venerdì 6 marzo 2015

Pulizie di primavera

Voglia di pulito, ordine e freschezza

La saggia e previdente gestione della propria abitazione conosce nella nostra cultura una lodevole consuetudine, quella delle “Pulizie di primavera”. Numerosi siti web ci danno al riguardo ottimi consigli. Vorrei citarne in particolare uno, le cui espressioni sono particolarmente significative[1].
“Quando la luce della primavera entra in casa si viene colte da un’inaspettata voglia di pulito, ordine e freschezza. È normale – la polvere che prima non vedevi adesso sonnecchia in bella vista illuminata dai raggi del sole: improvvisamente noti tutto ciò che sino al giorno prima ti sembrava di non aver visto. Le tende sono un po’ grigie, i rivestimenti di divani e cuscini vanno lavati, gli infissi sono da pulire in modo energico – tutta la casa ha bisogno di essere profondamente rinfrescata e tu ti senti sull’orlo di una crisi di panico! Non disperare – la soluzione è più semplice di quanto tu possa pensare: basta un piano di organizzazione preciso (professionale, direi) e un cestino di prodotti efficaci, scelti in base alla tipologia di casa nella quale abiti”. Il sito web procede poi a darci consigli specifici al riguardo.
Le “pulizie di primavera”, però, non sono solo un’ottima idea per la nostra casa, ma anche per le città. Vorrei segnalare l’iniziativa: “I monzesi alle Pulizie di Primavera”[2]. L’anno scorso oltre 2.000 cittadini hanno risposto all'appello per rendere la città più pulita[3]. Anche quest’anno, in aprile l’iniziativa che coinvolgerà direttamente i cittadini per ripulire e migliorare angoli di quella città. L’avviso dice: “Partecipare è facile! Basta formare un gruppo di almeno 10 persone, individuare un intervento specifico ... comunicarlo direttamente al Comune di Monza. Tutte le richieste saranno esaminate e prese in considerazione. L’Amministrazione comunale programmerà le attività e fornirà il materiale eventualmente necessario. …. Se invece sei un cittadino singolo, dopo la presentazione degli interventi, potrai dare ugualmente una mano, chiedendo di partecipare. Tutti i volontari saranno assicurati a spese del Comune. A coronare questa grande mobilitazione cittadina, nel mese di maggio sarà organizzata una grande festa durante la quale sarà possibile condividere i risultati complessivi dell’iniziativa…”.


Anche la chiesa ha bisogno di “pulizie di primavera”? Indubbiamente sì, e non soltanto dei suoi locali fisici, ma anche di far pulizia morale e spirituale, perché anche la chiesa si sporca e corrompe non meno di altre realtà ed ha bisogno periodicamente di essere “ripulita”. È la funzione permanente della Riforma e non bisogna sempre attendersi che le “autorità” la organizzino (perché potremmo aspettare parecchio…), ma è anche responsabilità dei cristiani organizzarsi in quel senso, volontariamente e talvolta persino in opposizione alle autorità, quando lo “sporco” fa loro comodo. Le “pulizie” potranno essere più o meno radicali, ma l’opera di purificazione va fatta.

