mercoledì 3 luglio 2013

Giocolieri o predicatori della Parola di Dio?

"È lui che ha dato alcuni come apostoli, altri come profeti, altri come evangelisti, altri come pastori e dottori, per il perfezionamento dei santi in vista dell'opera del ministero e dell'edificazione del corpo di Cristo, fino a che tutti giungiamo all'unità della fede e della piena conoscenza del Figlio di Dio, allo stato di uomini fatti, all'altezza della statura perfetta di Cristo; affinché non siamo più come bambini sballottati e portati qua e là da ogni vento di dottrina per la frode degli uomini, per l'astuzia loro nelle arti seduttrici dell'errore; ma, seguendo la verità nell'amore, cresciamo in ogni cosa verso colui che è il capo, cioè Cristo" (Efesini 4:11-15).
Non c'è vocazione più alta ed importante che l'essere chiamati a predicare la Parola di Dio oppure a studiarla e ad insegnarla. La Parola di Dio, annunciata ed insegnata fedelmente, infatti, è lo strumento scelto ed utilizzato da Dio mediante il quale gli eletti giungono al ravvedimento, alla fede in Cristo e quindi alla salvezza, come pure ciò di cui essi sono nutriti spiritualmente per crescere nella fede e svolgere il servizio a cui sono chiamati.
L'annuncio della Parola di Dio non è sfoggio di arte retorica e coloro che si dedicano al suo annuncio non sono degli "esperti in dibattiti culturali". L'apostolo Paolo insiste molto su questo punto: "Non ha forse Dio reso pazza la sapienza di questo mondo? Poiché il mondo non ha conosciuto Dio mediante la propria sapienza, è piaciuto a Dio, nella sua sapienza, di salvare i credenti con la pazzia della predicazione (...) io, fratelli, quando venni da voi, non venni ad annunciarvi la testimonianza di Dio con eccellenza di parola o di sapienza; poiché mi proposi di non sapere altro fra voi, fuorché Gesù Cristo e lui crocifisso" (1 Corinzi 1:20-21).
Compito di coloro che sono chiamati a proclamare la Parola di Dio è di "tagliare rettamente la Parola della verità"[1] come chi prepara del cibo e lo dispensa nel modo più appropriato. Infatti, come esperti "dietologhi" essi identificano e valorizzano le sostanze nutritive e non distribuiscono sostanze avariate. L'Apostolo scrive: "Noi non siamo infatti come quei molti che falsificano la parola di Dio; ma parliamo mossi da sincerità, da parte di Dio, in presenza di Dio, in Cristo (...)  al contrario, abbiamo rifiutato gli intrighi vergognosi e non ci comportiamo con astuzia né falsifichiamo la parola di Dio, ma rendendo pubblica la verità, raccomandiamo noi stessi alla coscienza di ogni uomo davanti a Dio" (2 Corinzi 2:1; 4:2).
Allo stesso modo, coloro che proclamano la Parola di Dio lo devono fare nella sua interezza, comunicando anche quello che eventualmente non fosse gradito: "Di questa io sono diventato servitore, secondo l'incarico che Dio mi ha dato per voi di annunciare nella sua totalità la parola di Dio" (Colossesi 1:25).
Tanto è fedele l'opera di Paolo che egli può persino dire: "...noi ringraziamo sempre Dio: perché quando riceveste da noi la parola della predicazione di Dio, voi l'accettaste non come parola di uomini, ma, quale essa è veramente, come parola di Dio, la quale opera efficacemente in voi che credete" (1 Tessalonicesi 2:13).
Consapevole della responsabilità che ha ricevuto come comunicatore della Parola di Dio, l'Apostolo lo fa con abnegazione, anche a proprio danno, consapevole che quand'anche il predicatore fosse imprigionato a causa della sua attività, la Parola di Dio non potrà mai essere posta a tacere: "...per il quale io soffro fino ad essere incatenato come un malfattore; ma la parola di Dio non è incatenata" (2 Timoteo 2:9),  "...e la maggioranza dei fratelli nel Signore, incoraggiati dalle mie catene[2], hanno avuto più ardire nell'annunciare senza paura la parola di Dio" (Filippesi 1:14).
