sabato 4 agosto 2012

Un sano pessimismo antropologico (il peccato, 4)

"D. 25 In che cosa consiste la peccaminosità della condizione in cui l'essere umano è caduto? 
R. La peccaminosità della condizione in cui l'essere umano è caduto consiste nella colpa in cui è incorso il primo peccato di Adamo, la mancanza di quella giustizia in cui era stato creato, e la corruzione della sua stessa natura, per la quale ora è del tutto indisposto, incapacitato e avverso a tutto ciò che è spiritualmente buono, come pure completamente e costantemente incline ad ogni male; tutto questo è comunemente chiamato peccato originale, e da esso procede ogni attuale trasgressione" (Catechismo Maggiore di Westminster, D/R 25).
L'ideologia umanista, che permea la società contemporanea e che pure ha contaminato gran parte delle chiese cristiane oggi, coltiva una sorta di "ottimismo antropologico" per il quale l'essere umano sarebbe fondamentalmente buono, potenzialmente in grado d'amare e di fare buone scelte allorché sia guidato ed educato. Tutto ciò non è altro che un infondato e "romantico" idealismo, un auto-inganno che non ha nulla a che fare con l'insegnamento biblico e che, scontrandosi inevitabilmente con la "dura realtà", porta chi si affida a questi fallaci presupposti al fallimento ed alla sistematica delusione.

Questo "ottimismo antropologico" può essere fatto risalire in gran parte alla filosofia illuminista di Jean-Jacques Rousseau (1712-1778). Secondo Rousseau, autore della teoria del "buon selvaggio", l'essere umano sarebbe buono per natura: la corruzione e l'inclinazione al male verrebbero dal di fuori; avrebbero origine cioè dagli ordinamenti della società. Una volta che questi siano stati mutati, - esso sostiene - il male sparirebbe e subentrerebbe il regno della beatitudine e della felicità. Un tale pensiero di fatto capovolge l'insegnamento biblico, alterando e vanificando l'Evangelo, com'è annunciato ed esposto dal Nuovo Testamento. Solo l'Evangelo cristiano può, però, dare autentica speranza perché presuppone, realisticamente la radicale corruzione dell'essere umano dovuto alla Caduta. Dio soltanto, infatti, attraverso la Persona e l'opera di Gesù Cristo, può di fatto operare la rigenerazione dell'individuo che si affida a Lui mediante la potenza dello Spirito Santo e non altrimenti.

Per quanto il mondo moderno derida la dottrina della depravazione totale (e sia negata pure da chiese ad esso compiacenti) la fede cristiana biblica è dunque realisticamente pessimista sulla condizione e capacità umane. Essa confida non nelle risorse umane, ma nell'efficace opera della grazia di Dio attraverso il ravvedimento e la fede in Gesù Cristo. L'antropologia cristiana fedele all'insegnamento biblico presenta il peccato come la causa della totale corruzione della natura umana. Da questo peccato l'opera di Dio in Cristo intende salvarci.

La Bibbia ci insegna che vi sono due tipi di peccato: (1) il peccato originale, il peccato radicato nella nostra natura, quello con il quale nasciamo; (2) le trasgressioni fattive o attuali, i peccati pratici e specifici che commettiamo noi stessi e che trovano nel primo la loro radice. E' stato giustamente infatti detto che non siamo peccatori perché pecchiamo, ma pecchiamo perché siamo peccatori.

Perdendo la giustizia (o rettitudine) con la quale era stato creato (la sua giustizia originale) la creatura umana è decaduta con Adamo ed in Adamo tanto da corrompere interamente la sua natura, un guasto che intacca tutte le nostre facoltà. Si parla così di "depravazione totale" dell’essere umano. Questo non vuole dire che egli sia sempre tanto malvagio quanto lo possa essere, ma che la caduta ha pregiudicato il corretto funzionamento di ogni sua facoltà: per questo risultiamo tutti così disfunzionali.

La depravazione totale della natura umana non implica che la persona non rigenerata non possa fare alcunché di buono. Di fatto, a causa di quella che è stata chiamata "grazia comune" (o provvidenziale ritenzione, vale a dire l'azione provvidenziale di Dio che mette un limite al potere distruttore del peccato in vista della sua futura totale eliminazione), la persona non rigenerata può fare le cose buone che tali sono giudicate dalla società umana (secondo i propri criteri). Per esempio, anche una persona non rigenerata è in grado di salvare, a rischio della propria vita, chi sta per annegare. La persona non rigenerata, però, non può far nulla di spiritualmente buono, nulla che sia realmente buono e gradito agli occhi di Dio in conformità ai Suoi criteri (quelli che soli valgono). Può fare eventualmente cose che sono buone in sé stesse, ma non le farà mai con la giusta motivazione, vale a dire, tramite esse, amando, servendo e compiacendo Dio.

Dalla dottrina biblica della radicale corruzione della natura umana impariamo dunque che i peccati che commettiamo sorgono dalla corruzione del nostro cuore e quindi che tentare di riformare esteriormente la vita senza purificare il cuore non può portare mai ad una vita che possa dirsi veramente buona né tanto meno "salvare" una persona. Non è possibile, infatti, salvare noi stessi dalla nostra condizione di peccato originale e di depravazione totale. Il Signore ci dice nella Sua Parola: "Potrebbe il moro mutar la sua pelle, o il pardo le sue macchie? Potreste altresì voi, assuefatti a far male, far il bene?" (Geremia 13:23 Diodati). Non siamo, infatti, semplicemente "infermi", ma morti nei nostri peccati e nelle nostre trasgressioni: per questo noi siamo spiritualmente impotenti ed incapaci a salvare noi stessi (o anche solo cominciare a farlo). Una persona potrebbe al massimo riformare in una certa qual misura la sua vita esteriore, ma non potrà darsi un nuovo cuore. Potrà modificare per alcuni versi la sua condotta, ma non potrà risuscitare sé stesso dalla morte spirituale più di quanto possa salvarsi dall'annegare tirandosi da solo fuori dall'acqua per i capelli (Cfr. Efesini 2:1-10).

Vedi la D/R 25 del Catechismo Maggiore di Westminster con i riferimenti biblici pertinenti.

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