La purificazione del tempio

“La purificazione del Tempio” è un ben noto episodio dei vangeli che ritroviamo più volte e che ha per protagonista il Signore Gesù che un giorno… Leggiamone il racconto come lo troviamo nel vangelo secondo Giovanni al capitolo 2.
“(13) La Pasqua dei Giudei era vicina e Gesù salì a Gerusalemme. (14) Trovò nel tempio quelli che vendevano buoi, pecore, colombi, e i cambiavalute seduti. (15) Fatta una sferza di cordicelle, scacciò tutti fuori dal tempio, pecore e buoi; sparpagliò il denaro dei cambiavalute, rovesciò le tavole, (16) e a quelli che vendevano i colombi disse: «Portate via di qui queste cose; smettete di fare della casa del Padre mio una casa di mercato». (17) E i suoi discepoli si ricordarono che sta scritto: «Lo zelo per la tua casa mi consuma». (18) I Giudei allora presero a dirgli: «Quale segno miracoloso ci mostri per fare queste cose?» (19) Gesù rispose loro: «Distruggete questo tempio, e in tre giorni lo farò risorgere!» (20) Allora i Giudei dissero: «Quarantasei anni è durata la costruzione di questo tempio e tu lo faresti risorgere in tre giorni?» (21) Ma egli parlava del tempio del suo corpo. (22) Quando dunque fu risorto dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che egli aveva detto questo; e credettero alla Scrittura e alla parola che Gesù aveva detta” (Giovanni 2:12-22).
I vangeli sinottici riportano la “purificazione del tempio” dopo il Suo ingresso trionfale a Gerusalemme[4]. Solo Giovanni lo riporta all’inizio del ministero di Gesù. Vi sono differenze fra i vangeli nei dettagli del racconto e nella cronologia del fatto, ma esse dipendono dalle intenzioni teologiche del messaggio di ciascun evangelista.

C’é Pasqua e Pasqua...

“La Pasqua dei Giudei era vicina e Gesù salì a Gerusalemme” (13).
Si trattava probabilmente delle celebrazioni della Pasqua del 7 aprile dell’anno 30, la prima dopo l’inizio del ministero pubblico di Gesù. Gesù onorava le prescrizioni della Legge mosaica e, in questo caso, quella inerente la celebrazione della Pasqua[5]. Gesù, infatti, non è venuto per abolire la Legge mosaica, ma per portarla a compimento, per renderle il suo significato autentico[6], riconoscendola come espressione della volontà di Dio. Il fatto che Giovanni specifichi trattarsi della “Pasqua dei Giudei” indica come i suoi lettori fossero essenzialmente di origine pagana e che non fossero avvezzi a questa pratica che la chiesa cristiana intendeva in modo diverso oppure non osservava.
La Pasqua cristiana non è “la Pasqua dei Giudei” non perché le celebrazioni degli israeliti non abbiano valore (erano pur sempre comandate da Dio), ma perché dovevano essere solo la prefigurazione, l’annuncio, di ciò che sarebbe avvenuto in Cristo. La maggior parte dei Giudei, però, si fermano a quei segni senza comprenderli oppure equivocandoli. La Pasqua cristiana è la “Pasqua di risurrezione”: essa celebra il passaggio dalla schiavitù del peccato alla libertà dei figli di Dio attraverso il sacrificio stesso del Cristo. ”Gesù, nostro Signore, ... è stato dato a causa delle nostre offese ed è stato risuscitato per la nostra giustificazione” (Romani 4:24-25). Anche le celebrazioni che fanno tanti cristiani solo di nome non sono che vuoti simulacri che essi non comprendono oppure equivocano. Diventano vuoto ritualismo, e quando questo accade, quei segni si corrompono e si alterano, diventano oppressivi ed alienanti. Devono essere allora riconsiderati e riformati, cioè riportati al loro significato autentico. Dice la lettera agli Ebrei: “Questo è una figura per il tempo presente. I doni e i sacrifici offerti secondo quel sistema non possono, quanto alla coscienza, rendere perfetto colui che offre il culto, perché si tratta solo di cibi, di bevande e di varie abluzioni, insomma, di regole carnali imposte fino al tempo di una loro riforma” (Ebrei 9:9-10).

