lunedì 8 luglio 2013

I presupposti del Decalogo

Quando si recitano i Dieci Comandamenti o ci si riferisce ad essi, di solito si omette la loro prefazione. Questo, però, è un grave errore che ne indebolisce la forza, perché la prefazione al Decalogo ne costituisce il presupposto. Che cosa ci intende comunicare?
100 D. Qual è la prefazione ai dieci comandamenti? ' 
R. La prefazione ai dieci comandamenti è contenuta in queste parole: "Io sono il SIGNORE, il tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese d'Egitto, dalla casa di schiavitù". Con essa Dio manifesta la Sua sovranità [primato], essendo Jahvè, l'eterno, immutabile ed onnipotente Dio; avendo il Suo essere in e da Sé stesso, e dando essere a tutte le Sue parole ed opere; e che Egli è un Dio che si lega da un patto, non solo con l'Israele antico, ma anche con tutto il Suo popolo; che, portandoli fuori dalla loro servitù in Egitto, così Egli ci libera dalla nostra servitù spirituale; e che quindi siamo tenuti ad accogliere solo Lui come nostro Dio e ad osservare tutti i Suoi comandamenti. (Catechismo Maggiore di Westminster D/R 100).
E' deplorevole che la prefazione ai dieci comandamenti sia spesso omessa e quindi ignorata quando li si insegna. Essa è importante perché, come parte integrante del Decalogo, essa ne poggia le basi, essa afferma la ragione per la quale abbiamo l'obbligo di ubbidire ai comandamenti. Essa afferma come le fondamenta della nostra responsabilità morale si trovino in due fatti: (a) l'assoluta sovranità di Dio e, (b) l'opera di redenzione da Lui compiuta.

Si potrebbe pure dire che ometterne la prefazione sia sintomatico della tendenza moderna a poggiare la moralità solo su considerazioni di tipo umano come il benessere dell'umanità, la sicurezza della società ed altri simili concetti utilitaristici. Chi ragiona in questo modo, considerando la prefazione del Decalogo irrilevante, ritiene spesso di poter conservare "il valore" dei Comandamenti anche senza fare riferimento alla sovranità di Dio ed alla Redenzione. E' necessario resistere a questa tendenza moderna ed insistere sul fatto che Dio stia al centro della legge morale. La prefazione del Decalogo afferma l'autorità che sta dietro alla legge morale: trascurarlo significa trascurare l'importanza della fonte dell'autorità della Legge ed inevitabilmente non comprendere la portata effettiva dei dieci comandamenti.

Per "sovranità di Dio" si intende il dominio l'autorità assoluta, suprema e insindacabile di Dio sull'intero universo. Egli è supremo su tutte le creature proprio in quanto sovrano: "Egli esercita un dominio assolutamente sovrano sopra di esse, al fine di fare, per mezzo di esse, tutto ciò che Gli piace" (Confessione di fede di Westminster, 2:2). Nessuna creatura può mettere in questione la giustizia di un qualsiasi atto di Dio: farlo sarebbe il massimo dell'empietà e dell'irriverenza. La sovranità di Dio implica pure che Dio è ultimativo: non c'è principio o legge che Gli sia superiore o al quale debba sottomettersi. Dio è responsabile solo a Sé stesso e la sua propria natura è la sola Sua legge. La sovranità di Dio si manifesta in modo speciale nella Redenzione. La redenzione dal peccato è completamente opera di Dio ed i benefici d'essa vengono impartiti solo e completamente secondo il Suo beneplacito sovrano. Egli salva esattamente coloro che Egli si propone di salvare, ed egli lo fa mediante la Sua assoluta onnipotenza.

