mercoledì 21 agosto 2013

Le due facce della medaglia

Negli attributi di Dio e in svariate grazie impartite dallo Spirito Santo, sono spesso abbinati attributi e grazie opposte fra di loro.

Il nostro Dio, per esempio, è sicuramente un Dio misericordioso, ma anche Egli non esita a dare espressione alla Sua ira. Egli è amore, ma anche odio perfetto (Salmo 139:22). Quando parliamo di "ira di Dio" o del Suo odio, non si tratta, come qualcuno propone, di "un Dio diverso" o di "proiezioni antropomorfiche" o peggio, di "concezioni primitive" della divinità, ma di genuini tratti rivelati del Suo carattere.

Allo stesso modo, nelle grazie di cui fa esperienza un figliolo di Dio: fede è accompagnata da fiducia, la rigenerazione dalla conversione. Là dove c'è vero ravvedimento evangelico, pure vi è il il sentimento di un profondo rincrescimento per aver offeso la magnificenza e la santità di Dio col proprio peccato.

Nei decreti di Dio, dove vi è elezione, pure v'è riprovazione. Se, infatti, ad essere scelti fossero tutti, non si potrebbe logicamente parlare di "elezione" perché essa è necessariamente discriminante. Se avremo la grazia di partecipare un giorno a quel coro di cui parla l'Apocalisse e cantare "il canto dell'Agnello" di Dio, canteremo sia dell'elezione alla grazia che della riprovazione a dannazione. Quel canto, infatti, dice: "Tu sei degno di prendere il libro e di aprirne i sigilli, perché sei stato immolato e hai acquistato a Dio, con il tuo sangue, gente di ogni tribù, lingua, popolo e nazione" (Apocalisse 5:9). Esso non parla, infatti, di una scelta generalizzata, ma particolare. L'amore che elegge, infatti, significa redimere alcuni e non altri, è una cernita, un prendere alcuni e lasciare altri Redimere da un popolo indica chiaramente che alcuni non sono redenti. Entrambe le dottrine (elezione e riprovazione) fanno parte della stessa ed autorevole Scrittura che "è ispirata da Dio e utile a insegnare, a riprendere, a correggere, a educare alla giustizia, perché l'uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona" (2 Timoteo 3:16-17).

La gloriosa dottrina dell'elezione è la dottrina più amata delle Sacre Scritture, ma anche la più odiata. Per il figliolo di Dio, l'argomento dell'elezione è un chiaro messaggio di amore, misericordia e compassione da parte di Dio per poveri peccatori che solo meritano l'inferno. Per la gente di questo mondo, che vorrebbe avere sia il peccato che la salvezza... o più tardi "un'opportunità di salvezza quando ne saranno pronti", l'elezione è odiata e temuta. Per loro, un'amore che elegge è una discriminazione ingiusta, "assurda" ed illogica. Se l'amore che elegge suscita una tale violenta reazione negativa nell'empio, pensate solo quale reazione causi nei malvagi la riprovazione!

Oggi è quanto mai necessario predicare la riprovazione: il più che giustificato odio di Dio, la Sua ira, indignazione e giudizio di condanna. L'empietà e la presunzione religiosa del nostro tempo, infatti, non è mai stata a livelli così alti. Questo è dovuto in parte alla quasi totale scomparsa della predicazione dell'autentico Evangelo biblico. Oggi si sente solo parlare di un Dio che amerebbe tutti senza eccezione, che coccola i peccatori, di un Dio "il cui mestiere è perdonare" e, in generale, di un Dio che gode del permissivismo degli empi. Come "umanitari" sono molti giudici moderni, così lo è il "Dio" che va per la maggiore oggi.

Per comprendere ed amare la dottrina dell'elezione è necessario essere sovranamente condotti dallo Spirito Santo a conoscere per esperienza, ad avere la viva consapevolezza, di essere peccatori giustamente e meritatamente condannati da Dio. Nell'oscurità di tale rivelazione e non trovando opere meritorie sufficienti a soddisfare un Dio giustamente irato, siamo condotti infallibilmente dallo Spirito santo, per non "cadere sulla pietra" ed essere "sfracellati" (Matteo 21:44), a trovare rifugio nei meriti della morte sacrificale di Cristo in nostro favore. È facendo questa esperienza che possiamo davvero conoscere la giustizia di Dio e gustare la misericordia di Cristo.