L’abuso e lo sfruttamento della religiosità

“Trovò nel tempio quelli che vendevano buoi, pecore, colombi, e i cambia-valute seduti” (14).
Gesù osserva come il cortile del tempio (hieron) di Gerusalemme si fosse trasformato in un mercato. Indubbiamente si trattava del “Cortile dei Gentili”, non l’edificio stesso del tempio (naos). Questa compravendita aveva avuto all’inizio uno scopo pratico. C’era chi portava i propri animali per i sacrifici, altri che preferivano acquistarli sul posto. Inoltre, nel tempio potevano essere usate solo monete locali, non quelle che portavano l’immagine di autorità o divinità pagane, e quindi bisognava cambiarle. I sacerdoti vi ammettevano i cambia valute solo nelle tre settimane prima di Pasqua. Chi forniva questi servizi, naturalmente, ne ricavava un profitto. Al tempo di Gesù la cosa era cresciuta tanto da far diventare quel luogo di preghiera un rumoroso bazar e da rendere praticamente impossibile la preghiera. Quello era l’unico luogo del tempio accessibile ai non-ebrei credenti e probabilmente era il luogo dov’era venuto per pregare l’eunuco etiope menzionati in Atti 8:27. Che impressione ne avrà avuto? Ancora oggi chi va in cerca di spiritualità, del silenzio della preghiera, in tanti “santuari” trova solo un mercato, gente che chiacchera “come se niente fosse”, persone mondane e gente che ne profitta.
Non penso soltanto a tanti santuari del cattolicesimo romano dove si svolgono attività commerciali molto proficue (cosa che avveniva anche nei santuari pagani dell’antichità - c’è sempre chi ne profitta[7]), alla mondanità delle feste pseudo-religiose (spesso solo occasione per far baldoria), ma anche alla tanti locali di culto di chiese evangeliche dove è impossibile trovare silenzio e concentrazione, ma solo rumori, voci e distrazioni. Un’attenta riforma del culto e dei locali di culto è quanto mai necessaria anche nella nostra generazione.
Nonostante il nostro display di religiosità (esteriore e carnale), potremmo trovarci nella situazione che Iddio denunciava attraverso il profeta Isaia, quando diceva: “«Che m'importa dei vostri numerosi sacrifici?», dice il SIGNORE; «io sono sazio degli olocausti di montoni e del grasso di bestie ingrassate; il sangue dei tori, degli agnelli e dei capri, io non lo gradisco. Quando venite a presentarvi davanti a me, chi vi ha chiesto di contaminare i miei cortili? Smettete di portare offerte inutili; l'incenso io lo detesto; e quanto ai noviluni, ai sabati, al convocare riunioni, io non posso sopportare l'iniquità unita all'assemblea solenne. L'anima mia odia i vostri noviluni e le vostre feste stabilite; mi sono un peso che sono stanco di portare. Quando stendete le mani, distolgo gli occhi da voi; anche quando moltiplicate le preghiere, io non ascolto; le vostre mani sono piene di sangue. Lavatevi, purificatevi, togliete davanti ai miei occhi la malvagità delle vostre azioni; smettete di fare il male; imparate a fare il bene“ (Isaia 1:11-17).

