martedì 10 agosto 2010

La questione morale può essere molto immorale...

In un editoriale, Antonio Polito, del quotidiano "Il riformista" di oggi, 10 agosto, tira in ballo la "morale calvinista" quando scrive: " (...) resta da spiegare come mai uno dei paesi dalla vita pubblica più corrotta del mondo ogni tanto scopra standard di moralità pubblica tra i più calvinisti del mondo. Ma la ragione è semplicissima, ed è la politica. La questione morale, infatti, sbandierata dai moralisti come parametro etico superiore ed autonomo da ogni giudizio politico, viene usata a fini politici come ogni altra questione, quando in gioco c'è il potere. E' sempre stato così e sempre sarà. La questione morale può essere molto immorale. E per contro nostro non lo scopriamo oggi (...)".

Certo, molto spesso la questione morale è solo un'ipocrita strumento politico per attaccare gli avversari quando, umilmente, chi accusa farebbe meglio a guardare sé stesso e tacere, cercando piuttosto di dare testimonianza di integrità e pulizia, senza pretendere superiorità morale. E' il Calvinismo? Quanto rimane nei paesi di tradizione protestante spinge molti servitori del cittadino ad aspirare alla massima integrità personale e, quando sbagliano, a confessare onestamente le loro colpe e ad offrire le proprie dimissioni.

Il Calvinismo o, più propriamente, la concezione biblica e riformata della morale, considera i principi di giustizia della Legge di Dio in questo modo: (1) prima di tutto come un atto di accusa verso noi stessi, per rilevare senza alcuna scusante la nostra radicale corruzione morale ["Non c'è nessun giusto, neppure uno" (Romani 3:10)] e la giustizia di Dio nel condannarci. Essa così ci spinge ad implorare la grazia di Dio e la nostra riforma. E' a questo punto che incontriamo l'Evangelo, l'annuncio della grazia di Dio che ci parla di come Cristo abbia preso su di Sé la condanna che a noi sarebbe spettata e della potenza rigeneratrice dello Spirito Santo. (2) Dopo aver confessato la nostra miseria morale e accolto quanto Dio ci dona in Gesù Cristo (grazia e rigenerazione), il cristiano ubbidisce diligentemente alla Legge di Dio come espressione di amore e di riconoscenza verso Colui che l'ha salvato in Cristo studiandosi di compiacere Dio in ogni cosa. Certo, nel cristiano rimangono tracce più o meno grandi della sua natura corrotta e spesso cade. Grazie a Dio, però, si rialza e, desiderando di tutto cuore fare ciò che è giusto davanti a Dio, riprende il cammino della sua santificazione anelando al giorno in cui sarà liberato totalmente dalla sua corruzione in Cielo.

Un terzo uso della Legge è quando i cristiani promuovono i criteri di giustizia della legge di Dio nella società umana. E' infatti attraverso l'ordinamento civile della società che Dio tiene sotto controllo il male. Romani 13 afferma: "...infatti i magistrati non sono da temere per le opere buone, ma per le cattive. Tu, non vuoi temere l'autorità? Fa' il bene e avrai la sua approvazione, perché il magistrato è un ministro di Dio per il tuo bene; ma se fai il male, temi, perché egli non porta la spada invano; infatti è un ministro di Dio per infliggere una giusta punizione a chi fa il male. Perciò è necessario stare sottomessi, non soltanto per timore della punizione, ma anche per motivo di coscienza. È anche per questa ragione che voi pagate le imposte, perché essi, che sono costantemente dediti a questa funzione, sono ministri di Dio" (3-6).

E' importante anche sottolineare che nell'ambito del Nuovo Testamento il rigore della Legge di Dio (che viene riconfermata) è moderata dal principio della misericordia finalizzata non al perdono ed alla riabilitazione del trasgressore che si ravvede del suo crimine. Il riconoscimento della nostra comune corruzione morale non è, evidentemente, una scusa per continuare a fare ciò che non è giusto, né il perdono può essere a buon mercato.

In ogni caso la realtà del "Non c'è nessun giusto, neppure uno" deve ridimensionare, rendere umili, chi troppo facilmente si erge in giudizio degli altri. "Come mai dunque, tu che insegni agli altri non insegni a te stesso? Tu che predichi: «Non rubare!» rubi? Tu che dici: «Non commettere adulterio!» commetti adulterio?" (Romani 3:21-23). La rilettura di tutta l'epistola ai Romani continua ad essere salutare ancora oggi nell'Italia del ventunesimo secolo.

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