martedì 27 marzo 2012

Un termine per noi ripugnante, eppure...


“Servo di Gesù Cristo”[1], “servo di Dio e del Signore Gesù Cristo”[2] è il modo in cui gli apostoli di Cristo amavano definire sé stessi. Questo termine (δοῦλος doulos), effettivamente, bisognerebbe meglio tradurlo come “schiavo”, cioè uno che non è libero. Esprime la condizione di chi è “sotto padrone”, ma non come lo si intende oggi, nel senso di operaio salariato, ma quella la cui vita è completamente a disposizione e sotto il controllo di un altro. Lo si applicava spesso ai cortigiani delle monarchie assolute orientali. Questo termine è applicato ai profeti come coloro ai quali Dio si era compiaciuto di affidare un incarico[3], e lo porta il Messia stesso[4], non solo “servo di Dio”, ma “schiavo di Dio”.
Schiavo, infatti, è molto più che “servo”. Se servi lo si può essere a tempo limitato, “rendendo un servizio” sottoposti ad un preciso contratto di lavoro che ne regola i diritti e doveri e con una precisa remunerazione, di per sé stesso lo schiavo non poteva accampare alcun diritto. Se poteva godere di privilegi o benefici questo dipendeva unicamente dal beneplacito del padrone, come indica lo stesso Gesù rispetto agli obblighi che abbiamo verso Dio: «Se uno di voi ha un servo che ara o bada alle pecore, gli dirà forse, quando quello torna a casa dai campi: "Vieni subito a metterti a tavola"? Non gli dirà invece: "Preparami la cena, rimbòccati le vesti e servimi finché io abbia mangiato e bevuto, poi mangerai e berrai tu"? Si ritiene forse obbligato verso quel servo perché ha fatto quello che gli era stato comandato? Così, anche voi, quando avrete fatto tutto ciò che vi è comandato, dite: "Noi siamo servi inutili; abbiamo fatto quello che eravamo in obbligo di fare"» (Luca 17:7-10).
E’ così che il concetto di schiavitù e di schiavo è per noi moderni cosa tanto odiosa e ripugnante che persino quando nella Bibbia lo troviamo come il termine preferito per definire (in senso positivo) il rapporto che intercorre fra l'apostolo e Dio, noi preferiamo “addolcirlo”, “moderarlo”, traducendolo con "servo". Eppure, quando gli apostoli parlavo di sé stessi come di servi di Dio intendevano proprio “schiavi”: riconoscevano infatti Gesù come loro padrone indicando come essi non avessero alcuna autorità o volontà loro propria, ma che semplicemente dichiaravano la volontà dei loro padrone, ...e consideravano questa loro condizione un sommo onore!
Non solo questo, ma quando lo stesso Nuovo Testamento parla di redenzione, vale a dire ciò che Gesù Cristo ha adempiuto per i Suoi, liberandoli dalla schiavitù al peccato, pagando il prezzo della loro liberazione con la Sua stessa morte in croce [il “prezzo di riscatto” (1 Timoteo 2:6), “Voi siete stati riscattati a caro prezzo” (1 Corinzi 7:23)], esso non intende dire, come a noi piace intendere, che “comprati al mercato degli schiavi” siamo ora uomini liberi, ma che ora apparteniamo a Lui“Quindi non appartenete a voi stessi!” (1 Corinzi 6:19)!
Già, oggi decisamente non ci piace definirci in questo modo. A chi lo fa, corriamo subito a contestargli che Gesù aveva detto ai Suoi discepoli: “Io non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo signore; ma vi ho chiamati amici, perché vi ho fatto conoscere tutte le cose che ho udite dal Padre mio” (Giovanni 15:15). Perché mai, allora, gli stessi apostoli, avrebbero ripetutamente “contraddetto” in questo lo stesso Gesù? Evidentemente Giovanni intendeva la cosa in modo diverso da quello che noi vorremmo vedere in questo testo.
Questo nostro atteggiamento pregiudiziale verso il concetto stesso di schiavitù, concetto che ci porta a scandalizzarci persino quando lo vediamo applicato ai rapporti con Dio, è sintomatico della nostra reale condizione spirituale. Noi moderni, infatti, ci consideriamo paladini della libertà,  ed affermiamo con forza di non avere alcuna intenzione di essere schiavi di alcuno ...e tanto meno di Dio! Possiamo al massimo solo concepire un servizio volontario, sottoposto ad un contratto ben regolato, a tempo limitato e compensato da una paga adeguata... Solo a queste condizioni siamo disposti ad accettare di servire qualcuno, Dio compreso! Per il resto siamo disposti anche noi a conclamare con baldanza, come avevano risposto a Gesu': "Noi non siamo mai stati schiavi di nessuno"  (Giovanni 8:33) come pure a dire:"Noi non vogliamo che costui regni su di noi" (Luca 19:14).
Non è forse questa la radice stessa del peccato, cioè la fiera asserzione della nostra autonomia rispetto a Dio per essere dio e legge a noi stessi? Non ci rendiamo conto che questo stesso spirito caratterizza anche tanti conclamati “cristiani”? Quanti, infatti, che affermano di essere cristiani, che parlano di grazia e di libertà, si oppongono “stranamente” a chi dice loro che siamo tenuti ad ubbidire alla legge di Dio, equivocando convenientemente il “non siete sotto la legge ma sotto la grazia” (Romani 6:14) e “...dove c'è lo Spirito del Signore, lì c'è libertà” (2 Corinzi 3:17). Con questa giustificazione, così, pretendiamo di fare come meglio ci aggrada nella nostra vita e persino nel culto. Abbiamo una fondamentale “allergia” al concetto stesso di ubbidienza e disciplina. Gesù, però, dice chiaramente: “Perché mi chiamate: "Signore, Signore!" e non fate quello che dico?” (Luca 6:46).