L’importanza delle azioni dimostrative

“Fatta una sferza di cordicelle, scacciò tutti fuori dal tempio, pecore e buoi; sparpagliò il denaro dei cambiavalute, rovesciò le tavole, e a quelli che vendevano i colombi disse: «Portate via di qui queste cose; smettete di fare della casa del Padre mio una casa di mercato»” (15,16).
A tutto questo Gesù reagisce con parole e con gesti dimostrativi. Dichiara che Dio è Suo Padre e che in quello che fa Egli agisce per Dio. Giovanni fornisce la ragione delle azioni di Gesù: l’abuso che se ne faceva del tempio. Non menziona la corruzione che vi si praticava facendo profitti dalla compra-vendita di animali per i sacrifici ed il cambio del denaro, ma è chiaro come l’azione di Gesù costituisse di fatto una rilevante minaccia per quei commerci. Dava fastidio!
Affermando che Dio è Suo Padre, Gesù indica quale sia l’autorità che Gli permette di fare quel che fa. Non indica, in questo contesto, la Sua uguaglianza con il Padre (cosa che farà un’altra volta, v. 5:18). Per coloro che erano presenti, in questione era la Sua legittimazione, la Sua autorità, non tanto la Sua identità (v. 18).
L’azione di Gesù era molto forte ma si limitava ad essere una dimostrazione. Aveva messo in allarme le guardie armate del tempio, ma non sarebbe stata l’inizio di una rivoluzione violenta (cosa della quale gli zeloti sarebbero stati contenti, ma non era proprio il caso). Probabilmente aveva suscitato le speranze del discepolo Giuda, ma ne sarebbe stato deluso. Inoltre, l’azione di Gesù era forte, ma non crudele. Non c’è alcuna indicazione che Egli abbia inferto delle ferite a qualcuno con quel suo frustino di cordicelle[8]: il che sarebbe stato improbabile. Più che forza fisica, nello svuotare quel cortile, Gesù manifesta forza morale e adempie alle profezie dell’Antico Testamento al riguardo, cosa che non sarebbe sfuggita a coloro che allora le conoscevano. Nelle dimostrazioni quello che conta è solo la forza morale.
Le azioni dimostrative sono testimonianze importanti. Di per sé stesse non cambiano le cose, ma sono un’importante monito per la coscienza di chi vi assiste. Notevoli oggi sono le azioni dimostrative di quelle che si sono chiamate “le sentinelle in piedi”: dimostrazioni pacifiche e silenziose, ma che “lasciano il segno” e che “disturbano” non poco. Sono dimostrazioni che testimoniano della verità contro le moderne perversioni della verità Dimostrano che i cristiani non hanno alcuna intenzione di essere manipolati dalle ideologie moderne e che prendono posizione irremovibile per quanto Dio ci ha rivelato opponendo la resistenza del proprio corpo.

Lo zelo per la gloria di Dio

“E i suoi discepoli si ricordarono che sta scritto: «Lo zelo per la tua casa mi consuma»” (17).
L’impressione che l’atto di Gesù avrebbe esercitato sui Suoi discepoli era di zelo, fervente devozione, per l’uso appropriato del tempio e per la gloria stessa di Dio.
Possono aver pensato, allora o più tardi, alle espressioni del Salmo 69:6. In quel Salmo Davide dice che lo zelo per la costruzione del tempio era stato il suo pensiero dominante, e per questo altri lo avevano criticato. Quel testo, però, nei propositi di Dio, si proietta nel futuro per descrivere lo spirito del Messia e Giovanni, l’evangelista, vede come i momenti critici della vita di Gesù siano il compimento di ciò che era stato annunziato nell’Antico Testamento. Lo zelo per la verità e la gloria di Dio sarà la nota dominante del Messia e di chi Lo segue. Quando Gesù “purifica” il tempio, Egli “dichiara guerra” all’ipocrisia dei gestori della religione (Matteo 23) e questo Lo porterà alla morte. Egli sarà letteralmente “consumato” dallo zelo.
Il vocabolario definisce lo zelo come il fervido, operoso impegno che si spiega e si dimostra in una attività o per la realizzazione di un particolare fine. Nell'ambito della fede cristiana zelo è il fervoroso adoperarsi per la gloria di Dio, che si esprime soprattutto, oltre che con la preghiera, con l’apostolato della parola e delle opere, e col vivo desiderio di promuovere la salvezza temporale ed eterna delle persone.
Lo zelo può avere anche un senso negativo o limitativo, di chi si impegna per pura ambizione o tornaconto personale, o uscendo indebitamente dai limiti delle proprie mansioni, intromettendosi in questioni e faccende che non lo riguardano. Esso può essere pure "zelo senza conoscenza" confondendosi con quello che si chiama "fanatismo", vale a dire un'espressione esasperata del sentimento religioso che porta ad eccessi e alla più rigida intolleranza nei confronti di chi sostenga idee diverse. Per estensione ogni manifestazione di incondizionata e quasi maniaca adesione a un’ideologia politica o a una dottrina filosofica o religiosa. I relativisti moderni (che non hanno nulla per cui vivere e morire) confondono lo zelo con il fanatismo e giustificano così la propria vuotezza. Quello di Gesù e dei Suoi discepoli, però, è impegno basato sulla conoscenza e sull'amorevole fermezza. Lo "zelo senza conoscenza" era quello che un tempo aveva lo stesso apostolo Paolo e che ora condanna nei termini più chiari: “Fratelli, il desiderio del mio cuore e la mia preghiera a Dio per loro è che siano salvati. Io rendo loro testimonianza infatti che hanno zelo per Dio, ma zelo senza conoscenza. Perché, ignorando la giustizia di Dio e cercando di stabilire la propria, non si sono sottomessi alla giustizia di Dio; poiché Cristo è il termine della legge, per la giustificazione di tutti coloro che credono” (Romani 10:1-4).