Riflettere sul fatto che noi, e non altri, abbiamo trovato abbondante pace nella salvezza immeritatamente impartitaci in Cristo, ci conduce ad ammirare l'elezione di grazia di Dio ed a rallegrarci di essa. Allo stesso modo, però, possiamo comprendere come a moltitudini non sia stata concessa la fede, come non sia stato loro comunicato profondo dispiacimento per i loro peccati e non possiedano amore alcuno per il Figlio di Dio. È in questo modo che si potrà comprendere la dottrina della riprovazione.

L'elezione è una dottrina biblica. I termini eletto, elezione, scelto, chiamato e preordinato sono usati nella Scrittura molte più volte che i popolari concetti di inferno, battesimo, comunione e croce. Perché mai, allora, essi sono trascurati e persino messi in ombra come se di essi ce ne vergognassimo? Soprattutto perché l'elezione è una dottrina di Cristo che non può essere usata per riempire le chiese... Essa è di scandalo per il facile decisionismo e il revivalismo. Essa fa appello a impegnarsi sempre di più a render sicura la nostra vocazione ed elezione (2 Pietro 1:10) e se uno non è chiamato dall'opera efficace dello Spirito Santo, egli non potrà rendere la sicura la sua elezione. "Rendere sicura la propria elezione" non significa assicurarsela presso Dio (come se dipendesse da noi il mantenercela), ma assicurare noi stessi di essere in questa condizione investigando la nostra vita per trovarne le evidenze, i segni caratteristici. Infatti: " il solido fondamento di Dio rimane fermo, portando questo sigillo: Il Signore conosce quelli che sono suoi" (2 Timoteo 2:19). Per quanto sia vero che l'elezione sia un atto immanente di Dio compiuto prima della fondazione del mondo (Efesini 1:4-6) e che la chiamata avvenga nel tempo, sarebbe futile cercare di assicurarsi della propria elezione prima di verificare se Dio ci abbia veramente chiamato. Nessuno che voglia promuovere "decisioni per Cristo" può permettersi, di fatto, di affrontare un simile argomento!

Gli empi obietteranno subito che una tale dottrina aumenti o incoraggi il peccato. Certamente questo non è il caso nella vita di coloro che vi credono. Al contrario, sono coloro che insistono sulla libertà umana di decisione che fanno le cose a modo loro, nel modo che più valorizzi l'umano amor proprio e che "non possono" essere umiliati dalla dottrina dell'elezione.

L'elezione della grazia di Dio è un dato biblico incontrovertibile: "In lui ci ha eletti prima della creazione del mondo perché fossimo santi e irreprensibili dinanzi a lui, avendoci predestinati nel suo amore a essere adottati per mezzo di Gesù Cristo come suoi figli, secondo il disegno benevolo della sua volontà" (Efesini 1:4-5). Forse che questo suona come se gli eletti siano scelti affinché abbondi il peccato? Dio ce ne scampi e liberi! "...infatti siamo opera sua, essendo stati creati in Cristo Gesù per fare le opere buone, che Dio ha precedentemente preparate affinché le pratichiamo" (Efesini 2:10). E' certo che se uno compie opere buone, egli compie quelle che Dio ha ordinato, per le quali era stato predestinato. Se egli è stato scelto "affinché fosse santo ed irreprensibile", come si può mai affermare che questa dottrina porti al permissivismo? "Così, miei cari, voi che foste sempre ubbidienti, non solo come quand'ero presente, ma molto più adesso che sono assente, adoperatevi al compimento della vostra salvezza con timore e tremore; infatti è Dio che produce in voi il volere e l'agire, secondo il suo disegno benevolo" (Filippesi 2:12-13).

