venerdì 27 settembre 2013

Figli della cultura del sospetto

Per molti oggi sembra diventata espressione di massima saggezza, tanto da applicare sempre e comunque a tutto ed a tutti, la massima attribuita al politico italiano Giulio Andreotti che recita "A pensar male degli altri si fa peccato ma spesso ci si indovina".

Ho l'impressione che oggi questa sia diventata una sindrome che affligge molte persone delle più varie estrazioni: la "sindrome del sospetto", o peggio, che la nostra sia diventata "la cultura del sospetto". E' quella "cultura" che, di fronte a discorsi, scritti, ed opere di diversa natura, si sospetta che "dietro" vi siano sempre (?) "secondi fini", cattive intenzioni e malafede, abili manipolazioni e complotti. Forse per timore di apparire ingenui o perché nel passato siamo stati ingannati, forse perché siamo spaventati da una situazione che ci sembra di non poter più capire e controllare, temiamo che dietro ogni angolo di strada vi sia un diavolo in agguato. E' una sindrome che riscontro spesso, una paura irrazionale, un'ossessione, che blocca qualsiasi iniziativa e progresso, come il proverbiale "non uscire più di casa per paura che una tegola ci cada sulla testa" o ci capiti chissà che cosa. I rischi ci sono sempre.

E' vero che, come dice la Scrittura: "Siate sobri, vegliate; il vostro avversario, il diavolo, va attorno come un leone ruggente cercando chi possa divorare" (1 Pietro 5:8), ma ai Suoi figlioli Dio rende disponibili gli strumenti necessari per valutare ogni cosa con il necessario discernimento e la necessaria sapienza, che sono doni che Dio stesso ci esorta a chiedergli e a farne uso diligentemente per progredire e maturare nella fede. "Se poi qualcuno di voi manca di saggezza [sapienza], la chieda a Dio che dona a tutti generosamente senza rinfacciare, e gli sarà data. Ma la chieda con fede, senza dubitare" (Giacomo 1:5-6). Questo ci permette di esaminare ogni cosa senza pregiudizi e ritenere il bene (1 Tessalonicesi 5:21).

Mi è capitato proprio qualche giorno fa in una discussione su FaceBook di citare, in sostegno a quanto dicevo, fonti e nomi la cui autorevolezza io ritengo scontata, che un mio (tipico?) interlocutore reagisce tentando di mettere in questione e discreditare quelle mie fonti (sulla base di quelli che io ritengo essere i suoi infondati pregiudizi e forse anche ignoranza). Scrive: "l'autore di quel testo è sospetto". Ma sospetto di che? Se io non avessi citato quelle fonti e quei nomi ed avessi proseguito la mia argomentazione, molto probabilmente essa sarebbe stata accolta senza problemi. 

Anche in questo momento stesso, se io solo avessi menzionato, tre righe più sopra, di quale discussione si trattasse e quali fossero le fonti ed i nomi che avevo menzionati, per non pochi lettori l'attenzione sarebbe stata immediatamente deviata altrove e io li avrei perduti! Possibile essere arrivati a questo punto? E' ancora possibile esaminare delle affermazioni per il loro valore intrinseco ed oggettivo senza giudicarne la provenienza? A volte può essere certo necessario "avere senso critico" per rilevare i presupposti di un certo discorso (quello può aiutarci a comprenderlo meglio), ma farlo sempre può diventare davvero un'ossessione paralizzante.

Potrei dire che questa "cultura del sospetto" (che ritengo per molti versi patologica) si sia sviluppata sviluppata storicamente più o meno negli ultimi 200 anni ed è stata definita "ermeneutica del sospetto". Per "ermeneutica", naturalmente, intendo la metodologia secondo la quale si interpreta un testo, il modo in cui giungiamo a comprendere qualcosa. Il concetto di "ermeneutica del sospetto" è stato particolarmente esposto dal filosofo francese Paul Ricoeur (1913-2005). Ricœur riteneva fondamentali quelli che chiama "i tre maestri del sospetto", Marx, Nietzsche e Freud, autori che hanno sicuramente influito anche sulle scuole di teologia liberali portandole ad abbracciare (ed a considerare indiscutibile) "l'approccio critico" alla comprensione della Bibbia. Questi "maestri del sospetto", dice Ricoeur, hanno definito come falsa scienza quella di origine cartesiana, proprio quella che avrebbe dovuto invece fugare ogni dubbio. Questi tre maestri hanno voluto "dimostrare" che dietro alle grandi certezze sussistono rispettivamente valori economici, sociali e psicologici. .