Non manifestazioni di forza secondo la logica di questo mondo

“I Giudei allora presero a dirgli: «Quale segno miracoloso ci mostri per fare queste cose?». “Gesù rispose loro: «Distruggete questo tempio, e in tre giorni lo farò risorgere!»” (18-19).
I portavoce dei Giudei presenti nel cortile del tempo vorrebbero che Gesù operasse un qualche segno miracoloso straordinario per autenticare, certificare, che quello che dice e fa sia secondo verità. Non verificano però se la denuncia di Gesù sia oggettivamente vera, ma solo se Gesù abbia “la forza” per giudicare così il loro operato.
La tradizione, la prassi invalsa e le autorità che la convalidano le considerano al di là da ogni possibilità di critica, a meno che non dimostri di avere un’autorità maggiore, o non imponi con la forza “la tua verità”. È sempre così: la verità in questo mondo non è considerata qualcosa di oggettivo, ma è stabilita da rapporti di forza. “Io sono il più forte e stabilisco io che cosa sia verità e cosa sia giusto. Gesù, dacci una dimostrazione di forza e di autorità e se sarà più grande della nostra ci sottometteremo a te”. Le “verità” dell’impero romano erano state imposte in quel modo, e loro si erano sottomessi.
Gesù, però, non accetta questa logica. Per quanto, quella di Gesù, sia un gesto molto deciso e sortisca un qualche effetto, la Sua rimane pur sempre, secondo i criteri di questo mondo, una dimostrazione “debole” ed “inadeguata”. È un gesto solitario che non innesca rivoluzioni; è un gesto che disturba ma che, in fondo, sarà da loro facilmente neutralizzato.
Gesù indubbiamente dà loro un segno, ma non esattamente del tipo che essi vorrebbero. Vorrebbero qualche immediata dimostrazione di autorità profetica e di forza. Gesù annuncia di fatto che un potente miracolo avrebbe indubbiamente rivendicato la Sua autorità, ma solo dopo la sua morte. Agendo sulla base di una logica diversa e “debole”, quei Giudei non erano sinceramente interessati a volere di quei segni. I miracoli di Gesù, per quanto impressionanti, non erano le dimostrazioni di forza alle quali si sarebbero sottomessi, e quindi, su quella base, essi non avrebbero comunque riconosciuto l’autorità di Gesù.
È allora che Gesù fa uso del consueto Suo linguaggio enigmatico, quello delle parabole. Gesù proclama una verità ed una sapienza non di questo mondo e lo fa senza “sbilanciarsi” mai. Capisce chi deve capire. Nasconde la rivelazione agli increduli non in buona fede ma la fa conoscere ai credenti, perché la verità la si comprende solo dopo la radicale conversione personale di chi abbandona i presupposti sui quali opera questo mondo decaduto.
Gesù parla di Sé stesso e non del tempio di Gerusalemme con il suo sistema, che verrà alla fine. Il Sinedrio farà poi uso delle parole di Gesù sul distruggere il tempio come accusa capitale contro di Lui al Suo processo[9]. Egli, però, non aveva detto: “Io distruggerò il tempio”, ma “voi distruggerete il tempio”. Sarà vero per quanto riguarda l’edificio che di Gesù stesso. Saranno loro i soli responsabili della sua distruzione che, comunque, deve avvenire.
Gesù “scaccia”, contesta, dunque, la logica di questo mondo basata sulla forza di chi impone “le sue verità”. La verità ha un carattere oggettivo ed è quella di Dio e Gesù intende farla prevalere in forza del suo valore oggettivo soltanto, da riconoscere, apprezzare ed accogliere. Certo verrà il tempo del Suo ritorno in gloria: solo allora verranno spazzati via dalla faccia della terra gli impenitenti operatori di iniquità.

