lunedì 2 settembre 2013

Chi ti credi d'essere?

"Per la grazia che mi è stata concessa, dico quindi a ciascuno di voi che non abbia di sé un concetto più alto di quello che deve avere, ma abbia di sé un concetto sobrio, secondo la misura di fede che Dio ha assegnata a ciascuno" (Romani 12:3).

Che "concetto" hai di te stesso, come ti consideri? Quando l'apostolo Paolo scriveva esortazioni come quella riportata qui sopra, probabilmente non si riferiva tanto a coloro che, in questo mondo, "pensano di essere chissà chi", coloro che vantano grandi cose: capacità, potere, influenza, titoli, ricchezza, e che direbbero minacciosi a chi osa contrastarli: "Lei non sa chi sono io!". Il Signore Gesù direbbe loro: "Poiché chiunque si innalza sarà abbassato e chi si abbassa sarà innalzato" (Luca 14:11). L'apostolo, come si vede dal contesto, pensava a quei cristiani che, nell'ambito del popolo di Dio, si ritenevano "importanti", "essenziali" e disprezzavano chi svolgeva un servizio "inferiore" o magari "nulla di rilevante". Nell'ambito del popolo di Dio, del corpo di Cristo ciascun cristiano è importante, noi siamo tutti interconnessi ed interdipendenti e, in ogni caso, quello che siamo e facciamo è espressione della grazia di Dio. In noi stessi e da noi stessi non abbiamo nulla di cui vantare: "Infatti, chi ti distingue dagli altri? E che cosa possiedi che tu non abbia ricevuto? E se l'hai ricevuto, perché ti vanti come se tu non l'avessi ricevuto?" (1 Corinzi 4:7). Difatti, "...come in un solo corpo abbiamo molte membra e tutte le membra non hanno una medesima funzione, così noi, che siamo molti, siamo un solo corpo in Cristo, e, individualmente, siamo membra l'uno dell'altro" (Romani 12:4).

Un "concetto sobrio di noi stessi", "una giusta valutazione", nella prospettiva evangelica, però, non è neppure quella che ci porterebbe a dire: "Io non sono neanche tanto poi tanto male", "sono nella media", "c'è gente peggiore di me". Se dicessimo così, infatti, dimostreremmo solo di non renderci ancora ben conto di che cosa voglia dire essere fatti oggetto della grazia salvifica di Dio e soprattutto, dell'orrore della condizione umana dalla quale Dio ci sta salvando in Cristo, dall'orrore del nostro peccato. E' infatti con il metro della giustizia di Dio, con la santità di Dio stesso, che ci dobbiamo confrontare, non con ...i peccati altrui! Se faccio così, se giudico me stesso secondo verità, non potrò che riconoscermi il miserabile peccatore che sono, degno da parte di Dio della peggiore condanna e quindi apprezzare al massimo grado quello di cui Dio mi rende oggetto in Cristo, la Sua grazia, concetto quanto mai oggi banalizzato. Nel clima più o meno ottimista dell'umanismo contemporaneo, dove i consulenti psicologici tanto promuovono "la stima per noi stessi" e gli psichiatri si adoperano per "liberarci dai sensi di colpa" sono questi concetti biblici ad essere considerati, piuttosto, con orrore dalla nostra generazione, considerati "inappropriati" e persino negativi. Non sorprende, così, che tanta "predicazione cristiana" oggi si adatti compiacente a questo clima, non parli più di peccato nei suoi veri termini, ed annunci non solo una grazia a buon mercato, ma una grazia banalizzata come se fosse una benevolenza dovuta da Dio a noi che "siamo tanto bravi ed importanti". Si sente persino dire che noi saremmo tanto preziosi ed importanti che per salvarci Dio ha "persino" dovuto sacrificare Sé stesso in Cristo, quasi che Lui fosse a nostro servizio, Lui a doversi "fare in quattro" per onorarci! Quanto "vangelo" pervertito oggi si deve sentire!

E' così che non possiamo che rimanere allibiti quando leggiamo le predicazioni, gli insegnamenti e le testimonianze dei cristiani del passato, quelle degli evangelici "della vecchia scuola", quasi che il loro atteggiamento verso sé stessi ed il peccato fosse "negativo" e persino "morboso". E' quello di cui testimonia, per esempio il grande William Carey (1761-1834) considerato "il padre del moderno movimento missionario cristiano", il quale aveva insistito che sulla sua tomba fosse scritto: "Un impotente, povero e miserabile verme, io cado sulle Tue pietose braccia". Oppure, molto tempo prima, il riformatore Martin Lutero, ammonendo i suoi seguaci a non apporre mai il suo nome alla chiesa che era stata riformata con il suo contributo, aveva detto: "Non fatelo, perché io sono solo un sacco pieno di escrementi", o qualcosa di simile molto più colorito. Esagerati? Di fatto, erano loro a comprendere la verità sulla condizione umana e il carattere stupefacente della grazia di Dio in Cristo, mentre siamo noi, con la nostra presunzione, ad esserci allontanati dall'Evangelo biblico e a camminare spediti sul sentiero dell'apostasia..

Riconosco anche in me stesso una certa riluttanza ed imbarazzo a riproporre i termini di predicazioni cristiane del passato o comunque su una linea molto diversa dallo "spirito moderno", come quella che ho letto poco tempo fa, dal titolo "Chi è il peggiore peccatore di tua conoscenza?", che ho esitato a ripubblicare, ma che vi ripropongo oggi.

