol dire dubitare delle affermazioni e promesse della Parola di Dio: dubitare della certezza della salvezza quando la Parola di Dio esplicitamente lo dichiara vuol dire offendere e disonorare Dio! La Parola di Dio include l'assicurazione della perseveranza finale fino alla certa salvezza: "Vi ho scritto queste cose perché sappiate che avete la vita eterna, voi che credete nel nome del Figlio di Dio" (1 Giovanni 5:13).
Altra cosa è, però, avere la persuasione interiore d’essere veramente in stato di grazia. Questa persuasione deriva dal considerare alcuni fattori. La Parola di Dio inequivocabilmente parla in primo luogo della condizione di “sapere”, “conoscere”, “aver fiducia”, avere un cuore “che non ci condanna”, in secondo luogo ci porta a considerare le evidenze dell’opera della grazia di Dio in noi, in terzo luogo il “sentire la voce interiore” dello Spirito che ci è stato dato e che ci assicura di essere irrevocabilmente figli adottivi di Dio, sicuri di appartenere a Lui per l’eternità.
Osserviamo la nostra vita: amiamo Dio tanto da starci a cuore di onorarlo ubbidendo ai Suoi comandamenti? "Da questo sappiamo che l'abbiamo conosciuto: se osserviamo i suoi comandamenti" (1 Giovanni 2:3). Questo non vuole dire essergli “perfettamente” ubbidienti come prova di averlo “conosciuto” (perché in noi rimane pur sempre la vecchia natura che ostacola il nostro impegno all’ubbidienza), ma impegno ci deve indubbiamente essere, e questo comprova l’autenticità dell’opera di Dio in noi..
Amiamo noi in somiglianza all’amore manifestato da Cristo? “Noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita, perché amiamo i fratelli. Chi non ama rimane nella morte. ... Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma con i fatti e in verità … Noi abbiamo conosciuto l'amore che Dio ha per noi, e vi abbiamo creduto. Dio è amore; e chi rimane nell'amore rimane in Dio e Dio rimane in lui” (1 Giovanni 3:14,18; 4:3-16). Anche in questo caso non ameremo mai perfettamente, ma in noi ci deve essere quest’amore (ispirato in noi da Dio) se la nostra professione di fede deve essere considerata autentica.
Siamo noi “zelanti” nel voler essere ciò che Dio si aspetta da noi come discepoli di Cristo? "Soltanto desideriamo che ciascuno di voi dimostri sino alla fine il medesimo zelo per giungere alla pienezza della speranza, affinché non diventiate indolenti, ma siate imitatori di quelli che per fede e pazienza ereditano le promesse" (Ebrei 6:11-12). Lo zelo nell’ubbidienza al Signore non è finalizzato alla nostra salvezza ma dall’amore e dalla riconoscenza per essere stati salvati. Gesù aveva apprezzato l’espressione straordinaria d’amore nei Suoi confronti come risposta riconoscente dell’essere stata perdonata, ma poche espressioni d’amore verso Cristo sono il segno di una sostanziale “carenza di grazia”: “Colui a cui poco è perdonato, poco ama” (Luca 7:47).
Lo Spirito di Dio, quello che ci ha rigenerato spiritualmente portandoci al ravvedimento ed alla fede in Cristo è Colui che “dimora in noi” e la cui presenza e testimonianza deve essere in qualche modo in noi sensibile: "Ora noi non abbiamo ricevuto lo spirito del mondo, ma lo Spirito che viene da Dio, per conoscere le cose che Dio ci ha donate" (1 Corinzi 2:12); “Da questo conosciamo che rimaniamo in lui ed egli in noi: dal fatto che ci ha dato del suo Spirito. ... Noi abbiamo conosciuto l'amore che Dio ha per noi, e vi abbiamo creduto. Dio è amore; e chi rimane nell'amore rimane in Dio e Dio rimane in lui" (1 Giovanni 3:14,18,21,24); "E voi non avete ricevuto uno spirito di servitù per ricadere nella paura, ma avete ricevuto lo Spirito di adozione, mediante il quale gridiamo: «Abbà! Padre!» Lo Spirito stesso attesta insieme con il nostro spirito che siamo figli di Dio" (Romani 8:15-16); "Chi crede nel Figlio di Dio ha questa testimonianza in sé; chi non crede a Dio, lo fa bugiardo, perché non crede alla testimonianza che Dio ha resa al proprio Figlio" (1 Giovanni 5:10).