Quale potrebbe essere il beneplacito della Sua volontà se Paolo non scrivesse: "Perché questa è la volontà di Dio: che vi santifichiate, che vi asteniate dalla fornicazione. che ciascuno di voi sappia possedere il proprio corpo in santità e onore" (1 Tessalonicesi 4:3). Certo che no, la dottrina dell'elezione non promuove l'immoralità. Sono coloro che hanno sempre sulle labbra "il libero arbitrio" ad esserne colpevoli!

La riprovazione riguarda coloro che non sono stati "scelti in Cristo prima della fondazione del mondo". E' comune osservazione che molti non siano stati giustificati, non siano stati scelti per ricevere la grazia della salvezza. Questa è una dottrina dura per coloro che amano il peccato, lo ammettiamo. Solo perché, però, è una dottrina dura non significa che debba essere ignorata. Uno però dirà: "Dio non sarebbe giusto se mandasse qualcuno all'inferno senza dargli una chance". Con questo non siamo d'accordo. Se Dio trattasse ciascuno allo stesso modo senz'alcuna elezione in Cristo, se impartisse a tutti ciò che la Sua giustizia esige, se desse strettamente a ciascuno ciò che merita, nessuno potrebbe essere salvato, perché "il salario del peccato è la morte". "...infatti le sue qualità invisibili, la sua eterna potenza e divinità, si vedono chiaramente fin dalla creazione del mondo essendo percepite per mezzo delle opere sue; perciò essi sono inescusabili … Essi, pur conoscendo che secondo i decreti di Dio quelli che fanno tali cose sono degni di morte, non soltanto le fanno, ma anche approvano chi le commette" (Vedi Romani 1:20-32). Se Dio semplicemente lasciasse tutti al proprio destino, Egli rimarrebbe giusto, perché nessuno può accampare scuse: conoscono il giudizio di Dio e non solo commettono ciò che Dio considera peccato, ma ci prendono anche gusto a commetterlo. La salvezza è PER GRAZIA, non per caso. La salvezza è da addebitarsi soltanto all'amore di Dio che sceglie di concedere la Sua grazia. L'unica cosa che meritiamo è il Suo giudizio di condanna. I reprobi meritano pienamente quel che ricevono. "Siccome non si sono curati di conoscere Dio, Dio li ha abbandonati in balìa della loro mente perversa sì che facessero ciò che è sconveniente" (Romani 1:28-31, vedasi il contesto completo). Che diremmo se Dio volesse usare questi amanti del peccato e della malvagità per dimostrare la Sua giustizia e la Sua potenza? Violerebbe forse la loro cosiddetta libertà abbandonandoli a ciò che amano, desiderano, e godono? Certo no! "Che c'è da contestare se Dio, volendo manifestare la sua ira e far conoscere la sua potenza, ha sopportato con grande pazienza dei vasi d'ira preparati per la perdizione?" (Romani 9:22, leggere l'intero capitolo per comprenderne il contesto).

Il capitolo 9 della lettera ai Romani tratta specificatamente sia dell'elezione che della riprovazione in quella che forse è la difesa più stringente di questa dottrina. "Così dunque egli fa misericordia a chi vuole e indurisce chi vuole. Tu allora mi dirai: «Perché rimprovera egli ancora? Poiché chi può resistere alla sua volontà?» Piuttosto, o uomo, chi sei tu che replichi a Dio? La cosa plasmata dirà forse a colui che la plasmò: «Perché mi hai fatta così?» Il vasaio non è forse padrone dell'argilla per trarre dalla stessa pasta un vaso per uso nobile e un altro per uso ignobile?" (Romani 9:18-21). Ancora, in 1 Tessalonicesi, Paolo congiunge le due dottrine in questo modo: "Dio infatti non ci ha destinati [come gli altri] a ira, ma ad ottenere salvezza per mezzo del nostro Signore Gesù Cristo" (1 Tessalonicesi 5:9). In 2 Tessalonicesi, ancora egli congiunge le due dottrine in un contesto esteso che copre l'intero capitolo 2. Dei reprobi egli dichiara che "l'uomo del peccato", "il figlio della perdizione" avrebbe ingannato i reprobi dicendo: "Perciò Dio manda loro una potenza d'errore perché credano alla menzogna; affinché tutti quelli che non hanno creduto alla verità, ma si sono compiaciuti nell'iniquità, siano giudicati" (vers. 11,12), come pure: "Ma noi dobbiamo sempre ringraziare Dio per voi, fratelli amati dal Signore, perché Dio fin dal principio vi ha eletti a salvezza mediante la santificazione nello Spirito e la fede nella verità. A questo egli vi ha pure chiamati per mezzo del nostro vangelo, affinché otteniate la gloria del Signore nostro Gesù Cristo" (13,14).