Che dietro a ogni affermazione vi siano in qualche misura influenze di quel tipo non è da escludersi, ma questo approccio ha portato, in modo particolare al riguardo dell'interpretazione della Bibbia, invece che ad accettare quel che essa afferma "così come sta", nel suo valore oggettivo e lasciando che la Scrittura interpretasse sé stessa, a leggerla "criticamente" (come se questo fosse indispensabile alla sua retta comprensione). L'interprete della Bibbia dovrebbe così oggi affrontarne la lettura "sospettando profondamente" la sua veracità, accuratezza e storicità, per rilevarne prima "che cosa ci sta dietro". In altre parole, la Bibbia non direbbe la verità, non direbbe "quel che è successo veramente". Questo ha portato la teologia liberale a fare una distinzione fra "il Gesù della storia" (quello "autentico") e quello proclamato dalle Scritture, da cui il dibattito e la ricerca su chi fosse stato "il vero Gesù". Questo ha contribuito a mettere in crisi di identità e a discreditare presso un certo pubblico le scuole teologiche conservatrici.

Insomma, tutto oggi deve essere "sospettato" e messo in questione per vedere "che cosa ci sta dietro". La cosa indubbiamente così diventa "non sana", patologica e interessa praticamente ogni dibattito che si voglia intraprendere, anche fra cristiani evangelici, rendendolo di fatto impossibile, tanto che siamo diventati tutti "molto sospettosi" gli uni degli altri, pronti a categorizzare l'uno e l'altro e a ragionare in termini di "schieramenti". E' razionale tutto questo? E' sicuramente anche un atteggiamento molto comodo, perché ci evita la fatica di pensare, di riflettere. Non "ci fidiamo" di quello che dice il nostro "concorrente", non crediamo che le sue motivazioni siano "nobili". Stiamo portando il frutto di un modo di guardare alle cose ed alle persone in cui noi crediamo che nulla sia ciò che appare. 

Non cominceremo mai a costruire dei ponti su ciò che ci divide o persino di parlare onestamente delle cose che ci dividono fintanto che saremo così tanto sospettosi l'uno dell'altro, delle istituzioni, della vita, e della verità stessa. Abbiamo imparato dai "maestri del sospetto" a non credere alle cose stesse di cui dovremmo essere certi. E' una malattia paralizzante non solo per le chiese. Dobbiamo esaminare che cosa abbia fatto su di noi questa "ermeneutica del sospetto" ed alla nostra vita.

Forse che tutti hanno i propri "secondi fini"? E' sempre sbagliato promuovere il nostro punto di vista o influenzare un risultato sulla base del nostro punto di vista? Chi è in disaccordo con noi ha sempre torto? Chi è in disaccordo con noi ha sempre delle intenzioni malvagie? Sicuramente anch'io sono colpevole di essere talvolta "troppo sospettoso" e cinico verso l'uno o verso l'altro. Quella che è stata definita "ermeneutica del sospetto" ha indubbiamente avuto conseguenze nefaste sulla nostra visione equilibrata delle cose e delle persone e certo non ha contribuito a che noi si chiedesse al Signore quel senso di discernimento che ci permette di esaminare ogni cosa senza pregiudizi e ritenere il bene (1 Tessalonicesi 5:21).

Al termine di questa mia riflessione (e solo ora), tanto per dimostrare la mia tesi, "farò dei nomi". Uscirà così forse "l'inevitabile vespaio"? Vediamo.

Posso essere d'accordo con qualcosa che qualcuno ha detto o scritto, senza per questo significare che io mi schieri con lui approvando tutto quello che dice o che fa? Posso essere d'accordo con diverse cose che ha detto Ratzinger o Bergoglio senza per questo io sia "accusato" di essere filo-cattolico o papista? ...e io non sono "per l'ecumenismo" come comunemente è inteso. Svariate, poi, sono le cose che mi piacciono ed approvo di quanto scrivono sui loro blog, per esempio, gli evangelici Nicola Martella o Giacinto Butindaro (famosi o infami per gli uni o per gli altri e acerrimi avversari fra di loro) ma questo non significa che io approvi tutto ciò che dicono o mi schieri necessariamente "dalla loro parte". Perché io dovrei aver paura di citare favorevolmente quello che scrive Butindaro o Martella, quando, secondo me, dicono delle cose giuste e fondate (e a mio giudizio ce ne sono in entrambi)? I pregiudizi dei miei lettori sono molti ed allora è forse meglio che io riproponga delle loro tesi o argomenti oggettivamente e senza citare loro od altri, ed allora c'è maggiore speranza che vengano accolte?

Qualche volta lo faccio e ricevo consensi. Se io però avessi detto: quella cosa l'ha scritta, mettiamo, Butindaro, riceverei ondate di reazioni indignate (o di applausi a seconda). E' ragionevole tutto questo?

2 commenti:

  1. Condivido, non è ragionale. Anche io, in una discussione con un amico, mi sono permesso di dire che leggevo con interesse Agostino e condividevo le sue opinioni sulla
    predestinazione, e la reazione non è stata di accoglienza. E pure io gli dissi che è scritto: ''esaminate ogni cosa e ritenete il bene''. Sono infatti convinto che anche in confessioni estranee alla nostra vi sia "del bene"; non così la pensano alcuni.

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