Nonostante le pretese si ha sempre di più oggi l'impressione che l'annuncio della Parola di Dio non sia valorizzato come necessario e chiese e credenti soffrano di "deprivazione alimentare" e talvolta "muoiano di fame" o per mancanza di una sana dieta spirituale o perché nutriti solo di "cibi avariati" e malsani fatti passare per "studi biblici". Se, infatti, da una parte può capitare che i predicatori e gli insegnanti siano inetti, incompetenti ed impreparati, dall'altra abbiamo scuole teologiche che invece di qualificare, come dovrebbero, "cuochi" della Parola di Dio, solo preparano presunti "teologi" che di fatto sono prevalentemente esperti in dibattiti culturali, raffinati sofisti[3], "giocolieri" di idee e parole, più interessati a essere all'altezza degli intellettuali e dei filosofi di questo mondo ed a mediarne le idee, che di nutrire il popolo di Dio con cibo spirituale sostanzioso e ben preparato. Se questo è spesso il risultato di scuole teologiche impostate alla critica "scientifica" dei testi biblici ed alle ultime innovazioni del liberalismo teologico, non migliore è il risultato di altre scuole teologiche evangelicali che sfornano altrettanti "giocolieri" d'ordine diverso da porre di fronte ad un "pubblico" che non deve essere "annoiato" ma debitamente intrattenuto, "giocolieri" magari preparati sulle più aggiornate tecniche di manipolazione psicologica.
Ecco, invece, che cosa scrive il Riformatore Giovanni Calvino sul carattere e responsabilità di chi annuncia la Parola di Dio. Esorto a leggere e meditare queste citazioni che riporto in modo esteso e che si commentano da sé stesse. Calvino qui parla di vescovi, presbiteri e dottori, sinonimo oggi del nostro "pastore".
"Perciò ho già stabilito che nostro Signore ha esaltata la dignità di tale ufficio con ogni lode, affinché lo tenessimo in considerazione quale realtà eccellente fra tutte. Quando ordina ai profeti di gridare che sono belli i piedi degli evangelisti e che la loro venuta è motivo di felicità (Isaia 52:7), quando chiama gli apostoli "luce del mondo" e "sale della terra " (Matteo 5:13-14) dimostra con ciò di voler fare agli uomini una grazia singolare dando loro dei dottori. E infine non avrebbe potuto tenere in maggior considerazione questo stato che dicendo agli apostoli: "Chi ascolta voi ascolta me; chi respinge voi respinge me" (Luca 10:16). Nessun testo però è più chiaro di quello della epistola ai Corinzi dove Paolo affronta di proposito questa questione. Egli afferma che non v'è nulla di più degno ed eccellente nella Chiesa che il ministero dell'Evangelo, in quanto ministero dello Spirito, della salvezza, della vita eterna (2 Corinzi 4:6; 3:9). Tutte queste dichiarazioni, ed altre simili, hanno lo scopo di ammonirci a non disprezzare o annullare, per noncuranza nostra, il governo della Chiesa mediante il ministero degli uomini che Gesù Cristo ha istituito per durare sempre. Anzi, ha dichiarato non solo a parole ma con l'esempio quanto ciò fosse necessario. Volendo illuminare in modo completo, nella conoscenza dell'evangelo, il centurione Cornelio gli mandò un messaggero per metterlo in contatto con Pietro (Atti 10:3). Quando volle chiamare a se Paolo e riceverlo nella sua Chiesa, gli parlò direttamente, nondimeno lo rimandò ad un uomo mortale per ricevere la dottrina della salvezza ed il sacramento del Battesimo (Atti 9:6). Se non è accaduto a caso che un angelo, messaggero di Dio ben altrimenti qualificato, si sia trattenuto dall'annunziare l'Evangelo ma sia andato in cerca di un uomo per farlo, che Gesù Cristo, unico maestro dei credenti, anziché istruire Paolo lo abbia inviato alla scuola di un uomo, quel Paolo, si noti, che intendeva rapire al terzo cielo per rivelargli segreti ineffabili (2 Corinzi 12:2) chi oserà, dopo questo, disprezzare il ministero umano o lasciarlo come cosa superflua, visto che nostro Signore ne ha approvato in questo modo l'uso e la necessità" (Calvino, Istituzione, 4:3:3).