Non c'è quindi modo di sfuggire dalla verità sia dell'elezione che della riprovazione. La maggior parte delle persone ha familiarità con la moralità vuota e superficiale (ed immoralità) di tante predicazioni che si sentono oggi. La dottrina affermata nelle Scritture si rivolge a questi venditori ambulanti di religione in questi termini: "Perché si sono infiltrati fra di voi certi uomini (per i quali già da tempo è scritta questa condanna); empi che volgono in dissolutezza la grazia del nostro Dio e negano il nostro unico Padrone e Signore Gesù Cristo" (Giuda 4).

Ci rendiamo ben conto come la riprovazione non sia oggi un argomento popolare nei circoli evangelici, eppure, il contrasto fra gli eletti ed i reprobi ed il fatto che questa differenza l'ha fatta Dio, è fonte di lode e di gioia nel cuore di un figliolo di Dio. Egli sa, infatti, che se Dio avesse applicato strettamente verso di lui la Sua giustizia, egli sarebbe stato solo come gli altri "un vaso d'ira preparato per la perdizione"; che se non fosse stato per la libera e sovrana grazia di Dio nel provvedergli nel sacrificio di Cristo un perfetto sostituto dei suoi peccati, in quei peccati egli vi sarebbe rimasto.

Se solo in ogni pulpito del nostro paese ancora risuonasse la predicazione equilibrata di entrambe le dottrine, l'effetto sarebbe lo stesso di quello che era avvenuto durante il Grande Risveglio quando una tale potente predicazione aveva messo in allarme e portato alla conversione a Cristo moltitudini. Oggi persino il predicatore più sano teme di mettere in allarme il suo uditorio. I predicatori cristiani non dovrebbero temere le reazioni negative del loro uditorio, perché sia i figli della grazia che gli uomini e le donne di questo mondo saprebbero quanto sia terribile "cadere nelle mani del Dio vivente".

Facendo l'esperienza della grazia si scoprirà infatti ben presto che è stato per "il beneplacito di Dio" secondo l'elezione del Suo amore e misericordia che grazia è concessa a coloro che erano "senza forza". Sentire che Dio non chiama a ravvedimento dei giusti ma dei peccatori, che lascia le "novantanove" nel deserto e va a cercare un'unica pecora perduta, è un'esperienza che ci ridimensiona. Una concezione illuminata della condizione di naturale ribellione e di peccato, quella dalla quale siamo stati chiamati (mentre eravamo peccatori condannati, senza che noi potessimo vantare alcun merito) esclude ogni motivo di vanto e ci sospinge alla lode più alta del Dio di ogni grazia. Fratelli, che ci sia dato di riflettere su queste cose affinché la nostra adorazione di Cristo aumenti sempre di più in vista del Suo glorioso ritorno con tutti i Suoi santi.

Stanley C. Phillips, in: http://testallthings.com/2009/09/01/twin-doctrines/

1 commento:

  1. Curioso... sai Paolo? Proprio stamani riflettevo pregando sul salmo 63, sui suoi ultimi versetti e sui salmi cosiddetti imprecatori che tanto scandalo fanno a tanti, dove si mette in evidenza l'effetto dell'ira di Dio. Purtroppo molte chiese e molte credenti hanno trasformato la bontà di Dio, attributo divino che è un tutt'uno con la giustizia con un buonismo che applicato all'Eterno è un'eresia priva di significato e di fondamento.

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