venerdì 23 agosto 2013

Osare "intromettersi"

Oggigiorno sembra essere comune sentire che la religione non debba "intromettersi" nelle questioni politiche perché, in qualche modo, per qualche miracolo, il secolarismo o laicismo, che dir si voglia, garantirebbe una neutralità priva di pregiudizi, mentre la religione sarebbe solo invischiata di pregiudizi ed irrazionalità. Si ritiene così che la gente sia libera di pensare e praticare la religione che vuole "nel privato" evitando però di "imporne" le idee nella sfera pubblica, salvo naturalmente appoggiare l'ideologia dominante (il che naturalmente è gradito e lodato)!

Non c'è nulla di particolarmente nuovo in questa concezione. In Inghilterra, William Lamb, Lord Melbourne (1779-1848), futuro primo ministro e mentore della Regina Vittoria, opponendosi alla campagna di William Wilbeforce contro il commercio degli schiavi, si lamentava dicendo ironicamente: "Siamo arrivati proprio a un bel punto se si permette alla religione di invadere la vita pubblica". Allo stesso modo Willoughby Bertie, conte di Abingdon (1740-1799) diceva: "La religione è un sentimento privato, non un principio pubblico sul quale agire". Era ovviamente conveniente dirlo in un tempo in cui il commercio degli schiavi garantiva grandi profitti, ma Wilbeforce non si era lasciato intimidire ed avrebbe vinto lui.

Lo stesso avviene oggi: quando la maggior parte dei cristiani si oppongono apertamente, per esempio, ai cosiddetti "matrimoni omosessuali", all'eutanasia, o alla pratica dell'aborto, sulla base di consolidati principi etici e morali, si grida allo scandalo come se fosse un attentato alla libertà ed un voler imporre "idee di parte" sull'intera società. La verità è che anche la cosiddetta "neutralità laica" non è affatto neutrale come vorrebbero far credere, ma è espressione di una concezione del mondo concorrente, sostenuta per altro molto "religiosamente" da centri di potere che vorrebbero essi stessi dominare ed imporsi facendosi passare per "progressisti" e "illuminati". Risultato del laicismo non è di fatto "neutralità, tolleranza ed armonia" ma ben altro: quello è solo un mito abilmente orchestrato con la forza della propaganda. I cristiani hanno il diritto (ed il dovere) di promuovere la propria concezione del mondo sulla società nel suo complesso opponendosi, in questo caso, all'ideologia laicista, smascherandone le pretese e dimostrando quanto quest'ultima sia piuttosto portatrice di corruzione morale e spirituale.

I cristiani sono consapevoli di avere un preciso mandato da assolvere nella politica anche quando prevale il paganesimo. Lo esemplifica la stessa storia biblica. Il patriarca Giuseppe aveva operato nella sfera politica in Egitto conquistando un ruolo di responsabilità e promuovendo con successo principi alternativi, proprio nel tempo in cui si pensava che il Faraone fosse l'incarnazione del dio Sole (Genesi 41:37-45). Il profeta Daniele aveva assunto un ruolo di responsabilità al servizio del Re Dario di Persia senza per questo fare alcun compromesso con l'ideologia allora dominante. Mantenendo egli una carica poltica presso di lui, lo avrebbero potuto per questo accusare di collusione e compiacenza con il potere, ma questo non sembra turbarlo: "Parve bene a Dario di affidare l'amministrazione del suo regno a centoventi satrapi distribuiti in tutte le province del regno. Sopra di loro nominò tre capi, uno dei quali era Daniele, perché i satrapi rendessero conto a loro e il re non dovesse soffrire alcun danno. Questo Daniele si distingueva tra i capi e i satrapi, perché c'era in lui uno spirito straordinario; il re pensava di stabilirlo sopra tutto il suo regno" (Daniele 6:1-3,28). Neemia aveva profittato della sua posizione di coppiere sotto re Antaserse per diventare governatore della Giudea e far ricostruire le mura attorno a Gerusalemme (Neemia 2:1-8). I cristiani potrebbero anche non avere una maggioranza alle spalle, ma essi sono consapevoli di avere un ruolo legittimo da svolgere negli affari pubblici non solo nei termini di vivere cristianamente, ma nel testimoniare e proporre i valori cristiani.

Wilbeforce non considerava la fede cristiana come essenzialmente politica, ma riteneva che i principi biblici che essa proclama fossero del tutto salutari per l'intera società e si era adoperato per persuaderne le forze politiche affinché fossero adottati. Egli spesso citava Colossesi 3:2: "Aspirate alle cose di lassù, non a quelle che sono sulla terra". Il paradosso è che solo chi aspira "alle cose di lassù" può essere di grande beneficio "quaggiù"!

2 commenti:

  1. Molto ben scritto, grazie Paolo.

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  2. Ottimo! Perché non lo metti anche in una lingua comprensibile a più persone, per esempio interlingua :)

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