Il nome di Dio, che noi trascriviamo con Jahvè, è talvolta reso nelle nostre bibbie dal termine "il Signore" ed è basato sul tetragramma ebraico JHVH. L'alfabeto ebraico originale consisteva solo di consonanti. Era il lettore che, per pronunciarne le parole, vi suppliva le vocali. Più tardi si introducono nella grafia le vocali sotto forma di puntini posti al di sotto o accanto alle consonanti. Non è chiaro esattamente quali vocali servissero per pronunciare JHWH. Un'opinione oggi consolidata indica Jahvè come la pronuncia più corretta, ma la cosa non è stata provata. Gli ebrei consideravano il nome di Dio come troppo sacro per poter essere pronunciato, e così, quando lo dovevano fare, vi sostituivano il termine "Adonai", che significa "Signore". Quando si erano introdotti i puntini delle vocali a YHWH, si inserivano così le vocali di "Adonai", ottenendo così un ibrido che appare in italiano come "Geova". Quel che naturalmente più conta, però, non è la pronuncia di questa parola, ma il suo significato.

Il nome di Dio era stato specialmente rivelato al tempo di Mosè (Esodo 6:2-3). La chiave per comprenderne il significato si trova in Esodo 3:14-15 e Esodo 33:19: "Dio disse a Mosè: «Io sono colui che sono»". Nel versetto seguente (15), il verbo "IO SONO" è cambiato nella terza persona, con il significato di "EGLI E'", scritto in ebraico JHWH e tradotto con "Signore". Chiave del significato di Jahvè è dunque "IO SONO COLUI CHE SONO". Significa che Dio è sovrano ed auto-determinante, non limitato o influenzato da alcunché sia fuori da Sé tesso. Esodo 33:19 ulteriormente spiega il nome di Dio significando la Sua sovranità nell'impartire salvezza: "Il SIGNORE gli rispose: «Io farò passare davanti a te tutta la mia bontà, proclamerò il nome del SIGNORE davanti a te; farò grazia a chi vorrò fare grazia e avrò pietà di chi vorrò avere pietà»". Di conseguenza, potremmo dire che il nome Jahvè descriva Dio come il Dio che, nella Sua assoluta sovranità e libertà, impartisce l'espressione della Sua misericordia sul Suo popolo, redimendolo dal peccato con la Sua onnipotenza ed attirandolo in comunione con Sé.

I dieci comandamenti menzionano Dio che libera Israele dalla schiavitù in Egitto perché la salvezza viene prima e l'osservanza dei comandamenti ne consegue. Non potremmo, infatti, nemmeno cominciare ad osservare la santa Legge di Dio se non dopo essere stati redenti dal regno di Satana, proprio come il popolo di Israele non poteva effettivamente osservare la Legge di Dio se non dopo essere stati liberati dalla servitù in Egitto. Noi, infatti, non siamo salvati perché ubbidiamo a Dio, ma ubbidiamo a Dio perché siamo stati salvati. Dalla Caduta di Adamo in poi, è la Redenzione ad essere la base dell'ubbidienza. Inoltre, l'opera redentrice di Dio ci impone l'obbligo di ubbidire alla Legge di Dio. Tutte le creature umane hanno l'obbligo di ubbidire alla Legge di Dio sulla base del loro rapporto con Lui in quanto Creatore. Il popolo di Dio, però, si trovano sotto la necessità di ubbidirgli in ragione del loro rapporto con Lui in quanto Redentore.

Dio si riferisce alla terra d'Egitto come "casa di schiavitù" perché essa non solo era letteralmente il luogo della loro schiavitù, ma anche come simbolo della servitù spirituale al peccato. Ogni figlio di Dio è stato redento da una "casa di schiavitù" che esercitava un potere molto più forte, crudele e tirannico che la schiavitù fisica nell'antico Egitto. Questa affermazione nella prefazione del Decalogo, così, ci rende coscienti che (a) come cristiani siamo stati liberati da un'amara schiavitù; e (b) che questa liberazione non è opera nostra, ma è stata realizzata dall'onnipotenza sovrana di Dio.

Ecco così come l'opera della Redenzione ci impongono due obblighi: (a) l'obbligo di lealtà e fedeltà, "siamo tenuti ad accogliere solo Lui come nostro Dio"; l'obbligo dell'ubbidienza: "ad osservare tutti i Suoi comandamenti". Dobbiamo renderci conto come non apparteniamo a noi stessi, ma siamo stati comprati a caro prezzo, il sangue prezioso di Cristo, e quindi dobbiamo rendere assoluta lealtà ed ubbidienza al Dio che ci ha redenti ad un tale infinito costo.

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