Sei TU il peggiore peccatore di tua conoscenza
Come rispondi a questa domanda rivela molto della tua teologia come pure della condizione della tua anima. Alcuni cristiani trovano questa questione difficile, per non dire inappropriata. Lascia così che ti dica senza tanti preamboli che sono persuaso che la risposta a questa domanda, quando la si pone ad un cristiano, dovrebbe essere sempre: "Sì, io sono il peggiore peccatore di mia conoscenza". A quest'idea molti sicuramente recalcitreranno perché, potrebbero dire, conoscono delle persone che sono costantemente sopraffatte dal senso di colpa senza trovarne mai sollievo. Una tale teologia può sembrare crudele. Eppure, quando la si comprende correttamente, essa conduce alla liberazione e non alla disperazione. Conoscere noi stessi e conoscere il nostro Salvatore mette in rilievo le nostre trasgressioni e la gloria di Cristo in modo tale da esserne umiliati e resi felici dalla grazia di Dio in Cristo. L'apostolo Paolo scrive di sé stesso nel modo che dimostra quanto credeva a proprio riguardo. In primo luogo dice di essere "il minimo degli apostoli" (1 Corinzi 15:9) e poi "il minimo fra tutti i santi" (Efesini 3:8). Poi, al termine della sua vita egli vede sé stesso come "il primo dei peccatori" (1 Timoteo 1:15). Questo, congiunto alla costante lotta di Paolo contro il peccato che trova in sé stesso e descritta in Romani 7:13-25, ci fa vedere molto bene quale immagine Paolo avesse di sé stesso. Sebbene in Cristo ora egli poteva considerarsi santo, egli vedeva sé stesso come il peggiore fra i peccatori sia a causa delle malvagità che aveva commesso nel passato che per la corruzione che scopriva al presente nel suo cuore.

La Confessione di fede di Westminster afferma: "Questa corruzione di natura permane in questa vita anche nei rigenerati. Benché sia perdonata e mortificata in Cristo, essa (questa natura corrotta), insieme a tutte le pulsioni (movimenti) che ne derivano, sono veramente e propriamente peccaminosi (peccato)" (6:5).

Dire che tu sei il peggiore dei peccatori di tua conoscenza non vuol dire mettersi a confronto con altri. E' una confessione della propria debolezza e trasgressioni. Ciò che ci mette in grado di fare un tale giudizio è che noi conosciamo meglio di chiunque altro quali siano i nostri peccati. Conosciamo (almeno in parte) le nostre motivazioni, pensieri e desideri. Non solo vediamo in noi stessi quei peccati visibili che altri potrebbero notare, ma anche quelli che rimangono nascosti alla vista di altri. Noi abbiamo questa consapevolezza non tanto come peccatori, ma proprio come santi. Sentiamo i nostri peccati e conosciamo la loro grandezza e mostruosità alla luce della pazienza di Dio verso di noi. ed il sacrificio di Cristo per noi. In questo noi troviamo profonda umiltà.

Il santo che conosce la dolorosa realtà del suo peccato, non solo confessa la sua corruzione, ma anche confessa la sua fiducia nel suo Salvatore. Egli quindi non solo è umile, ma anche felice. Il peggiore fra i peccatori, infatti, è stato ritrovato da Gesù e redento dal Suo sangue che lo purifica da ogni iniquità. La persona non convertita non comprenderà mai le tenebre del suo cuore, o quanto profondamente il peccato si radichi in lui. Più intima è la nostra comunione con Cristo, più amaro ci sembrerà il nostro peccato e maggiormente dolce la Sua grazia. Più amiamo Cristo più odiamo il peccato. Quanto più in alto la Grazia ci solleva, più in basso ci pieghiamo in umiltà.

Il puritano John Flavel aveva incapsulato bene questo concetto scrivendo: "Quando il grano è quasi maturo, esso piega la terra, si abbassa più giù di quando era verde. Quando il popolo di Dio è quasi maturo per il Cielo, essi diventano maggiormente umili e rinnegano sé stessi più di quanto avevano fatto al tempo della loro conversione. Più un santo cresce nel mondo, meglio sarà consapevole della condizione del suo cuore e degli obblighi che ha verso Dio, entrambe le cose molto umlilanti".

L'uomo che sa di essere il peggiore fra i peccatori e la donna che si rattrista profondamente per la profondità delle sue trasgressioni non si contrae nella sua disperazione, ma si estende rallegrandosi grandemente della grazia che giunge all'empio ed esclama "Persino io!". Questo lascia in ogni sant(ificat)o con un cuore anelante a ravvedersi da ogni peccato residuo in lui e a rifugiarsi solo in Cristo.
"Da ciò vediamo ogni giorno tanti peccati dovuti alla nostra debolezza, e le migliori opere dei santi non sono mai senza colpe, ciò dà loro continuamente l'occasione di umiliarsi davanti a Dio, di ricorrere al Cristo crocefisso, di mortificare sempre più la loro carne con lo spirito di preghiera, e con santi esercizi di pietà, e di sospirare, aspirando alla meta che è la perfezione, fino a che, liberati da questo corpo di peccato, essi regneranno in cielo con l'Agnello di Dio" (Canoni di Dordrecht 5:2).
Fintanto che non vedrai te stesso come il più miserabile fra i peccatori non vedrai la grandezza del tuo Salvatore. E' colui al quale molto è perdonato che molto ama di conseguenza (Luca 7:41-49).

Io sono il peggiore fra i peccatori, ma Dio mi ha manifestato amore e compassione provandomelo nel sacrificio di Suo Figlio, ed attraverso di Lui sono redento e riconciliato con Dio ora e per sempre.

Nota

(1) John Flavel, The Heavenly Use of Earthly Things (London: Printed for J. Mathews, 1799).

1 commento:

  1. Magnifica riflessione.
    Grazie caro pastore, per averla condivisa.

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