Noi, moderni “paladini della libertà”, abbiamo un problema di fondo. Proprio noi che eventualmente contestiamo la Bibbia dicendo che essa “giustifica la schiavitù”: siamo spiritualmente ciechi. “Liberi da Dio”, e spesso anche, per quanto riguarda anche molti cristiani che affermano di essere “liberi in Cristo”, siamo di fatto in condizione di schiavitù, schiavi di ciò che Dio considera peccato. Abbiamo proclamato la nostra “dichiarazione di indipendenza” da Dio e dalla Sua legge, ma inganniamo noi stessi, continuiamo ad essere schiavi e ...siamo felici di essere così. Siamo soggetti al nemico di Dio e della Sua legge, la nostra volontà è del tutto asservita a lui e noi non solo affermiamo il contrario, ma siamo felici di esserlo!
Non è forse questa come la “sindrome di Stoccolma”, vale a dire quella condizione psicologica nella quale una persona vittima di un sequestro manifesta sentimenti positivi, spesso difendendolo e giungendo perfino all'innamoramento nei confronti del proprio sequestratore?[5]. Siamo asserviti, o meglio, resi schiavi e lo siamo proprio nelle moderne società “liberali” “all’Occidentale”, nonostante le apparenze. Potremmo certo avere abolito lo schiavismo, oppure la barbarie del nazismo e del comunismo, ma continuiamo ad essere schiavi in mille altri modi, spesso molto più sottili, interiormente e esternamente, e non ce ne accorgiamo neanche (o facciamo finta di non accorgercene).
Vale allora che cosa diceva Gesù a chi allora contestava la Sua identità di Messia e di liberatore: “Gesù rispose loro: «In verità, in verità vi dico che chi commette il peccato è schiavo del peccato” (Giovanni 8:34). Paradossalmente continua così ad essere vero che la vera libertà la si possa godere solo in sottomissione a Dio, con Cristo ed in Cristo, che dice: “Se perseverate nella mia parola, siete veramente miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi …  Se dunque il Figlio vi farà liberi, sarete veramente liberi” (Giovanni 8:31,32,36).
Il Signore Gesù Cristo rimane l’autentico grande Liberatore sia per la persona che Gli si affida che per quelle società che progressivamente conformano sé stesse ai termini espressi dalla Legge morale di Dio. Senza di Lui non avremo mai e nemmeno comprenderemo che cosa significhi libertà.
Chi non è “in Cristo” è totalmente ed incorreggibilmente schiavo del peccato (peccato significa violare la Legge di Dio[6]) e non è in grado né di cercare Dio né di desiderarlo[7]. Come tale cerca solo la schiavitù auto-imposta e la sua natura lo porta naturalmente a rendere schiavi gli altri. Coloro che la Scrittura considera “irrigenerati” di fatto sono brutali schiavi-padroni per loro stessa natura. Non solo questo, ma li aspettano anche catene dopo questa esistenza terrena[8] facendo persino oggi di tutto per portare altri ad essere in schiavitù come loro.
Gesù, però, il solo vero abolizionista, è venuto per liberare anche il peggiore fra i peccatori[9]. Egli ha vissuto in perfetta ubbidienza alla Legge di Dio ed ha sofferto ed è morto sulla croce[10] per accreditare la Sua giustizia (pagando Egli stesso il prezzo del loro peccato) per tutti coloro che si affidando a Lui in tutto[11]. Coloro che sono schiavi del peccato devono ravvedersi dai loro peccati[12], confessare Gesù Cristo come loro Signore e credere che Dio lo abbia risuscitato dai morti[13].
Dato, poi, che gli increduli sono resi schiavi della loro natura ed incapaci a volgersi a Dio da soli, è per la Sua grazia irresistibile che Egli fa in modo che alcuni - coloro che Dio ha predestinato a salvezza[14], credano in Cristo[15].
Tutti coloro che Dio ha predestinato a salvezza sono pure stati predestinati a servirlo ubbidientemente (per quanto, in questa vita, in modo imperfetto)[16] ed a vivere nella libertà dell’essere “Suoi schiavi”. Solo in questo modo, diventando schiavi di Dio, per quanto questo stesso concetto ci disturbi, uomini e donne potranno conoscere vera libertà, una libertà eterna che inizia in questa vita - anche se dovessero soffrire schiavitù fisica sulla terra.


[1] Romani 1:1; Colossesi 4:12; Galati 1:10; Tito 1:1; 2 Pietro 1:1; Giuda 1; Apocalisse 1:1; vedi anche Matteo 10:25. 20:27.
[2] Atti 4:29; Giacomo 1:1.
[3] Deuteronomio 34:5; Giosuè 1:2; Geremia 25:4.
[4] Isaia 42:1; 53:11.
[5] Martin Lutero diceva: “La volontà dell’uomo senza la grazia di Dio non è libera, ma in condizione di schiavitù, e con il proprio consenso!”
[6] 1 Giovanni 3:4.
[7] Romani 3:9-12; 8:7-8; 1 Corinzi 2:14).
[8] 2 Tessalonicesi 1:7-9; Marco 9:47-48.
[9] Giovanni 8:34-36.
[10] 1 Pietro 3:18; 2:24; 2 Corinzi 5:21; 1 Tessalonicesi 5:10.
[11] Giovanni 3:16.
[12] 1 Giovanni 1:9; Atti 3:19.
[13] Romani 10:9-10;13.
[14] Efesini 1:54.
[15] Giovanni 6:44.
[16] Efesini 2:10.

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