È finito il tempo dei templi

“Allora i Giudei dissero: «Quarantasei anni è durata la costruzione di questo tempio e tu lo faresti risorgere in tre giorni?» . Ma egli parlava del tempio del suo corpo. Quando dunque fu risorto dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che egli aveva detto questo; e credettero alla Scrittura e alla parola che Gesù aveva detta” (20-22).
Con Gesù ed in Gesù finisce il tempo dei templi. I cristiani non hanno e non possono avere dei templi, luoghi fisici di muratura in cui adorare e servire Dio e dove Lui vi sarebbe particolarmente presente (i locali di culto cristiani sono luoghi circostanziali provvisori). Quei templi implicano (con i sistemi religiosi che gestiscono) molti anni di lavoro, di lavoro umano. Le religioni sono frutto della fatica umana! Il nostro unico e vero tempio è la Persona e l’opera del Signore Gesù, del Cristo. Le religioni di questo mondo sorgono “dal basso”, la fede cristiana in Cristo scende dall’alto. Alla donna samaritana incontrata ad un pozzo, Gesù dice: “Donna, credimi; l'ora viene che né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate quel che non conoscete; noi adoriamo quel che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. Ma l'ora viene, anzi è già venuta, che i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità; poiché il Padre cerca tali adoratori” (Giovanni 4:21-23). Come “luogo” a cui ci si reca per incontrare Dio, il tempio è stato soppiantato e sostituito da Gesù stesso, nella cui Persona risorta si può incontrare Dio (cfr. 1:18; 14:6).
Le espressioni volutamente enigmatiche di Gesù inducono i suoi critici a pensare che Egli si riferisse agli edifici sacri. L’evangelista Giovanni interpreta per i suoi lettori il significato autentico che bisognava dare a quella frase. Anche i discepoli di Gesù allora non l’avevano compreso. Lo faranno più tardi dopo la Sua risurrezione. Il corpo di Gesù era un tempio unico nel suo genere. Era il corpo in cui la Parola era diventata carne (1:14). Il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo vi dimoravano. Gesù diventa il vero centro del culto dopo l’incarnazione. Tabernacolo e tempio ne erano solo prefigurazioni. Nel corpo di Gesù, tempio di Dio, sarebbe avvenuto il sacrificio ultimo.
Gesù, quindi, parla del tempio come un’illustrazione di Sé stesso. Più tardi il Corpo di Cristo diventa figura della Chiesa[10]. L’equivoco sembra avere la funzione di mettere in evidenza i due livelli d comprensione che avvengono nel Vangelo. Da una parte è il livello spirituale e celeste che Gesù è venuto a portare, per insegnare la vera via alla vita eterna. D’altro canto, è il livello temporale e terreno sul quale opera la maggior parte della gente, che conduce alle tenebre ed a perdere la vita. Giovanni vuole mostrare come sia necessario passare dal livello terreno a quello celeste, dalle tenebre alla luce, dalla morte alla vita. Giovanni conduce così i suoi lettori a vedere ed a comprendere ciò che non sapevano o non volevano fare i primi partecipanti, e quindi a credere alle affermazioni del Cristo evitando così l’ignoranza dei personaggi originali del dramma.