"Quali debbano essere coloro che vengono eletti vescovi è illustrato ampiamente da san Paolo in due testi (1 Timoteo 3:1; Tito 1:7). Il pensiero fondamentale tuttavia si riassume in questo: non si eleggano persone che non abbiano sana dottrina e vita santa, o siano inficiati da qualche vizio palese che li renda spregevoli e renda il loro ministero oggetto di critica. Considerazioni analoghe valgano per i diaconi e i presbiteri. Per prima cosa occorre considerare che non siano inetti o incapaci a reggere la carica loro affidata, siano cioè provveduti dei doni necessari per adempiere il loro incarico. In questo modo nostro Signore Gesù Cristo, volendo inviare i suoi apostoli, li ha anzitutto dotati e riforniti di quelle armi e di quegli strumenti di cui non potevano fare a meno (Luca 21:15; 24;49; Atti 1;8). E Paolo avendo descritto un buon vescovo, esorta Timoteo a non contaminarsi eleggendo persone che non abbiano tali requisiti (1 Timoteo 5.22). Il problema della elezione non consiste nella cerimonia ma nella vigilanza e nella sollecitudine di cui si deve usare nel procedere a tale elezione. In questo contesto si spiegano i digiuni e le preghiere che, a dire di Luca, facevano i credenti prima di nominare dei presbiteri (Atti 14:23). Poiché, consci del fatto che trattavasi di una decisione di grande importanza, non osavano prendere iniziativa alcuna se non con estremo timore, meditando lungamente su quanto avevano da fare. Ed in modo principale si sentivano in dovere di pregare Dio per chiedere lo spirito di consiglio e di discernimento. (Calvino, Istituzione, 4:3:12).

[1] "Sfòrzati di presentare te stesso davanti a Dio come un uomo approvato, un operaio che non abbia di che vergognarsi, che tagli rettamente la parola della verità" (2 Timoteo 2:15)
[2] Vedi anche: "Pregate nello stesso tempo anche per noi, affinché Dio ci apra una porta per la parola, perché possiamo annunciare il mistero di Cristo, a motivo del quale mi trovo prigioniero" (Colossesi 4:3).
[3] Anticamente il termine σοφιστής (sophistés, sapiente) era sinonimo di σοφός (sophòs, saggio) e si riferiva ad un uomo esperto conoscitore di tecniche particolari e dotato di un'ampia cultura. A partire dal V secolo, invece, si chiamarono «sofisti» quegli intellettuali che facevano professione di sapienza e la insegnavano dietro compenso: quest'ultimo fatto, che alla mentalità del tempo appariva scandaloso, portò a giudicare negativamente questa corrente. Nell'antichità, il termine era spesso posto in antitesi con la parola «filosofia», intesa come ricerca del sapere, che presuppone socraticamente il fatto di non possedere alcun sapere. I sofisti vennero ritenuti falsi sapienti, interessati al successo e ai soldi, più che alla verità. Il termine mantiene anche nel linguaggio corrente un carattere negativo: con «sofismi» si intendono discorsi ingannevoli basati sulla semplice forza retorica delle argomentazioni. Vedi un interessante articolo sulla "sofistica" all'indirizzo: http://it.wikipedia.org/wiki/Sofisti nel quale attiriamo l'attenzione sulle caratteristiche indicate degli antichi sofisti, rilevando fino a che punto assomiglino a tanti "pastori" di moderne chiese evangeliche.

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