La “certezza della salvezza” è quindi la persuasione interiore del cristiano, ispirata dalle dichiarazioni e dalle promesse della Parola di Dio e dalle evidenze della Sua opera in lui, che, avendo affidato l’intera sua vita al Signore e Salvatore Gesù Cristo egli ha sicuramente la salvezza, non perché lo dica o lo pensi, ma perché lo dice e l’opera Lui.
E’ possibile, però, che alcuni abbiano una falsa sicurezza. A questo riguardo si possono distinguere cinque categorie di persone:
  • I legalisti (o moralisti) che confidano nelle loro buone opere, buona vita, buon carattere, che ritengono di fare “il meglio che possono”.
  • I formalisti, coloro che ripongono la loro fiducia nell’osservanza di forme religiose esteriori, come l’essere iscritti come membri di una chiesa, partecipare ai culti, ricevere i sacramenti ecc.tutte cose che di per sé stesse “non salvano”.
  • Gli emozionalisti e i mistici, coloro che confidano noi propri sentimenti ed emozioni, coloro che si basano su sogni, visioni e speciali presunte rivelazioni da parte di Dio.
  • Coloro che hanno fatto professioni di fede superficiali, che hanno risposto una volta all’invito di un evangelista, che hanno ripetuto una preghierina standard per “ricevere Cristo” senza avere mai veramente “approfondito” quella professione di fede che, da sola, di per sé stessa, non è sufficiente.
  • Gli universalisti, coloro che credono al falso vangelo della salvezza universale incondizionata, vale a dire senza il ravvedimento e la fede nel Salvatore e Signore Gesù Cristo.
La genuinità della nostra certezza può essere sostanzialmente distinta dalla falsa persuasione da quattro tipi di verifiche:
  • La vera certezza produce umiltà non finta - la falsa certezza conduce all’orgoglio spirituale.
  • La vera certezza conduce ad una sempre maggiore diligenza nella pratica della santità - la falsa certezza conduce alla negligenza, all’indolenza ed all’indulgenza.
  • La vera certezza conduce ad uno spassionato esame di sé stessi ed al desiderio di essere investigati e corretti da parte di Dio - la falsa certezza conduce alla disposizione di essere soddisfatti dell’apparenza e ad evitare ogni verifica.
  • La vera certezza conduce alla costante aspirazione ad una comunione sempre più stretta con Dio - la falsa certezza no.
Un vero cristiano, inoltre, potrebbe essere sicuramente salvato ma ancora non averne sviluppata la giusta consapevolezza (per questo ci vuole tempo e maturità spirituale), oppure non averla sempre quando, per esempio, cade talvolta in dubbi su sé stesso o in qualche peccato. In quest’ultimo caso, spesso Satana ci accusa suggerendo alla nostra mente di “non aver fatto” quello che avremmo dovuto fare. e quindi... o di non essere completamente santi (nessuno lo è però mai completamente e talvolta cade). Un vero credente salvato può cadere nei dubbi e nel peccato, ma quei dubbi possono e debbono essere guariti attraverso la preghiera, distogliendo lo sguardo da noi stessi e concentrandolo su Cristo e nel servizio fiducioso del prossimo. Attraverso la preghiera e l’amore di chi dimentica sé stesso per servire il prossimo, è possibile consolidare la nostra consapevolezza che Dio è Colui che opera in noi la salvezza e che Lui è verace quando dichiara e promette salvezza nella Sua Parola. D’altro canto Dio preserva i Suoi e li conserva nella fede e nell’amore attraverso gli ammonimenti della Scrittura che li stimola al fiducioso impegno.

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