La necessità di pulizie continue

Siam partiti quest’oggi considerando una lodevole consuetudine, quella delle “pulizie di primavera”. La voglia di pulito, ordine e freschezza, infatti, è un sentimento molto importante e non soltanto per le nostre case e città. Sporco e disordine, infatti, si accumula su tutte le realtà di questo mondo, chiese comprese, perché, a causa del peccato, sono soggette alla corruzione. Ecco allora che cosa Gesù compie nel tempo di Gerusalemme quel giorno, cacciandone cosa e chi non ci deve stare, ci comunica qualcosa di molto importante: la necessità periodica di “far pulizia”, in tutti i sensi. Il Signore Gesù Cristo rimane “il Riformatore” per eccellenza che ancora oggi, affermando la Sua identità unica, Parola e “stile”, contesta i nostri sistemi per ristabilire le cose “come dovevano essere”. I “riformatori protestanti” era a Lui che si conformavano nella necessaria loro opera, e così ancora deve essere. È così che le nostre “feste comandate” devono essere ricondotte al loro significato originale. È così l’abuso e lo sfruttamento della religiosità deve essere denunciato. Con Gesù non ci tiriamo indietro dalle azioni dimostrative tanto da poter dire “dobbiamo dare fastidio” agli operatori di iniquità. È un nostro dovere morale! Perché? Perché lo zelo per la verità e la gloria di Dio deve essere il nostro “pensiero dominante”, senza timore per questo di essere criticati o considerati dei “fanatici”, se lo facciamo seguendo “lo stile” di Cristo. Egli, infatti, è il nostro Maestro anche in questo, portandoci a testimoniare una logica ed una forza diversa da quella invalsa in questo mondo. Per questo dobbiamo distinguerci anche dalle religioni di questo mondo, “costruite dal basso”. Davvero: “Colui che viene dall'alto è sopra tutti; colui che viene dalla terra è della terra e parla come uno che è della terra; colui che vien dal cielo è sopra tutti” (Giovanni 3:31).
Un’ultima parola di avvertimento credo che sia necessaria. Ripulire periodicamente l’ambiente in cui viviamo è necessario, così com’è necessario rivedere costantemente le nostre istituzioni, stato e chiesa stessa, per operarne riforme e riallinearle ai criteri di giustizia che ci sono dati da Dio nella Sua Parola. Non dobbiamo considerare nulla in questo mondo come sacro ed intoccabile, definitivo e compiuto, e men che meno le nostre “onorate tradizioni” ed umane “carte costituzionali”.
Che dire, però, di noi stessi, del nostro cuore e della nostra anima? Abbiamo noi personalmente bisogno di riconsiderare criticamente la nostra vita? Certamente, e prima di ogni altra cosa! Anche nella nostra vita, infatti, si accumula sporco e disordine di ogni genere e corriamo il rischio di “abituarcene” e di pensare, ingannevolmente, di non avere bisogno di pulizie e di riforme! Quanto spesso è vero, così, che abbiamo bisogno che Cristo, il nostro Signore e Salvatore, scacci, e con la frusta, tutto ciò che in noi non ci dovrebbe essere! Così come la chiesa deve essere “semper reformanda”, così anche noi abbiamo bisogno di riesaminare noi stessi e di di riformarci, anzi, di ravvederci sempre di nuovo. No, sicuramente non basta il ravvedimento di cui abbiamo fatto esperienza all’inizio del nostro cammino di fede. Potremmo persino giungere a riconoscere che di fatto, non ci fosse mai stato veramente! Se lo riconosciamo ed agiamo di conseguenza, c’è sempre rimedio e speranza!
La Parola del Signore di dice: “Esaminatevi per vedere se siete nella fede; mettetevi alla prova. Non riconoscete che Gesù Cristo è in voi? A meno che l'esito della prova sia negativo. Ma io spero che riconoscerete che la prova non è negativa nei nostri confronti” (2 Corinzi 13:5-6).
Paolo Castellina, 3 marzo 2015.

Notr

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